mercoledì 28 marzo 2012

Grave lutto per i Socialisti e per tutti i Democratici: è scomparso il Compagno Elio Capodaglio

Tutti i Socialisti delle Marche della Provincia di Macerata e di Recanati inchinano commossi le loro bandiere nell'omaggio e nel ricordo della vita ,delle opere e della grande sensibilità umana del Compagno ELIO CAPODAGLIO.

Scompare con lui un pezzo importante della storia migliore del Socialismo Marchigiano , del Movimento Sindacale Nazionale e dell'intera Sinistra per la quale Capodaglio ha lottato per una vita affinchè superasse le vecchie divisioni e fosse finalmente unita.

Elio è stato un grande innovatore nella sua lunga attività istituzionale e di legislatore regionale.

Portano la sua firma e sono dovuti al suo impegno atti fondamentali quali il Primo Piano Socio Sanitario Regionale e il Primo Piano di Tutela Paesistico Ambientale delle Marche.

Elio è stato un grande uomo sempre a fianco degli umili e delle classi lavoratrici.

Capodaglio voleva essere definito non un "Assessore Socialista" ma un "Socialista che , temporaneamente, ricopriva l'incarico di di Assessore Regionale".

I Socialisti lo abbracceranno per l'ultima volta

SABATO 31 MARZO DURANTE LA FUNZIONE FUNEBRE CHE SI SVOLGERA' A RECANATI PRESO LA CHIESA DI SAN DOMENICO ALLE ORE 16,30 e rivolgono , intanto, le più sentite condoglianze a tutta la famiglia di Elio Capodaglio.


Roma - Recanati li 28/03/2012


Luciano Vita
(Segretario Regionale P.S.I Marche)

Dario Conti
(Presidente Provinciale P.S.I Macerata)

Ivo Costamagna
(Segretario Provinciale P.S.I. Macerata )

Antonio Baleani
(Segretario Cittadino P.S.I. Recanati)

martedì 27 marzo 2012

Compie 100 anni la staffetta partigiana Tiraboschi - Compagna Fernanda Paci Tiraboschi

ANCONA - Compie oggi 100 anni Fernanda Paci Tiraboschi, partigiana, una vita dedicata all'impegno sociale e politico nelle file dell'antifascismo e del socialismo.

Nata a Faenza (Ravenna ) il 27 marzo 1912, e' stata impegnata nella Resistenza tra luglio 1943–agosto 1944, fino alla Liberazione dall’occupazione nazifascista, a fianco del marito Amato Tiraboschi (nome di battaglia Primo), vice comandante e successivamente comandante della V Brigata Garibaldi, di cui nelle Marche facevano parte esponenenti di tutte le aree politiche.

Come il marito (morto nel 1948) Fernanda Paci veniva dal Partito d'Azione e dopo lo scioglimento nel 1947 conflui' nel Partito Socialista Italiano, assieme ad altri esponenti 'azionisti', come Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro e 'padre' dello Statuto dei Lavoratori. Sempre in prima fila nelle battaglie per il lavoro e per i diritti delle donne, e' stata consigliere comunale del Psi di Ancona per 15 anni consecutivi, dal 1951 al 1966. Oggi sara' festeggiata dai familiari e dai vecchi compagni. Nel pomeriggio le fara' gli auguri di persona il sindaco di Ancona Fiorello Gramillano.

Madre del Compagno Angelo Tiraboschi, esponente del Psi Marchigiano negli anni 70, 80 e 90 le giungano gli auguri più affettuosi di tutti i Socialisti Marchigiani .....Cosi' LUCIANO VITA segretario regionale del PSI - Marche.

sabato 24 marzo 2012

Documento della SINISTRA SOCIALISTA per l'assemblea Nazionale del PSI del 1° Aprile 2012

di Franco Bartolomei

La proposta del governo Monti di riforma dell'art 18 dello Statuto dei Lavoratori stravolge il sistema delle tutele del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato , e costituisce una palese violazione del quadro di dialogo sociale che avrebbe dovuto caratterizzare l'esperienza di un governo costituito per garantire interessi e necessita' di unita' nazionale .

Questa unilaterale conclusione delle trattative tra le parti sociali con una proposta governativa di soluzione finale gradita solamente alle associazioni imprenditoriali , al sistema bancario e finanziario, ed alle autorita' monetarie europee, rappresenta una sostanziale trasformazione della natura politica del governo,che va purtroppo a confermare i motivi di opposizione al suo operato che i nuovi provvedimenti emanati sulle privatizzazioni dei servizi pubblici e delle reti infrastrutturali strategiche ( Terna , Snam - rete gas, Ferrovie) ), la insistenza sull'inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio , e l'assenza di una adeguata tassazione delle rendite da capitale , avevano gia'suscitato in larga parte del paese.

Nel merito le modifiche proposte dal governo all'art 18 dello Statuto dei Lavoratori sono per noi assolutamente inaccettabili sui seguenti punti, che ne qualificano chiaramente il segno liberista ed incostituzionale:

1)Nel considerare non reintegrabile automaticamente il lavoratore licenziato per motivi disciplinari che non integrano una grave e fondata violazione degli accordi contrattuali o delle norme di ordine pubblico.

2) Nel non consentire una verfica giudiziale della fondatezza effettiva della causa economica .

3) Laddove non qualificando normativamente i limiti di questa causa si rimette di fatto il destino del lavoratore alle mere scelte della cosidetta"Liberta' d'Impresa".Gli stessi aspetti innovativi della riforma proposta in materia dimmortizzatori non vengono sostenuti da adeguati incentivi e coperture finanziarie .

Allo stesso modo riteniamo che la nuova stesura dell 'art 81 della Costituzione , comprendente un obbligo costituzionale di pareggio di Bilancio, sia una norma destinata solo a precludere ad un governo qualsiasi manovra minimamente incidente di politica sociale , economica ed industriale, che ignora volutamente altri sistemi ben piu' elastici e progressivi per controllore la spesa pubblica , molto meno penalizzanti per la realizzazione di interventi pubblici di natura anticiclica ed incentivante , indispensabili in momenti di recessione come quello che stiamo attraversando.

Non solo, con le contestuali modifiche agli articoli 97, 117 e 119 viene meno la stessa forma di Stato delle autonomie, che ci caratterizza.

Inoltre un vincolo operativo del genere,di natura assolutamente monetarista, assurto peraltro al rango di norma costituzionale ,aumenterebbe ancor di piu' la dipendenza di una possibile politica economica e/o industriale pubblica dalla strettoia del finanziamento privato,rendendola assolutamente condizionata nelle sue opzioni dai vincoli regolati a livello sovranazionale dalle autorita' di controllo monetario.

Una norma di tal fatta rappresenta nei fatti l'ultimo, e piu' pericoloso, retaggio di una subalternita' forzata alla politica comunitaria impostata dall'asse Merkel-Sarkozy, responsabile di una conduzione della politica comunitaria che ha disastosamente condotto la Unione europea sull'orlo del collasso, e contrasta in modo stridente con la recente svolta intrapresa dalla Fed e dalla BCE con i loro ripetuti Quantitave Easing, che stanno consentendo di garantire alla Grecia una uscita soft dal sistema Euro con molti meno costi sociali e senza traumi per il resto del sistema monetario comunitario.

