domenica 28 agosto 2011

"Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte; Italia chiamò!"


di Carlo Felici

Nella storia d'Italia, dal dopoguerra in poi, non c'era mai stato un governo di destra che stesse al potere così a lungo. In pratica, quasi dieci anni senza interruzione, se non consideriamo la breve parentesi del governo Prodi bis, che sicuramente non ha saputo interrompere la continuità di una tendenza rovinosa soprattutto per l'assetto civile e culturale del nostro Paese.

Mai era capitato che un ministro dell'Economia deridesse quel mondo della cultura che dovrebbe essere uno dei settori trainanti per le nostre finanze pubbliche, dato che possediamo circa un terzo del patrimonio artistico mondiale (e che purtroppo lasciamo in gran parte abbandonato al saccheggio), al punto tale da affermare senza ritegno che «la cultura non dà da mangiare». Come se non si sapesse che in un Paese moderno ed avanzato proprio questo settore è destinato non solo a fornire una gran quantità di posti di lavoro, ma anche ad assicurare un futuro alle nuove generazioni, mediante una adeguata formazione.

I governi di destra ed il berlusconismo imperante hanno invece tagliato risorse preziose al mondo della cultura, riducendo le sovvenzioni agli enti locali che promuovono inziative culturali, colpendo inesorabilmente la scuola pubblica e privandola di preziose risorse, e, al contempo, sovvenzionando quella privata e confessionale.

L'obiettivo di rendere l'Italia simile ad una sorta di repubblica delle banane sul modello di certi stati del terzo mondo, in cui una classe dirigente corrotta obbedisce alle direttive dei grandi centri strategici sul piano militare e dominanti su quello economico è stato quasi raggiunto. La guerra in Libia ha ampiamente dimostrato che la nostra sovranità ed i nostri interessi nazionali sono stati, di fatto, annullati, come mai era successo, non dico dal dopoguerra, ma dalla stessa nascita dell'Italia come Stato unitario. Tanto è che qualcuno, come rimedio, si appresta già a configurare una secessione e, paradosso tra i paradossi, nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia, propone di dividerla di nuovo, mettendo, dagli scranni governativi, su di essa il timbro con la scritta: «fine».

Per portare a termine questa opera infame, manca solo di annullare i simboli fondanti della nostra Repubblica, le ricorrenze che, più di tutte, ci ricordano come essa è nata, e quali regole si è data per assicurare un futuro alle nuove generazioni.

Cancellare le festività del 25 Aprile e del 2 Giugno è consequenziale e direttamente collegabile alla abrogazione del 1 Maggio, proprio perché la nostra Costituzione, nata dalla lotta di Liberazione e dalla Resistenza, ci ricorda costantemente che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e sui lavoratori che ne hanno diritto. E' questa una sorta di «trinità laica» che ha garantito per decenni la vitalità di tante lotte tra i lavoratori italiani, per la conquista di diritti essenziali e per tutelare la libertà dagli attacchi del rigurgito neo fascista e del terrorismo.

Far saltare queste fondamenta, vuol dire spargere sale sul significato stesso della democrazia italiana.

E' necessario reagire con fermezza, mobilitando tutte le forze della cultura, del lavoro, del sindacato ancora libero dai diktat padronali, tutta la società civile che ancora non si rassegna ad essere messa in ombra e ridotta a «servitù di casta», per difendere a tutti i costi questi simboli della nostra democrazia, della Repubblica Laica e del Lavoro come strumento di civiltà.