Appare, in particolare, gravissimo che il governo, fin dalla sua iniziale conduzione delle trattative sulla riforma del mercato del lavorora, ed ora ancor piu'con la sua inaccettabile proposta finale, abbia continuamente trasmesso all'opinione pubblica il messaggio fuorviante ed interessato che i problemi della arretratezza del nostro sistema produttivo fossero generati da un eccessivo livello di tutele del lavoro, accreditando in questo la vulgata bancaria ed imprenditoriale per cui la flessibilizzazione dei rapporti d'ingresso nel mondo del lavoro sarebbero la conseguenza necessaria delle rigidita' dei sistemi di uscita , senza in alcun modo denunciare come la precarizzazione dei rapporti di lavoro , figlia della esigenza di recupero di profitti a parita' di base produttiva indispensabile a sostenere i processi di finanziarizzazione dell'economia, sia stata la prima responsabile del crollo della domanda interna non appena la rendita speculativa e l'indebitamento diffuso dei consumatori sono crollati in conseguenza del corto circuito del sistema finanziario e bancario.

Il governo con questa sua proposta sul lavoro punta ad alimentare uno scontro generazionale ,per convincere l'opinione pubblica che il lavoro a tempo indeterminato garantito dalle tutele tradizionali dell'art 18 costituisce un ostacolo all'allargamento dei livelli occupazionali alle giovani generazioni, e gioca a scaricare sul modo del lavoro dipendente il problema dei nostri limiti di crescita , facendo finta di non vedere che i bassi investimenti esteri nel nostro sistema paese sono essenzialmente il frutto di un sistema amministrativo inefficente ed inaffidabile ,che rende onerosa ed insicura la realizzazione un investimento economico di lungo periodo in tutte le aree del paese ad alto tasso demografico, basso reddito medio, e bassa concentrazione di installazioni produttive ( Italia Meridionale), naturalmente oggetto di interesse per qualsiasi nuovo investitore.

Il Governo evita quindi di concentrare le sue energie, come dovrebbe, sulla attuazione di strumenti operativi in grado invertire la pratica diffusa da almeno un ventennio di disinvestimento in innovazione tecnica e produttiva , di delocalizzazioni produttive della piccola e media impresa fondate sulla rincorsa alle flessibilita' estera del lavoro dipendente e la rinuncia a qualsiasi sfida sulla qualita' di gamma del prodotto ( vedi tutto il settore tessile e abbigliamento) , di distruzione di un sistema di grandi aziende produttive pubbliche, tutte altamente competitive e ridotte a livelli di indebitamento spaventoso, dopo frettolose privatizzazioni a buon mercato , che hanno reso impossibile vere politiche aziendali di rilancio produttivo ( vedi : Iri , Enel , Telecom , Autostrade , Acea), di distruzione finanziaria di grandi aziende private avvenuto in relazione alla estensione dei processi di finanziarizzazione speculativa dei rapporti economici caratterizati da forti reimpieghi in campo speculativo di disinvestimenti produttivi ( vedi : Parmalat , Cirio , Pirelli cavi, Monte dei Paschi, ed in parte anche la Fiat) , e di indebolimento progressivo della domanda interna in ragione di una politica aziendale di bassi salari favorita dalla contemporanea inefficenza e pesantezza del sistema fiscale.

Il Governo insiste infatti a privilegiare una politica di compressione della domanda ed, in perfetta continuita' con il passato, non imposta alcuna nuova politica industriale nazionale per governare processi di ristrutturazione e di riprogrammazione delle scelte produttive inevitabili in presenza di formidabili mutamenti delle condizioni del mercato internazionale e del sistema bancario e finanziario nazionale, perpetuando quella assenza di iniziativa che ha gia' in passato penalizzato direttamente tutti i settori di punta del nostro apparato produttivo ( vedi ad es. Cantieristica, Siderurgia, Agro- Alimentare, Meccanica, per non parlare del disastro della Chimica e della Farmaceutica).

La verita ' e' che il Governo Monti ha gettato sulla questione lavoro tutto il suo nuovo forte peso politico , utilizzando il credito ad esso derivato dal raffreddamento della pressione dei mercati finanziari sui nostri titoli pubblici e dalla nuova centralita' acquisita nei rapporti europei in conseguenza del disastro combinato in Grecia dalle banche francesi e tedesche, entrambi frutto dell'accreditamento ricevuto dalla nuova espansiva politica monetaria statunitense che ha messo da parte la centralita' decisionale dell'asse merkel-sarkozy, per portare a compimento tutti i processi di flessibilizzazione del mercato del lavoro, e di privatizzazione dei servizi pubblici , necessari ad alleggerire ulteriormente la spesa pubblica, nel tentativo di sostenere processi residuali di crescita dalle flebili prospettive, tutti rivolti , in ogni caso, in assenza di un mutamento sostanziale del modello di sviluppo , a ricercare eclusivamente un numero limitato di possibilita' imprenditoriali interne sostitutive del pubblico, o una lieve implementazione di alcune opportunita' professionali , inseguendo sulla china della massima flessibilizzazione possibile dei rapporti di lavoro un quadro di competizione internazionale difficilissimo per economie finora equilibrate attraverso l'adozione concertata di superiori parametri di garanzie sociali.

In tal senso l'azione di questo Esecutivo, nato anche in conseguenza della indecenza della nostra classe politica , non si discosta dal disegno di riattivare un modello di crescita ormai logoro ed inadeguato, proposto dalle classi dirigenti finanziarie e monetarie responsabili a diversi livelli della crisi di sistema che stiamo attraversando , dimostrando di voler accelerare , in stato di emergenza, tutti i processi, ancora mancanti, di adeguamento a questo miope disegno di stravolgimento della nostra costituzione nateriale , non ancora perfezionati del tutto finora solo per via delle paure e delle contraddizioni di un sistema politico non sufficentemente consapevole della crisi sistemica in atto.

E' evidente che questa autentica svolta politica del governo Monti ,che rovescia le premesse condivise su cui era stato costruito in seguito alla disfatta del governo di centro-destra, implica logicamente per il Partito Socialista l'assunzione di una esplicita e formale posizione di opposizione al governo , e l'abbandono di ogni tentazione verso una politica di unita' nazionale , ora e dopo le elezioni del 2013, che erediti e continui l'esperienza del Governo Monti sull'asse del rapporto tra il PD ed un Centro Moderato allargato ai reduci della disfatta berlusconiana , che non avrebbe minimamente nel suo DNA il progetto di resistere alle richieste di compressione dello Stato Sociale e di sterilizzazione della sovranità nazionale proveniente dalle autorità finanziarie sovranazionali.

Una ipotesi del genere ,che diverrebbe inevitabile per il partito qualora decidesse di continuare nel suo appoggio al governo Monti, non puo' consentire in alcun modo in di riuscire ad attivare meccanismi di crescita fuori dai dettami e dalle strettoie liberiste e monetariste sulla base di una diversa progettualita' ,partendo dalla difesa dei redditi e dalla stabilizzazionezione dei rapporti di lavoro,dalla rigorosa patrmonialita' delle imposizioni fiscali contemporanea alla detassazione dei reinvestimenti produttivi, dalla concentrazione di risorse aggiuntive recuperate dal debito su ricerca e innovazione ,e dall'avvio di una politica energetica sulle fonti rinnovabili che consolidi l'autonomia produttiva del paese e consenta l'avvio di una politica di ristrutturazione e riconversione industriale finalizzata all'aumento della base produttiva.