Da tempo vado sostenendo che la plutocrazia corrotta imperante è, sotto vari aspetti, anche peggio del fascismo, sebbene non si sia imposta a suon di manganellate, ma con un rigido controllo degli strumenti di comunicazione e mediatici, perché questa forma di subdolo dominio si impone in primo luogo nelle coscienze, impedendo l'uso degli strumenti essenziali per riconoscere il valore della libertà e della responsabilità, come la scuola pubblica. Essa annienta il passato e riduce tutto a «consumismo presente». Trasforma le persone in servi obbedienti ed incapaci di riconoscere un destino diverso da quello della servitù a cui si vuole vengano destinati dalla nascita, li «emancipa» soltanto per integrarli nel suo sistema imperialistico di vassallaggio, controllandoli come «vassalli», «valvassini» e «valvassori» a seconda del «beneficio» economico che riconosce loro, ed in cambio del grado di obbedienza che essi sono in grado di assicurare, annulla i simboli dello Stato e il significato stesso di Patria e della dignità e sovranità popolare e nazionale

Far parte quindi del «gruppo» dei «vassalli» di sinistra non è molto diverso dall'apprtenere a quello dei «vassalli di destra», anzi, può essere, di fatto, persino peggio.

Chiamarsi democratici senza lottare strenuamente per impedire che vengano rimosse con un colpo solo le fondamenta stesse della nostra democrazia è persino più rovinoso, anacronistico e irridente che avere palesemente una fisionomia, di nome e di fatto, neoliberista.

Se dunque il Partito Democratico, che rappresenta oggi gran parte dell'opposizione parlamentare esistente in Italia, consentisse questa sciagurata manovra e la rimozione delle festività fondanti della nostra civiltà, sovranità e democrazia, non sarebbe affatto più degno di chiamarsi democratico, il suo stesso nome non sarebbe altro che una truffa e una derisione dei suoi elettori.

Noi lanciamo quindi una grande inziativa a livello nazionale affinché ci sia presto una mobilitazione in tutte le piazze e in tutte le città italiane per tutelare la democrazia, la Costituzione ed il mondo del lavoro in Italia, preservando e valorizzando le festività che ci ricordano ogni anno questi valori: il 25 Aprile, il 1 Maggio e il 2 Giugno.

Aderiamo, sottoscrivendola, alla petizione della CGIL e facciamo anche nostre le sue osservazioni: «il ricordo della Liberazione del nostro Paese da una dittatura feroce e sanguinaria; la celebrazione del Lavoro come strumento di dignità per milioni di donne e uomini che con la loro fatica ed intelligenza consentono al Paese di progredire; la celebrazione del passaggio alla Repubblica parlamentare”, sono “tappe fondamentali che non intendiamo consentire vengano cancellate”. Per altro, sottolinea ancora la segreteria CGIL, “mentre irrisorio è il beneficio economico che ne deriverebbe, i costi civili sul versante della memoria e dell’identità sarebbero, se la norma venisse confermata, di gran lunga maggiori. Inoltre, è sufficiente un confronto con altre situazione per vedere come l’Italia è un Paese che ha un numero contenuto di festività civili e come in altri Paesi le ricorrenze civili siano celebrate e custodite con attenzione”. Esortiamo tutti a firmare: http://www.cgil.it/petizione/default.aspx

Invitiamo tutti i partiti della sinistra a "stringersi a coorte", a partire da SEL dal PSI e dalla FED, e tutte le associazioni a promuovere uno sforzo unitario per impedire la cancellazione di queste festività laiche, a cominciare dalla Lega dei Socialisti e dal Network per il Socialismo Europeo

Auspichiamo che il Partito Democratico non rinunci alla sua stessa identità democratica consentendo la rimozione dei simboli su cui esso pure si fonda, e invitiamo anche il Presidente della Repubblica, supremo difensore dei valori della Costituzione, a non firmare in alcun modo il decreto di soppressione delle festività del 25 Aprile, del 1 Maggio e del 2 Giugno.

Sono i pilastri della nostra Patria, della nostra libertà e del nostro futuro, se cadranno non avremo alcuna rinascita né resurrezione, ma solo una spietata eutanasia morale, civile e politica. Di conseguenza non c'è alcuna alternativa:

Patria o morte!