Non può quindi essere riproposta per il dopo voto , come purtroppo sembra avvenire, una soluzione di apparente unità nazionale, tra forze politiche che si autolegittimano " ad escludendum"attraverso una nuova favorevole legge elettorale, finalizzata al solo scopo di costruire un quadro politico nuovo in cui venga avviata per un lavoro di lungo periodo una progressiva sostituzione del centro-destra sul terreno di una maggiore affidabilità garantita al sistema finanziario mondiale da parte di una nuova classe dirigente, anche espressione della sinistra ufficiale, che, in totale assenza della autonomia culturale necessaria a progettare un diverso modello di crescita per il bene del paese, si adegui alle soluzioni indicate dagli organismi finanziari internazionali, quali strade obbligate per sottrarre il nostro sistema economico al tiro al bersaglio indiscriminato da parte delle concentrazioni finanziarie che governano con logica assoluta i mercati mondiali , e che sulla base della osservanza di questa compatibilita' di fondo regolano o " riformano" i rapporti sociali .

La pressione continua dei mercati finanziari sulle nostre aziende e sui nostri Bond rappresenta tuttora il segnale di un attacco generale di natura e portata sistemica che travalica le valutazioni sulla compatibilita' dei nostri conti pubblici , ed e' chiaramente diretto a modificare nuovamente il sistema politico del nostro paese, gia ' minato dalla crisi di credibilita' che investe le sue rappresentanze , per cui la sinistra, se vuole sopravvivere politicamente a questo disegno diretto a favorire una ulteriore involuzione dei rapporti sociali, deve puntare al ripristino della capacita'del sistema stato-ordinamento di governare e regolare i processi economici ,sociali e finanziari, reali, attraverso la ricostruzione di istituti pubblici , dotati di poteri autoritativi finalizzati a consentire la riattivazione di una politica industriale del paese, e la attuazione degli interventi di programmazione e riforma necessari a dirigere ed orientare le scelte degli operatori economici .

Una sinistra che vuole contrastare la sfiducia e l'antipolitica deve inoltre abbandonare ogni difesa delle dispendiose prerogative di un ceto politico di scarsa qualita' complessiva, che in ragione della propria autoreferenzialita' rifiuta con pervicacia qualsiasi riforma , orientata alla deprofesionalizzazione del sistema delle rappresentanze, di un sistema politico peggiorato da una legge elettorale che concentra in una ristretta oligarchia la nomina dei parlamentari con le liste bloccate , e che con un incostituzionale premio di maggioranza obbliga ad alleanze senza coesione politica ,e perciò incapaci di governare .

Per realizzare una prospettiva di questo tipo occorre un quadro politico ben diverso ed un sistema di alleanze a sinistra assolutamente diverso da quella inevitabile subordinazione al PD ,implicita nella assunzione di una interpretazione moderata del centro-sinistra, che inevitabilmente portera ' in assenza della ricerca di soluzioni alternative ad una confluenza socialista nelle sue lista alle elezioni del 2013.

Noi pensiamo al contrario che il compito dei Socialisti debba essere tutt'altro, e che il nostro ruolo debba essere svolto tutto all'interno di un grande progetto di rinascita e ristrutturazione della Sinistra italiana nel quadro piu' generale di rifondazione che sta rivitalizzando tutto il Socialismo europeo, anche attraverso la ricerca di possibili alleanze elettorali a sinistra del PD finalizzate ad allargare , ben oltre i nostri ridotti limiti elettorali, una area politica piu' vasta ad esso alternativa , che possa guardare al riferimento generale costituito dal PSE come punto di orientamento per ricostruire una nuova grande forza Socialista nella Sinistra Italiana ,attraverso un processo costituente simile a quello che il congresso di Epinay indico' a suo tempo al Socialismo Francese.

Una nuova forza Socialista in grado di superare quella ormai cronica inadeguatezza del PD a guidare un progetto di governo alternativo della sinistra , autonomo dai poteri forti nei suoi riferimenti programmatici e culturali , ed autenticamente maggioritario nella societa', che rappresenta un limite sempre piu' avvertito al suo stesso interno , tanto che suoi esponenti nel parlamento Europeo hanno aderito al MANIFESTO PER UN’ALTERNATIVA SOCIALISTA EUROPEA manifestando insofferenza per l'assenza di un chiaro profilo identitario del loro partito.

In questo qudro le scelte compiute per le amministrative di marzo da molte importanti realta' del Partito, non in condizioni di formare liste autonome, come Verona , la Spezia , Bitonto , Piacenza , Civitanova Marche, possono costituire una indicazione utilissima per le prossime elezioni politiche , ed in ogni caso fin da ora rappresentano la risposta spontanea del nostro quadro intermedio al tentativo del PD di azzerare il nostro spazio politico ,attraverso una riforma elettorale studiata per contenere il sistema politico futuro entro i limiti di compatibilita' sociale ed economica che l'operato dell' attuale governo " Tecnico " sta sistematicamente definendo.

I compagni che sottoscrivono questo documento ritengono che Il Consiglio Nazionale del 1° Aprile sara' una opportuna sede per sancire con un deliberato la contrarieta' dei SOCIALISTI a questo progetto del governo, e ritengono che il Partito ,piu' in generale, debba in questa sede decidere di assumere una posizione di opposizione al governo.

FRANCO BARTOLOMEI - SEGRETERIA NAZIONALE PSI

venerdì 23 marzo 2012

Direttivo Regionale PSI


Marche - Il PSI mai alleato del Centrodestra !


IL SEGRETARIO

COMUNICATO STAMPA

Il Partito socialista regionale sconfessa l’alleanza dei socialisti sangiorgesi con il candidato del centro destra Avv. Roberto Mandolesi

Il Psi delle Marche, coerentemente con la sua storia, è un partito di sinistra da sempre alleato con coalizioni di sinistra e di centro sinistra nella Regione, nelle Province ed in tutti i comuni superiori ai 15.000 .

Alle prosssime consultazioni elettorali del 6 e 7 Maggio p.v. hanno ribadito la loro collocazione politica in alleanze di centro sinistra in tuti i comuni superiori ai 15.000 abitanti, ed è per questo che sono decisamente contrari alle decisioni dei socialisti sangiorgesi di allearsi con un candidato sindaco di una coalizione di centro destra.

Nelle Marche mai il simbolo socialista è stato affiancato al simbolo del Popolo delle Libertà e certamente non sarà questa segreteria regionale a permetterlo.

Questa decisione non è personale del segretario regionale , ma la conseguenza di un documento politico approvato all’unanimità dal direttivo regionale socialista del 28/Ottobre/2011, che tra l’altro sostiene:

“I socialisti delle Marche rivendicano alleanze variabili, esclusivamente all’interno del centro sinistra,a partire da quelle forze di tradizione socialista, laica, socialdemocratica, repubblicana, radicale, ambientalista e popolare”popolare.

In virtù di questo deliberato il segretario sangiorgese, Luigi Marangoni, era stato “avvertito”dall’adottare iniziative contrarie alle risoluzioni del partito.

Decisione ribadita nella riunione della segreteria regionale socialista del 28/Febbraio/u.s.,allargata ai cinque segretari provinciali, in cui si è approvata all’unanimità dei presenti e sentiti i pareri favorevoli dei segretari provinciali assenti, la decisione di negare l’uso del simbolo socialista in una coalizione di centro destra,per di più con la presenza del simbolo del” Pololo delle Libertà”

Per queste ragioni Il PSI delle Marche :

sconfessa l’alleanza socialista sangiorgese con il candidato di centro destra Avv. Roberto Mandolesi; autorizza il segretario Regionale a non concedere il simbolo socialista all’interno della coalizione del candidato sindaco Avv.Roberto Mandolesi.

DIFFIDA il segretario sangiorgese Luigi Marangoni dall’uso del simbolo del partito socialista, perdurando la collocazione dei socialisti sangiorgesi in una coalizione di centro destra;

DIFFIDA il candidato sindaco Avv. Roberto Mandolesi dall’uso del simbolo socialista su tutto il suo materiale di propaganda elettorale, riservandosi autonome azioni politiche e legali per il rispetto delle decisioni regionali del PSI Marche.

Fa Appello agli autentici socialisti sangiorgesi a rivedere le loro posizioni e consentire la presenza dei socialisti e del loro simbolo in una alleanza di centro sinistra.


Il Segretario regionale PSI

(Dr. Luciano Vita)

Ancona,li 23/Marzo/2012

giovedì 22 marzo 2012

Clamoroso a Civitanova Corvatta batte Silenzi - Corvatta: “Costamagna è il regista perfetto” !!!

di PSI - MARCHE

Sono in corso già da oggi i primi contatti fra lista Uniti per Cambiare e gli altri partiti che formeranno la coalizione di centrosinistra. Ieri sera al Miramare il candidato sindaco Corvatta ha incontrato i sostenitori per motivare la squadra e ripartire. Un’assemblea a metà fra incontro politico e festeggiamento, con Corvatta che stringe ad ognuno la mano prima di congedarsi: “Ho raccolto i complimenti degli esponenti avversari – dice Corvatta – ringrazio tutti, il vento è cambiato e ho ricevuto tante attestazioni di affetto, ma in particolare voglio ringraziare Ivo Costamagna, di lui si può dire tutto, ma è stato il deus ex machina, regista perfetto che le ha azzeccate tutte, ora abbiamo la forza per andare avanti per costruire una forza coesa, ma larga che condivida il programma”. Una trentina ieri sera i partecipanti tra cui David Favìa, Rosanna Bevilacqua e Giovanni Torresi (tutti e tre dell’Idv), Francesco Annibali (Verdi), Carlo Centioni (ex Dc), Tiziana Streppa e altri esponenti dei movimenti civici.

Commosso fino alle lacrime Ivo Costamagna: “Non mi succedeva da parecchio tempo ad emozionarmi così, al di là dei meriti che mi riconosce Corvatta, ci ho messo il cuore e l’esperienza, ora andiamo avanti per il rinnovamento dei metodi e delle persone. Corvatta non è un personaggio inventato, ma vero, con una storia politica e personale di tutto rispetto, abbiamo scongiurato le forme di nuovismo”. Costamagna poi apre alle allenze: “credo che una persona come Silenzi, con la sua capacità ed esperienza sia importante per questa città, quindi cercheremo il Pd che avrà un ruolo determinante, come determinante è stato anche il ruolo dell’Idv. Dobbiamo cambiare passo per scalzare la mentalità clientelare del centrodestra. La nostra non è la grande ammucchiata, c’è una discriminante che è l’approvazione del programma da parte degli alleati a cui Tommaso metterà mano”.

Soddisfatto anche Favia, che ha inciso in maniera determinante nella sconfitta di Giulio Silenzi: “Abbiamo vinto per 140 voti, non sono tantissimi, per questo non abbiamo partecipato alle primarie, per il rischio di dover appoggiare una candidatura perdente e sgradita. Ora la Bibbia deve essere il programma, l’Idv rappresenta una tessera del mosaico, ma ci siamo in tutto e per tutto. Mobili è un candidato rispettabile e chi entra in questa coalizione ampia dovrà sottoscrivere il programma. Penso sia possibile anche un Modello Marche allargato a Sel, anzi un modello Civitanova in cui sperimentare nuove prospettive”.


Clamoroso a Civitanova Corvatta batte Silenzi

E’ Tommaso Claudio Corvatta il vincitore delle primarie di centrosinistra a Civitanova. Con 140 voti di scarto sul candidato del Pd ed ex presidente della Provincia Giulio Silenzi, sarà il medico civitanovese a fronteggiare Massimo Mobili. Sono stati 3361 i votanti alle primarie, un ottimo risultato di partecipazione da parte dei civitanovesi che hanno scelto il candidato della lista Uniti per cambiare appoggiata da Costamagna e Centioni.

Corvatta ha ricevuto 1489 preferenze, Silenzi 1349, Berdini 391, Carlocchia 70 (4 le schede bianche, 58 quelle nulle).

Ancora un pò confuso e incredulo il vincitore che rilascia a caldo la primissima dichiarazione: “sono contentissimo del risultato ottenuto per la grande partecipazione che si è avuto, anche avessi perso sarebbe stata comunque una festa. Giulio si è dimostrato un ottimo avversario e a lui va l’onore delle armi. Mi ha chiamato anche Berdini per congratularsi, ora lavoriamo tutti insieme per conquistare Civitanova e sottrarla al centrodestra”.

“Un Risorgimento per Civitanova”. Con questa metafora Rosanna Bevilacqua dell’Idv commenta la vittoria di Corvatta. La presidente del quartiere Risorgimento sottolinea il grande risultato ottenuto in questo seggio dal vincitore delle primarie: “Proprio oggi il quartiere è in festa per San Giuseppe, per quanto ci riguarda non potevamo festeggiare in modo migliore”. Corvatta e i suoi sostenitori si sono ritrovati a festeggiare proprio in un locale del quartiere Risorgimento, la pizzeria “La Crescia”.

Intanto da parte di Silenzi arrivano le congratulazioni all’avversario politico Corvatta e la soddisfazione per la partecipazione: “sono state primarie vere – ha detto il segretario del Pd – faccio i miei auguri a Corvatta, adesso tutti insieme per vincere le primarie, spetta a Corvatta il compito di costruire la più ampia alleanza di cui il PD farà parte”.

E proprio sulle alleanze ora si gioca la partita. La sconfitta di Silenzi (fondamentali i seggi del quartiere Risorgimento e Fontespina) apre a nuovi scenari sul fronte delle coalizioni. Non si sa ancora come abbiano accolto la notizia nel centrodestra: sebbene pare che Silenzi fosse più temuto in un eventuale scontro con Mobili, la vittoria di Corvatta potrebbe essere pericolosa per il Pdl, dal momento che l’Ancora, alleata del Pd di Silenzi farà ora un passo indietro, così pure come appare difficile il sostegno dell’ Udc: un bacino elettorale che potrebbe compattarsi e confluire sul Terzo Polo sottraendo così voti importanti per Mobili. E si rafforza anche la posizione dell’Idv che non ha partecipato alle primarie, ma che ha dato indicazioni di voto per Corvatta dopo la campagna contro Silenzi; ora anche il partito di Favia rientra nei giochi delle alleanze. Ma su questo punto, prima ancora di sapere il risultato delle urne una stoccata all’Idv viene inflitta dal comitato di Cultura Legalità e Progresso: “Prima che i soliti noti possano demagogicamente cavalcare l’onda delle primarie considerata l’ampia partecipazione dei civitanovesi – commenta Tiziana Streppa – vogliamo ricordare che per un anno a raccogliere le firme in corso Umberto I, durante i fine settimana, per inaugurare questo grande giorno di democrazia siamo stati noi di Cultura, Legalità e Progresso unitamente alla Lista Civica di Corvatta e Costamagna, a Giorgio Berdini del Pd e Giulio Silenzi. Tutti gli altri partiti si sono detti contrari alle primarie dicendo ufficialmente che non ci sarebbe stata partecipazione per non dire che vogliono il popolo bue che deve subire le decisioni dalle segreterie dei partiti”.