Vinceremo!


lunedì 22 agosto 2011

Perché un ecosocialismo libertario

PERCHE' UN ECOSOCIALISMO LIBERTARIO

di Carlo Felici

Nella confusione e nella diaspora che tuttora affliggono il variegato mondo del socialismo italiano ritrovare alcuni punti fermi di indirizzo che possano essere utili a rilanciare una identità ed una prassi condivisa da tutti coloro che avversano il modello del pensiero unico e della globalizzazione del totaliarismo neoliberista, che si impone a suon di bombe e speculazioni finanziarie, è quanto mai utile e necessario.
Utile come strumento di consapevolezza, soprattutto per capire che le crisi finanziare globali rappresentano la frattura profonda di un artificio tutt'altro che inossidabile, che esse piovono inesorabili su interi stati e popoli, specialmente i più poveri ed emarginati, non come una pioggia acida senza rimedio, di fronte alla quale solo i privilegiati possono credere di aprire l'ombrello che li mette al riparo. Ma che esse sono un fenomeno tra i più terribili e rovinosi, messo in atto scientificamente da essere umani il cui unico fine è l'uso delle risorse umane e naturali per fini di profitto.
Necessario perché se un tempo il motto era «socialismo o barbarie», oggi, debitamente aggiornato, con le attuali sfide che mettono a serio rischio la sopravvivenza di intere specie viventi sul pianeta, dovute ad un modello di sviluppo che ignora l'equilibrio tra le relazioni umane e quello tra noi e la natura, esso diventa necessariamente «ecosocialismo o suicidio globale».
L'Ecosocialismo accoglie pienamente questa nuova sfida del terzo millennio ed offre una via d'uscita al modello neoliberista imperante con la sua proposta di democrazia partecipativa e in equilibrio con la natura. Non è un modello utopistico
Come scrive il teologo e filosofo Leonardo Boff, infatti, «Tra molti progetti esistenti in America Latina come l’economia solidale, l’agricoltura organica familiare, le sinergie alternative pulite, la Via Campesina, il Movimento Zapatista e altri, vogliamo metterne in evidenza due per il rilievo universale che rappresentano: il primo è il «Ben Vivere», il secondo la «Democrazia Comunitaria e della Terra», come espressione di un nuovo tipo di socialismo...La democrazia sarà dunque socio-terrena-planetaria, la democrazia della Terra. C’è gente che dice: tutto questo è utopia. E di fatto lo è, ma si tratta di una utopia necessaria. Quando avremo superato la crisi della Terra (se poi la supereremo), il cammino dell’umanità potrebbe essere questo: globalmente ci organizzeremo intorno al “Ben Vivere”, a una “Democrazia della Terra”, alla biocivilizzazione (Sachs). Già esistono segnali anticipatori di questo futuro.»
La prospettiva dell'Ecosocialismo del XXI secolo è configurata anche nel manifesto di Michael Lowy e Joel Kovel, in cui viene rilevato, tra l'altro che «se affermiamo che il capitale è radicalmente insostenibile e si frammenta nelle barbarie appena descritte, allora affermiamo anche che è necessario costruire un socialismo capace di superare le crisi che il capitale ha provocato nel tempo. E anche se i socialismi del passato non sono riusciti a farlo, se scegliamo di non sottometterci ad un destino barbaro, allora abbiamo l’obbligo di lottare per un altro socialismo che sia capace di vincere. Allo stesso modo in cui la barbarie è cambiata in modo da rispecchiare il secolo trascorso dal momento che Luxemburg ha espresso la sua speranzosa alternativa, il nome e la realtà del socialismo devono essere quelli che richiede il nostro tempo.
Per questi motivi chiamiamo ecosocialismo una nostra interpretazione del socialismo e abbiamo deciso di dedicarci alla sua realizzazione. Vediamo l’ecosocialismo non come la negazione, ma come la realizzazione dei socialismi del primo periodo del XX secolo, nel contesto della crisi ecologica. Come quei socialismi, il nuovo si costruisce a partire dalla percezione del capitale come lavoro oggettivato e si fonda sul libero sviluppo di tutti i lavoratori o, per dirlo in altre parole, sulla fine della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione.»
Non possiamo più dunque considerare che possano esistere degli aggregati politici basati sulla separazione di concetti ormai talmente interdipendenti da non sussitere affatto nella loro singola consistenza specifica, se ancora considerati separatamente tra loro come socialismo, democrazia ed ecologia.
Non hanno più senso conseguentemente partiti che siano «democratici», «socialisti» o «ecologisti», separatemente, e non ne hanno in particolare, ancor di più, se non sono capaci di interagire per creare insieme delle valide alternative politiche ai modelli imperanti.
Non parliamo poi del fatto che alcuni sopravvivono usando tali «attributi» solo come mascheramento di interessi localisti, clientelari e mirati solo al controllo del territorio per fini personalistici o di mantenimento del potere di casta.
L'affermazione di un sostanziale dominio di modelli plutocratici e monopolisti è dovuto proprio in gran parte a tale fattore: si usa il profitto e la speculazione finanziaria per sovvenzionare modelli di governo che non trovano davanti a loro stessi valide alternative.
E queste ultime non vengono messe in atto perché in quella che dovrebbe risultare una opposizione credibile e attivamente impegnata a creare alternative popolari, regna sovrano il diktat del «divide et impera», spesso suffragato da una sorta di «prostituzione» con cui i cosiddetti oppositori si lasciano comprare, pur di restare divisi, inefficaci e collaterali ad un intero sistema di sfruttamento e di smantellamento dei diritti essenziali dei cittadini, i quali, spesso, sono indotti a svolgere solo un ruolo di sudditi impotenti e, quando votano, attribuiscono, nella maggior parte dei casi, il loro consenso ad un leader o ad un «contenitore partitico vuoto», privo cioè di progettualità ed efficacia.
l'Ecosocialismo richiede dunque, a tal fine, una coscienza avanzata, una capacità di attenzione ai fenomeni in atto, con strumenti adeguati di controinformazione ed una forza di mobilitazione che non sia condizionata e veicolata dalle forze politiche, sindacali ed economiche dominanti, in particolare da quegli strumenti mediatici che sono al servizio del sistema imperante.
La cultura libertaria è stata lungamente attiva nella prima metà del secolo scorso, come ricorda bene Robin Hahnel: "All'inizio del XX secolo, il socialismo libertario era una forza potente tanto quanto la socialdemocrazia e il comunismo". L'Internazionale libertaria - fondata con il Congresso di Saint Imier qualche giorno dopo la rottura tra marxisti e libertari al Congresso dell'Internazionale Socialista dell'Aia nel 1872 - si batté con successo per più di cinquant'anni contro social-democratici e comunisti al fine di conquistare la fedeltà degli attivisti anticapitalisti, dei rivoluzionari, dei lavoratori e dei membri di sindacati e partiti politici. I socialisti libertari ebbero un ruolo cruciale nel corso della Rivoluzione messicana del 1911. Venti anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, i socialisti libertari erano ancora sufficientemente forti da ritrovarsi alla testa di quella che sarà la rivoluzione anticapitalistica di maggior successo che le economie industriali abbiano mai conosciuto, la Rivoluzione sociale che scosse la Spagna repubblicana nel 1936-1937."