Questi i risultati seggio per seggio:

- CENTRO: Silenzi 451, Corvatta 364, Berdini 129, Carlocchia 9, bianche 2, nulle 16. Totale 981.

- FONTESPINA: Silenzi 225, Corvatta 346, Berdini 49, Carlocchia 8, bianche 0, nulle 11. Totale 639.

- CIVITANOVA ALTA -Silenzi 190, Corvatta 60, Berdini 79, Carlocchia 1, bianche 1, nulle 7. Totale: 338.

- SANTA MARIA APPARENTE: Silenzi 110, Corvatta 103, Berdini 23, Carlocchia5, bianche 1, nulle 0. Totale: 242.

- SAN MARONE: Silenzi 225, Corvatta 301, Berdini 60, Carlocchia 6, bianche 0, nulle 12. Totale: 604.

- RISORGIMENTO: Silenzi 132, Corvatta 304, Berdini 34, Carlocchia 38, bianche 0, nulle 9. Totale: 517.

- SEGGIO MOBILE: Silenzi 16, Corvatta 11, Berdini 7, Carlocchia 3, bianche 0, nulle 3. Totale: 40.


Richiesta Ufficiale di dimissioni del Segretario del Partito Socialista Italiano.

Caro compagno Segretario Riccardo Nencini,

Alla luce dei deludenti risultati ottenuti in questo biennio sotto la tua guida, è di ieri un sondaggio che ci vede penalizzati nei consensi degli italiani, dallo 0,9% allo 0,7 %, in un momento, cruciale per il futuro della nazione, dei lavoratori, in cui il partito non solo non costruisce nuove prospettive politiche, ma, cosa più grave, non riesce a difendere neanche quella eredità di lotta e sangue che i padri fondatori il socialismo italiano hanno fatto l'onore di tramandarci, in qualità di semplice iscritto al partito, ma ancor più, in veste di Consigliere Nazionale del Partito Socialista Italiano, è mio preciso dovere chiedere, ufficialmente le tue dimissioni da Segretario del Partito.Credo, vista la vicinanza del C.N. che si terrà a Lecce il 1° di Aprile, sia opportuno tu rimetta il mandato nelle mani dell'assise, la quale, qualora rifiutasse le tue dimissioni, ti renderebbe pienamente politicamente rappresentativo del socialismo italiano, almeno fino alla fine del mandato che ricordo, per statuto, verrà a decadere, comunque, nell' estate prossima. La Storia ci chiederà conto delle nostre azioni, pertanto, questo, non meno, devo, a me stesso ed al socialismo italiano

Giacomo La Commare C.N. PSI.


mercoledì 14 marzo 2012

IL COMPAGNO "FRANCO D'ALFONSO" A JESI !

Intervista a Bobo Craxi: “La Seconda Repubblica è stata un’esperienza fallimentare”

Per tutti è il figlio di Craxi, ma “Bobo” (all’anagrafe Vittorio Michele) è stato anche sottosegretario agli affari esteri con delega ai rapporti con l’Onu nel secondo Governo Prodi. E’ difficile intervistarlo o parlargli, ignorando “papà Bettino” per il quale compie l’opera missionaria di difesa quotidiana, di lustro alla memoria.Ha scritto due libri (“Routeel Fawara, Hammamet” in cui narra gli ultimi giorni dell’ex leader del Psi e “Craxi. Il Socialismo dei padri e quello di domani”, nel 2009 fonda il giornale on line “Il socialista clandestino” (http://socialist.clandestinoweb.com/).

On.Craxi, quest’anno ricorrono i vent’anni di “Mani pulite” come vive questi giorni?Tra l’altro è uscito anche un libro a firma di Marco Travaglio

“In modo assolutamente sereno. Si è tentato di esaltare una stagione politica e sociale tutt’altro che esaltante i cui esiti sono sottogli occhi di tutti. Il tentativo è fallito le celebrazioni sono uno stanco rito ripetitivo come i libri di Travaglio”.

Suo padre ha pagato per tutti o l’ha danneggiato il fatto di avere vissuto Milano prima ancora che Roma come per gli altri segretari?

“Mio padre ha pagato certamente un conto salato. Dalla sua ha la forza politica e morale di aver previsto ben prima di altri i rischi a cui il sistema democratico andava incontro. Questo certo non consola nè ripaga del clamoroso rovescio che abbiamo affrontato, ma hanno reso più lieve l’esito tragico della falsa rivoluzione”.

Si è ricamato molto sui rapporti tra Lei e Sua sorella Stefania che vi vede in blocchi contrapposti…

“Mia sorella ha avuto comportamenti politici inquieti e contraddittori. E’ d’altronde nella natura di tutti coloro che abbracciano la passione politica nelcorso della propria esistenza. Ora non so se siamo in blocchi contrapposti. Certo la sua condotta è stata sempre poco incoraggiante a favore della ricostruzione di una forza socialista”.

Attualmente Lei è fuori dal Parlamento, dopo avere ricoperto il ruolo di sottosegretario con Prodi II, nel suo futuro quali alleati o simboli di partito vede?

“Il tentativo dei partiti fallimentari della seconda repubblica è quello di dare vita a leggi elettorali che li tutelino al fine di eliminare definitivamente il pluralismo democratico e la dialettica politica. Considero le proposte che vedo avanzare molto pericolose, il suggello del processo anti democratico avviato con la stagione dei tecnici”.

Ha pubblicato due libri e fondato un sito: il socialista clandestino, ma l’ultimo articolo è del 27 ottobre 2011.

“Socialist sospese le sue pubblicazioni a causa della malattia del suo direttore. Presto riprenderanno. Allo stato siamo ritornati in clandestinità”.

Con quali socialisti dei tempi d’oro è ancora in contatto?

“Ho mantenuto molti rapporti con i dirigenti più significativi del Partito Socialista, tranne che con Giuliano Amato. Non parlerei di tempi d’oro, ma di affermazione di una politica che seppe rinnovare il paese e le ragioni della sinistra democratica. Entrambe le cose sono andate smarrendosi”.

Un insegnamento di suo padre Bettino che trova ingiusto sia demolito da magistratura e storia…

“La storia la tentano di scriverla i vincitori, ed allo Stato le tesi contrapposte stanno esattamente in bilico, nessuna prevale più su l’altra. La magistratura italiana è un organismo complesso. Oramai le pulsioni autoritarie e i disegni di potere hanno lasciato spazio ad una più equilibrata e ragionevole attitudine. D’altronde anch’essi per tante ragioni stanno sul banco degli accusati in qualità di responsabili di questa crisi economica e sociale”.


giovedì 8 marzo 2012

*IVO COSTAMAGNA HA AVUTO RAGIONE!SENTENZA DEL TRIBUNALE DI MACERATA SU PARENTOPOLI:"CHIEDERE TRASPARENZA NON E' REATO!"*

*CHIEDERE TRASPARENZA ED ONESTA' A CHI HA GOVERNATO NON E' REATO*


Da oggi c'è anche una * SENTENZA * DEL GIUDICE UDIENZA PRELIMINARE del Tribunale di Macerata, PRONUNCIATA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO, che lo stabilisce nel Processo "Marzetti contro Costamagna"

Il GUP ha rigettato la richiesta di Rinvio a Giudizio del PM e sentenziato l'ARCHIVIAZIONE CON FORMULA PIENA della querela per diffamazione di Marzetti contro Costamagna, nella vicenda della *PARENTOPOLI* Civitanovese


La battaglia ETICA e di progresso continua!!!!