Essa purtroppo è stata in seguito fortemente messa in crisi dall'avvento dei totalitarismi, prima politici e poi economici, che, dopo averne fatto il loro bersaglio privilegiato, si sono affermati e combattuti nelle loro convulsioni distruttive, durante la seconda metà del Novecento, sia con armi potentissime sia con politiche neocoloniali e regimi imperialistici di vasta portata e che ancora sono messi in atto mediante il modello totalitario della globalizzazione a fini di profitto.
Oggi, però, tale orientamento va molto al di là di queste radici, e, grazie al particolare valore che esso attribuisce alla libertà e alla consapevolezza umana, non intesa genericamente in senso collettivo, ma a partire da ciascuna libera coscienza individuale, si rivolge validamente a tutti coloro che vogliono efficacemente lottare contro tutti i condizionamenti di carattere culturale, materiale ed economico (povertà, indigenza, emarginazione) che ostacolano sia la giustizia sociale che la libertà di ciascuno.
Un grande autore libertario come Berneri asseriva che «la libertà umana è capacità di sorpassare ostacoli, interni od esterni, e di crearsi.» Non vi è dunque un assioma ideologico alla base di un impegno ecosocialista libertario, ma semplicemente la creatività di un percorso e la capacità di scoprire in esso un'etica di condivisione non soltanto del bisogno e delle prospettive di sviluppo umano, ma anche di orizzonti e di rapporti con l'ambiente naturale, e con la biodiversità che, non l'uomo in se stesso, ma l'attuale modello di pseudo civiltà umana imperante minaccia con spietata volontà distruttiva.
Diceva un grande studioso libertario della terra come Jacques Élisée Reclus, già agli albori dello sviluppo industriale, che i fenomeni che osserviamo nella natura non vanno considerati isolatamente, ma nelle loro imprescindibili relazioni: «studiare a parte e in modo dettagliato l'azione particolare di questo o quell'elemento dell'ambiente: freddo o caldo, montagna o pianura, steppa o foresta, fiume o mare in una determinata tribù; ma è attraverso uno sforzo di pura astrazione che ci si ingegna a presentare questo particolare dell'ambiente come se esistesse in maniera distinta e che si cerca di isolarlo da tutti gli altri per studiarne l'influenza essenziale. Persino laddove quest'influenza si manifesta in modo assolutamente preponderante nei destini materiali e morali di una società umana, essa si frammischia ad una congerie di altri stimoli concomitanti o contrari nei loro effetti. L'ambiente è sempre infinitamente complesso e l'uomo è di conseguenza sollecitato da migliaia di forze diverse che si muovono in tutti i sensi, sommandosi le une alle altre, alcune direttamente, altre seguendo angoli più o meno obliqui, oppure contrastando reciprocamente la loro azione". L'uomo non è che una parte organica di un sistema complesso e variamente articolato da cui non può prescindere e in cui non può in alcun modo pretendere di imporsi.
Egli ci ricorda che stessa lotta tra le classi, che egli testimoniò partecipando alla Comune di Parigi, non è altro che «la ricerca dell'equilibrio».
Tale lotta oggi è globale per riequilibrare il mondo, e va dunque affrontata con strumenti culturali, economici e sociali globalmente avanzati.