Ivo Costamagna

martedì 6 marzo 2012

Quel che serve e' la rinascita dell ' INTERNAZIONALE SOCIALISTA.

di Franco Bartolomei

Cari Compagni , cominciamo un po' a chiarirci le idee sul PSE.

Un PSE attorcigliato come ora sui problemi del governo dell'euro, attento a non urtare le prospettive politiche dei partiti aderenti, e privo di una capacita' di ragionare su un piano globale con tutte le forze politiche progressiste che dirigono gli altri scacchieri mondiali , ed in particolare i grandi nuovi produttori mondiali emergenti, non puo' costruire in piena autonomia progettuale un nuovo modello di sviluppo continentale, in quanto non e' nelle condizioni di valutare e concordare in una logica di cooperazione e sviluppo le interazioni mondiali che un progetto innovativo di tale portata implicherebbe necessariamente.

E' necessario che il consolidamento del PSE non implichi un ulteriore affievolimento di ruolo della Internazionale Socialista, che puo' essere il solo luogo politico in cui l'europa progressista puo' riuscire ad interloquire direttamente con i partiti, ad essa piu' vicini , che guidano alcuni dei grandi paesi emergenti mondiali in fase di ESPANSIONE ECONOMICA ed in condizioni di piena SOVRANITA' delle loro rispettive istituzioni statuali rispetto al governo dei processi economici e sociali.

Quest'ultimo determinante elemento costituzionale , tuttora solidamente connaturato alla situazione dei BRICS, ad oggi assente nelle dimensioni statuali dei paesi d'europa e pressoche' ancora inesistente nelle stesse istituzioni comunitarie, attribuisce a queste specifiche forze politiche una autonomia decisionale che puo' costituire elemento non secondario di rafforzamento della stessa forza politica del movimento socialista europeo , qualora questo sia in grado di ricostruire con quelle forze un quadro di rapporti politici fondato su una condivisione di valori nella interpretazione delle linee dello sviluppo necessario e sostenibile del mondo.

Mi riferisco in particolare al Partito dei Lavoratori di Lula che guida il Brasile , al Partito del Congresso che guida l'India, e all'African Nazional Congress che guida il Sud Africa, tre dei cinque BRICS, i quali tutti e tre prima dell'avvio dei processi di globalizzazione globale, all'epoca della grande iniziativa della INTERNAZIONALE SOCIALISTA guidata da PALME , BRANDT, KREISKY, MITTERAND e CRAXI, negli anni 1974/1987, facevano parte della IS con il ruolo di osservatori speciali.

E' sotto gli occhi di tutti come nonostante i processi di integrazione economica e commerciale mondiale , seguiti alla fine del comunismo ed alla riunificazione dei mercati, abbiano marcato prepotentemente lo scenario mondiale condizionando tutte le relazioni geo-politiche mondiali e le regole finanziarie e commerciali tra gli stati, e conseguentemente le politiche economiche interne, L'internazionale Socialista al contrario non sia divenuta il punto di incontro internazionale di tutte le forze interessate a democratizzare e riequilibrare socialmente i processi in atto.

Occorre rivitalizzarla assolutamente ed evitare che il Socialismo democratico si rinchiuda in quell'eurocentrismo che i grandi Partiti Socialisti dell'epoca Keynesiana hanno sempre voluto evitare dando impulso alle politiche della integrazione NORD-SUD, e del dialogo EST-OVEST.

Il PSE se vuole divenire forza progettuale a livello mondiale , e non spaurito , fragile ed incostante difensore di una particolarita' europea in crisi, appiattito e condizionato dalle logiche interne Franco-Tedesche, deve interpretare il proprio ruolo come parte del movimento Socialista internazionale rappresentato e reso operante della ripresa di un forte ruolo della IS.

Non e' piu' possibile che tutte le problematiche inerenti i processi di globalizzazione, e le ricadute nella economia europea dei processi di integrazione economico-commerciale- finanziaria mondiale, vengano affrontate nel rapporto con i BRICS esclusivamente dal governo americano, o nei rapporti interni tra le grandi istituzioni economiche mondiali come l'OCSE o il WTO , in un rapporto esclusivo tra estranee istituzioni politiche di governo, ed in alcun modo tramite consessi internazionali tra le forze politiche progressiste e democratiche che nei diversi paesi operano nel solco della antica appartenenza o frequentazione dell'INTERNAZIONALE SOCIALISTA.

Il PSE non serve ad interpretare una soggettivita' ripiegata sul vecchio continente che risucchia nelle sue difficolta' progettuali ,e nelle sue timidezze rispetto alle rispettive politiche nazionali degli stati europei , il possibile ruolo di dialogo , comprensione e progettazione di un diverso assetto dei rapporti internazionali che ha sempre avuto , e potrbbe utilmente tornare ad avere L ' I NTERNAZIONALE SOCIALISTA.

Uno degli aspetti della involuzione liberista della socialdemocrazia europea degli anni passati, che abbiamo assolutamente necessita' di rimuovere, e 'proprio rappresentata dalla perdita di peso della IS, e dalla scarsissima attenzione che ad essa viene tuttora riservata dai partiti aderenti al PSE, allora tutti abbacinati dalla illusione in uno sviluppo tendenzialmente illimitato, conseguente alla riunificazione del mecato mondiale, in grado di costituire il presupposto materiale di processi di mobilita' sociale irreversibili, destinati a risolvere perennemente la questione sociale nelle societa' occidentali terziarizzate e finanziarizzate.

La persuasione illusoria in questo possibile quadro evolutivo ha condotto ad una accettazione passiva di uno stato dei rapporti internazionali , politici ed economici , scaturito dal crollo dell'URSS e dal decollo economico del terzo mondo , che rendeva apparentemente marginale il ruolo di uno strumento politico di ispirazione internazionalista che si e' erroneamente ritenuto fosse ormai appartenente ad una fase della storia del Socialismo Europeo, quella del contrasto al vecchio imperialismo , gloriosa, ma ormai inevitabilmente relegata al culto della memoria.

Un PSE eurocentrico , anzi euro - baricentrato, non serve a nulla perche' non e' in condizione di affrontare alle radici i problemi che costringono le classi dirigenti europee a mettere in discussione il modello di relazioni sociali che ha finora caratterizzato il vecchio continente, e non avendo la percezione di una scala globale delle questioni non riesce a misurare con piena consapevolezza la reale portata delle scelte necessarie a costruirne uno nuovo in grado di risolvere la crisi che ci attanaglia.

Un PSE assente dal confronto con le forze che dirigono i nuovi paesi in crescita si rende ,al tempo stesso , privo di una capacita' di lettura dei processi in atto con occhi autonomi rispetto a quelli ufficiali delle istituzioni economiche europee e mondiali, riproducendo rispetto allo scenario delle interrelazioni economiche mondiali lo stesso disastroso atteggiamento subalterno gia' visto rispetto ai processi di omologazione delle nostre societa' europee alle scelte di modello indotte dal sistema di crescita neo-liberista.