Con questa consapevolezza ci rivolgiamo fiduciosi a tutti coloro che vorranno annaffiare questo grano di senape affinché diventi albero frondoso per restituire ossigeno alla terra, frutti e frescura all'umanità e rifugio sicuro per gli uccelli di un cielo più limpido e trasparente.


C.F.

sabato 20 agosto 2011

La prospettiva verso cui muoversi: il socialismo del XXI secolo.

La prospettiva verso cui muoversi:
il Socialismo del XXI secolo !
di Paolo Ferrero
(da Liberazione del 20 agosto 2011)

Non c’è stato nessun rimbalzo. Ieri le borse non hanno recuperato il tonfo del giorno precedente. Si può fare una lunga disamina delle cause che hanno portato a questo: gli speculatori hanno paura della tobin Tax; visto che i titoli sintetici sono dei mostri ingestibili, che possono nascondere perdite enormi, i più furbi stanno togliendo le mani dalla tagliola e mettendo al sicuro il malloppo: oro e titoli di stato americani; il fatto che le economie sono rientrate in recessione e quindi ci si aspetta un periodo di vacche magre; molti titoli sono sopravvalutati e quindi la bolla speculativa si sta sgonfiando, ecc.

Si può fare un lungo elenco dei motivi del disastro attuale - e i giornali lo fanno con dovizia di particolari - ma il risultato non cambia: dopo tre anni di crisi e 15.000 miliardi di dollari sprecati dagli stati per salvare le banche private, siamo punto e a capo in piena recessione. Non solo, gli stati si sono indebitati per salvare le banche e poi gli stessi finanzieri hanno abbondantemente speculato sui debiti sovrani, fregando altri soldi agli stati (pardon, ai cittadini) come stiamo verificato di persona. Oltre al danno la beffa.
Non solo, come medici ubriachi gli esponenti dei poteri forti che siedono a capo dei governi - in particolare quelli europei - stanno continuando a dare al malato la medicina che l’ha portato in coma: tagli delle spese sociali e pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Così la recessione è assicurata. La Merkel è stata così solerte a chiedere ed ottenere il taglio delle spese e il conseguente massacro sociale nei vari paesi europei che è riuscita nella mirabolante impresa di mandare la Germania in recessione: dove diavolo le vende le merci l’azienda tedesca se in Europa nessuno ha più i soldi per comprare? Il mitico Marchionne, che il Ministro Sacconi vuole trasformare nel patrono d’Italia, dopo aver usato a piene mani la speculazione nel far crescere il titolo di una azienda dedita non alla produzione di automobili ma alla distruzione dei diritti dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, si ritrova adesso con un pugno di mosche.

Il fatto che nessuno dei nostri governanti vuole ammettere - e con loro nessun manager e nessun commentatore economico o politico - è uno e uno solo: si chiama fallimento del capitalismo. E’ il capitalismo neoliberista che ha fallito e il moribondo non è in grado di riprendersi. Non solo: continuando a somministrare la medicina neoliberista, il malato sta sempre peggio, mentre vengono demolite le fondamenta del vivere civile.
Se il problema fosse un fatto privato degli speculatori e dei manager potremmo far finta di nulla. Invece questi delinquenti stanno applicando le loro assurde ricette ideologiche sulla nostra pelle, sulla pelle di milioni e milioni di persone.
E così, i loro esperimenti portano le persone a non avere i servizi sociali, a doversi pagare le cure mediche, a non trovare un lavoro; la società si ripiega su se stessa, nella paura e nell’insicurezza. Per questo diciamo chiaramente che il problema si chiama capitalismo e che occorre cambiare cura: occorrono misure di tipo Socialista a partire dalla ripresa della piena sovranità degli stati sulla moneta e sulla finanza.
Il bivio è chiaro dinnanzi a noi: o gli stati sottomettono la moneta ed esercitano democraticamente la propria sovranità sul denaro demolendo i potentati finanziari costruiti in questi anni, oppure la finanza distruggerà le condizioni di vita sul pianeta producendo un pesante regresso della civiltà umana. Questo è il punto. Anche perché i poteri forti stanno portando allo sfacelo la società ma continuano ad avere il potere di farlo. Hanno i soldi per comprasi tutto: dalle università ai mezzi di comunicazione, al complesso degli operatori che concorrono a formare la pubblica opinione. Hanno i soldi per sfidare e piegare gli stati. O gli stati mettono la mordacchia al capitale finanziario o questo demolirà la società, realizzando l’utopia reazionaria della Thatcher che sosteneva per l’appunto che la società, semplicemente «non esiste».
Per questo, va bene parlare di eurobond, di Tobin tax e così via. Rischiano però, oramai, di essere misure largamente insufficienti. Per rimanere alla metafora medica, non basta un’aspirina quando il problema è il cancro. E’ necessario fare un salto di qualità, rapido e radicale. Occorre cambiare radicalmente il ruolo della Bce, sottoponendola al potere politico e obbligandola a battere moneta per finanziare la riconversione ambientale e sociale dell’economia e la piena occupazione. Occorre nazionalizzare le grandi banche e decidere democraticamente la gestione degli investimenti. Occorre rovesciare il trattamento fiscale del lavoro e della finanza: poche tasse sul lavoro e moltissime sulla finanza e sulle grandi ricchezze, a partire dalla patrimoniale.

Le nostre proposte concrete e praticabili, a partire dalla patrimoniale, che dobbiamo fare per rendere tangibile e non fumosa la nostra proposta, debbono quindi avere questo respiro e questa portata: il capitalismo neoliberista è fallito, si tratta di impedirgli di continuare a fare danni e indicare con chiarezza la prospettiva verso cui muoversi:

Il Socialismo del XXI secolo !!!


sabato 13 agosto 2011

Lega dei Socialisti: Governo di unità nazionale? Mai subalterno all’economia !

Lega dei Socialisti: Governo di unità nazionale?
Mai subalterno all’economia !



«L'economia mette "sotto tutela" gli stati nazionali. I cittadini sono costretti a colmare i vuoti di bilancio degli stati che a loro volta sono "strumenti" attraverso i quali l'economia globale cerca di limitare i danni. Gli assenti, in questo schema, sono i partiti politici della sinistra, italiana ed europea, che, incapaci di coordinarsi e di produrre un progetto comune, si illudono di poter "cavalcare la tigre" senza venire azzannati, spacciando per proposta politica una serie di placebo che danneggiano i più deboli e non incidono minimamente sui danni creati dalla finanza.

Sul tema interviene "Franco Bartolomei", Segretario Nazionale della Lega dei Socialisti e membro della direzione nazionale del PSI: "la sinistra ufficiale si illude, a questo punto non so più quanto in buona fede, di poter cavalcare questo attacco alimentando una promessa di maggiore affidabilità, sperando in tal modo di supplire alla propria incapacità di costruire un consenso maggioritario nel paese attorno ad una propria autonoma proposta alternativa di modello di sviluppo." All'interno di questo scenario, prosegue Bartolomei, "non giunge alcun significativo segnale diretto a riunificare le forze socialiste di ognuno dei singoli paesi della UE attorno ad un concreto programma di ristrutturazione democratica della costruzione europea, che porti ad invertire in modo deciso, in favore della sovranità democratica liberamente espressa dalle popolazioni d'Europa, l'attuale rapporto di assoluta subalternità esistente tra le classi politiche e le tecno strutture finanziarie che a livello mondiale e continentale orientano in modo assolutamente vincolante le scelte dei governi".

Oggi è fin troppo evidente che le scelte economiche imposte ai governi nazionali hanno una sola finalità, che è quella di far ingoiare, per amore o per forza, il prezzo del riequilibrio del sistema ai ceti medio bassi. Gli stati non correggono più i mercati, si limitano a dire "si". La sinistra non impone la difesa dei deboli nè l'intervento dello stato per far assumere a chi è responsabile di queste sciagure la propria responsabilità. Anche la sinistra si limita a dire "si". All'interno di questo sistema malato, la Lega dei Socialisti vuole agire da anticorpo, "cercando di costruire una rete di alleanze politiche con tutte le forze ed i movimenti interessati a riprendere le fila di un ragionamento critico sulle scelte di politica economica e sociale".

A chi invoca un governo di responsabilità nazionale per far fronte al momento drammatico che il paese attraversa, Bartolomei risponde "L'ipotesi di un Governo di unità nazionale può essere avanzata dalla sinistra esclusivamente allo scopo di costruire un esecutivo di largo consenso che sia in grado di resistere alle richieste di compressione dello Stato Sociale e di sterilizzazione della sovranità nazionale proveniente dalle autorità finanziarie sovranazionali. Un governo in grado di riuscire ad attivare, sulla base di una diversa progettualità, meccanismi di crescita fuori dai dettami e dalle strettoie liberiste e monetariste indicate dagli organismi finanziari internazionali".
Un esecutivo, quindi, che sia realmente in grado di operare scelte a favore del paese e dei cittadini, che non mascheri una reale subalternità al mondo economico con semplici slogan, parole d'irdine e "cerotti" vari ma che invece reclami nei fatti, con forza e determinazione, la sua indipendenza. Un governo, infine, che non sia la prosecuzione, a sinistra, del modus operandi e dell'essenza del berlusconismo.
"In nessun caso", conclude Franco Bartolomei "può essere proposta una soluzione di unità nazionale al solo scopo di costruire un quadro politico nuovo in cui viene avviata una progressiva sostituzione del centro-destra sul terreno di una maggiore affidabilità garantita al sistema finanziario mondiale da parte di una nuova classe dirigente, espressione della sinistra ufficiale."