Un PSE del genere , cosi' come lo conosciamo ora privo di una proiezione extra-europea , non puo' quindi, sopratutto se rifiuta la logica di un rifrazionamento per aree omogenee del mercato mondiale, n decollare come soggetto anticipatore e protagonista di una grande svolta di sistema ,ed e' destinato a lasciare sempre piu' ai movimenti no-global o anti-finanza un inevitabile ruolo di supplenza , che non riesce in ogni caso, evidentemente, a tradursi in un progetto di modello alternativo.

Occorre quindi riattivare una piena operativita' politica ed organizzativa della INTERNAZIONALE SOCIALISTA, portando il PSE a concepire se stesso non come la vestale del "dover essere" dei governi d'europa, ma come parte di un processo di cambiamento globale che deve vedere come protagonisti anche le forze che rappresentano il mondo del lavoro nei grandi paesi emergenti , aprendo da subito con i tre partiti progressisti alla guida di Brasile ,India e Sud Africa un forte , fraterno,immediato, e diretto rapporto di confronto sui problemi esistenti , collaborazione sulle prospettive , e elaborazione comune dei programmi di intervento correttivo sugli squilibri del mercato globale , del modello finanziario, e dei rapporti sociali e produttivi da questi indotti.

FRANCO BARTOLOMEI - segreteria nazionale del Partito Socialista Italiano


domenica 4 marzo 2012

PIETRO NENNI, LELIO BASSO ED.........IL SOCIALISMO EUROPEO


di Giuseppe Giudice

Ho recentemente avuto modo di leggere il carteggio Nenni-Basso riguardante un arco temporale di trent’anni (1947-1977). E’ una lettura molto interessante anche per la profonda amicizia che legava i due grandi dirigenti socialisti, amicizia mai venuta meno anche nei vari momenti di dissenso politico. In questa nota mi soffermerò su alcune affermazioni fatte da entrambi sulla socialdemocrazia e socialismo europei, negli scambi epistolari dei primissimi anni 50.

Entrambi considerano il socialismo europeo come complice dell’imperialismo americano perché schierato contro il “campo socialista” guidato dall’URSS. Certo in Nenni il giudizio è meno netto e più articolato ed anche meno “dottrinario” di quello di Basso (amichevolmente accusa il suo amico di essere troppo “cerebrale”) ma la sostanza non cambia. Solo dopo il 1956 c’è un timido parziale ravvedimento in entrambi.

E occorre considerare che Basso si era comunque sempre opposto allo stalinismo.

Ed allora perché quelle posizioni.

Le ragioni sono due: l’arretratezza del socialismo italiano rispetto a quello europeo. Lo storico Maurizio Degli Innocenti mette in rilievo come l’essere stato messo al bando – causa fascismo – per vent’anni ha impedito l’aggancio del socialismo italiano alla riflessione collettiva sul ripensamento del socialismo che avveniva in Europa: dalla Gran Bretagna, al Belgio, alla Francia, all’Austria e alla Svezia. La seconda ragione (che è conseguenza della prima) è la egemonia culturale comunista sulla sinistra che è totale fino al 1956.

In effetti il ripensamento del socialismo europeo degli anni 30 viene avvertito solo dai socialisti che militano nel partito d’Azione (Lombardi, Foa, De Martino, Brodolini) ma non certo da Nenni, Pertini e Basso (tutti provenienti dal Psi prefascista).

Ora poiché penso che il Fronte Popolare sia stato la camicia di forza della sinistra italiana che ha impedito il suo aggancio all’Europa e gli effetti deleteri si avvertono ancora oggi, è essenziale abbattere la gravissima mistificazione ideologica su cui si fondato il giudizio fuorviante sulla socialdemocrazia.

In Italia è conosciuto pochissimo il pensiero socialista tra gli anni 20 e 30. Molti hanno letto Lenin, moltissimi Gramsci, qualcuno Rosa Luxemburg, ma è completamente sconosciuta tutta l’evoluzione del marxismo socialdemocratico da Kaustky a Hilferding , da Bauer a Adler, così come i socialisti postmarxisti come De Man, Polanyi o Cole. O meglio De Man lo si conosce solo perché ampiamente citato da Carlo Rosselli in “Socialismo Liberale”. Così come sono sconosciuti gli stessi comunisti libertari ostili al leninismo come Pannekoeck, Gorter, Victor Serge.

Insomma un pezzo della sinistra italiana è stata terribilmente provinciale (incluso un pezzo del PSI).

Ma questo provincialismo le ha impedito di vedere la realtà con lenti adatte.

Pur nelle divergenze profonde che li caratterizzavano, socialisti democratici e comunisti libertari, vedevano nell’URSS degli anni 20 e 30, non la patria del socialismo , ma un capitalismo di stato che fondava un potere imperiale ed oppressivo, del tutto opposto alle ragioni emancipatorie del socialismo.

La II Guerra Mondiale si chiude con la spartizione di aree di influenza tra due potenze imperiali: una a capitalismo privato, gli USA; l’altra a capitalismo di stato: l’URSS.

Come ha sottolineato Wallerstein, la guerra fredda è stata un mito. In realtà USA e URSS si equilibravano perfettamente. L’esistenza dell’URSS e dei paesi satelliti garantiva agli USA l’egemonia sui 2/3 del pianeta. Non è un caso che ci è sempre stato un tacito accordo di non ingerenza. Dall’Ungheria, al Cile. Solo nel 1961 si rischiò grosso a Cuba, ma Kusciov ritirò subito i missili. La guerra del Vietman la voleva il complesso militare-industriale americano: sappiamo tutti che l’incidenza della spesa militare sul Pil è molto alto in America.

Però su questa contrapposizione è stata costruita una grossa mistificazione ideologica da ambo le parti. Gli Usa hanno creato il mito del “mondo libero e democratico” contro il totalitarismo comunista, l’URSS quello del campo socialista a difesa del proletariato mondiale. Tutte cazzate, entrambe. Gli USA hanno appoggiato attivamente le più spietate e sanguinarie dittature in America Latina e Asia (vedi Indonesia); l’URSS ha represso nel sangue le rivolte operaie in Ungheria, Polonia, Germania Est.

Ora i socialisti europei, nel 1945, in massima parte erano neutralisti: né con gli USA , né con l’URSS. Ma la logica dei blocchi li costrinse poi a scegliere il male minore: l’Occidente. Perché solo in una democrazia postbellica era possibile costruire un compromesso forte con il capitalismo che avrebbe consentito poi lo sviluppo del modello sociale più avanzato al mondo. Il capitalismo di stato sovietico non consentiva alcun compromesso né sul terreno sociale, né ovviamente su quello democratico. Ma , a parte qualche scivolamento della destra socialdemocratica, il socialismo europeo ha sempre avuto una vocazione di fondo neutralista. Lo stesso programma di Bad Godesberg parla (nel 1959) di una Germania riunificata e neutrale nel quadro di una area denuclearizzata.

Questo demolisce totalmente certi pregiudizi.

Del resto Brandt, Mitterand, Kreisky e Palme hanno sempre attivamente lavorato per il superamento dei blocchi militari.