A queste condizioni ben venga un governo di unità nazionale...

Lega Nazionale dei Socialisti

domenica 7 agosto 2011

Camila mette in crisi il governo cileno

Camila mette in crisi il governo cileno


Dicono sia molto riservata, soprattutto per quel che riguarda la vita privata. Tranquilla e riflessiva. Dicono anche che negli ultimi mesi sia diventata più audace. Coraggiosa e determinata. Sono i tratti distintivi del carattere di Camila Vallejo. Questo nome non vi dirà niente. Ma Camila, 23 anni e studentessa di Geografia, in Cile è una star. Un po’ per le sue idee politiche che stanno mettendo in crisi il governo del Paese, un po’ perché è davvero bella. Lunghi capelli scuri. Occhi verdi tendente all’azzurro. Un piercing al naso. E ogni volta che i media (nazionali e non) le fanno notare la sua bellezza, lei risponde: “Non ho scelto io il mio aspetto fisico, ho scelto però le mie battaglie”.

La prima su tutte riguarda il sistema scolastico pubblico. Camila è il presidente del Fech, Federazione degli studenti dell’università del Cile. La seconda donna in 106 anni di storia. È stata eletta nel 2010, superando anche il leader Giorgio Jackson che le riconosce “una marcia in più”. Il punto è che Camila da quattro mesi sta guidando la protesta nel Paese. Migliaia di studenti in piazza. Centinaia di istituti occupati. Poi flash mob, carri allegorici e iniziative colorate. Come una corsa a staffetta di 1800 ore intorno al Palazzo del governo. Il dissenso è stato contagioso. E alla fine Camila ha portato in piazza per ben tre volte 200mila persone. Non solo studenti (compresi quelli delle scuole private) in marcia anche famiglie, anziani e cittadini. Tutti a chiedere un’istruzione più equa. E soprattutto meno dispendiosa: basti pensare che per andare all’università pubblica servono quasi mille euro al mese. Una spesa insostenibile per molti che si indebitano per decenni.

Insomma Camila vuole riformare il sistema in vigore dalla dittatura. E i cileni, restii alle proteste di massa, questa volta sono d’accordo, o almeno l’81 per cento di loro. Il governo che spende l’0,84 per cento del Pil (ben al di sotto delle media mondiale) nell’istruzione sembra non voler ascoltare. Ha proposto una riforma che prevede un aumento dei fondi, ma loro hanno rifiutato. Vogliono cambiare. E così la popolarità del presidente Sebastián Piñera è scesa dal 70 per cento, quando salvò i minatori dal pozzo, al 35. I media cileni ne attribuiscono la causa anche alla protesta degli studenti.
E Camila viene intervistata di continuo. Spiega con freddezza le ragioni degli studenti, snocciola dati. Non perde la calma nemmeno quando in un confronto televisivo, politici navigati fanno della suo aspetto un punto debole. “Sei tanto intelligente. Ma dovresti essere un po’ meno bella perché a questo modo capita che uno si distrae e non ascolta”. Sarà. Ma intanto “Compagna Camila” (di formazione socialista, come i suoi genitori), va dritta per la sua strada. Vuole vincere la battaglia per una scuola “più equa” e regolarizzare “la giungla delle private”. Per poi “continuare nella politica, nel partito”. E dalla sua ha migliaia di persone che la seguono. Oltre 20mila fan sulla sua pagina Facebook. Centinaia di commenti sui video, decine di “innamorati”. E c’è chi le ha dedicato pure una canzone.

Una sovraesposizione mediatica che in Italia a nessun giovane è concessa. È una mancanza di idee? O un problema del sistema?


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