Ma torniamo ai socialisti ed alla sinistra italiana. Con tali premesse è ovvio che il 1956 è un anno liberatorio. Liberazione di pensiero, di creatività, di prospettive. Nenni ha l’intelligenza di affidare a sostegno della svolta autonomista (che provocherà anche l’evoluzione sia pur lenta del PCI) il lavoro di elaborazione a Riccardo Lombardi e Francesco DE Martino (due socialisti ex azionisti) più un giovane ex comunista dissidente, Antonio Giolitti. Che sono poi quelli che hanno cercato di indirizzare la sinistra italiana sui giusti binari (Craxi e Berlnguer, per ragioni diverse, l’hanno fatta di nuovo deragliare).

Non credo che l’autonomismo socialista si possa considerare esaustivo nel definire il percorso di una nuova sinistra italiana nel PSE. Ma fornisce tuttora degli elementi forti di guida e di indirizzo e sono certo molto più pregnanti delle prediche di D’Alema e Reichlin intrise di contorsionismo giustificazionista e che non si sa dove vogliano andare a parare.

Se vuole vivere e non sopravvivere, la sinistra italiana deve uscire dal provincialismo.

PEPPE GIUDICE


venerdì 2 marzo 2012

Quando uno il coraggio.."se lo deve dare"

di Carlo Felici

Solo un lettore inavveduto e superficiale degli eventi politici in corso potrebbe leggere la querelle odierna tra Vendola e Veltroni come uno scontro tra destra e sinistra, nell'ambito di uno schieramento che ambisce a rappresentare il riformismo italiano per una alternativa politica alle politiche neoliberiste in corso.

La faccenda, in realtà, è ben più ampia e complessa e coinvolge gli equilibri delle forze interne al Pd, e trasversali alla sinistra italiana.

Sull'art.18, che rappresenta una questione molto più cruciale di quanto alcuni possano intendere, dato in particolare il fatto che, con l'allungarsi dell'età dei pensionamenti, il rischio per i lavoratori di essere “rottamati” anzi tempo si fa sicuramente molto più alto e rovinoso, la battaglia in corso tra le varie forze politiche prefigura inevitabilmente i nuovi e futuri equilibri di governo e le alleanze sostanziali con le quali proporsi per la prossima campagna elettorale.

Vendola, arrivando allo scontro diretto con Veltroni su tale questione, in realtà, non fa che lanciare una sponda notevole e particolarmente importante a Bersani, per rafforzare le sue posizioni all'interno del suo partito, e per far capire a tanti che, se effettivamente tale linea di forte ridimensionamento delle politiche sul lavoro e dell'art. 18 dovesse passare, il PD ne uscirebbe con le ossa rotte, e che sicuramente ci sarebbe già pronto l'embrione di qualcosa concretamente disposto a sostituirlo. Qualcosa sicuramente più “di sinistra”..e, tra l'altro, anche più probabilmente socialista ed europeo.

La prossima firma del documento di Parigi sugli obiettivi del Socialismo Europeo tra Bersani e i maggiori rappresentanti del PSF e della SPD, è evidentemente un segnale chiaro e forte che questa non solo è molto più che una ipotesi, ma è anche esattamente il contrario di ciò che fece Veltroni quando fu alla guida del PD, quando cioè si rifiutò di sottoscrivere un documento analogo che venne allora firmato solo da Fassino e a nome dei DS di quel partito.

Se dunque l'asse Vendola-Bersani, pur con tutti i distinguo del caso, lascia presagire sia un rafforzamento delle posizioni della sinistra interna al PD, sia un tacito accordo in vista delle primarie di coalizione per sostenere, quando si avvicineranno le elezioni, la candidatura di Bersani, al posto di quella di Vendola, esso va preso molto sul serio, più di quanto certi media provino a mascherare.

Un fatto quindi appare chiaro: tra Bersani e Vendola, e quindi in una parte importante del PD coadiuvata da un'altra altrettanto corposa di SEL, si sta instaurando una forte convergenza di intenti e di programmi.

Ora, di fronte a tale prospettiva, il ruolo del PSI e del suo segretario in particolare, appare, a dir poco piuttosto imbarazzante. Nencini, di nome e di fatto, ruppe con Vendola a Bagnoli, cercando un asse preferenziale con un partito per il quale lo stesso Vendola appare oggi molto più quotato di lui per conseguire importanti risultati. Nencini, tra l'altro, ha sempre puntato su un accordo con il PD, ma, pur andando volentieri a braccetto con Bersani, ha teso ad orientarsi piuttosto verso quella controparte politica più vicina a posizioni centriste e pressoché contigua al Terzo Polo.

Ma c'è dell'altro, il segretario del PSI, distruggendo Sinistra e Libertà, ha rischiato persino di spaccare il suo partito, dato che la Sinistra Socialista non ha mai preso posizione di attacco frontale né verso SEL e tanto meno nei confronti di Vendola, per altro sempre criticato in un'ottica costruttiva e da sinistra, e oggi si ritrova invece a dovere reinserirsi in un'alleanza che vede proprio in Vendola uno dei pilastri fondamentali, tenendo anche conto del fatto che lo stesso Nichi ha sempre lanciato e lancia tuttora segnali incoraggianti verso quel Socialismo Europeo che è l'unico che, oggi, può seriamente contrastare la macelleria sociale ormai praticata su scala continentale. Specialmente in vista dei prossimi appuntamenti elettorali in Francia, Germania ed Italia.

E' davvero un gran paradosso che proprio l'unico partito Socialista presente in Italia ed aderente all'Internazionale Socialista e al PSE, rischi di rappresentare una sorta di “terzo incomodo”.

Così Nencini, dopo l'improvvida “fuga” di Bagnoli dal SEL e da Vendola, rischia di ritrovarsi, faccia a faccia con il medesimo e in una posizione sicuramente molto più marginale, ambigua, debole e sicuramente subordinata di come essa avrebbe potuto essere se quel processo, messo in moto da Sinistra e Libertà, fosse invece continuato senza interruzione alcuna. Come si sa, gli errori si pagano, di più se diventano orrori, se cioè scontano l'horror vacui di una posizione che, per la sua ambiguità, ha la velleità di esser dappertutto, ma di fatto e concretamente, non si posiziona stabilmente da nessuna parte.

Sappiamo anche però che certa propaganda appare del tutto inossidabile a tali rischi, e va tuttora sbandierando sondaggi favorevoli, incrementi di iscrizioni, “geometrie variabili”, insomma di tutto e di più per nascondere un fatto ormai acclarato: non esiste più un Partito Socialista, ma una Sinistra Socialista che quel progetto di Sinistra e Libertà non ha mai abbandonato (prova né è che da allora il vecchio simbolo di SeL dal suo sito non è mai sparito), ma piuttosto lo ha incrementato teorizzando e praticando dialoghi, ricerche di programmi e convergenze politiche anche con altre forze della sinistra, come la FED e settori del PD seriamente propensi a posizionarsi nell'alveo del Socialismo Europeo, e c'è poi una “corte” del PSI che ancora guarda preponderantemente dall'altra parte, ai transfughi del berlusconismo (facendosi addirittura rappresentare da essi in Parlamento) al fronte radical chic, sperando in definitiva di acchiappare i voti della destra postcraxiana, piuttosto che quelli di una vera sinistra che restituisca voce e dignità ad un 40% di elettorato, “cornuto e mazziato” che non si sente più rappresentato da nessuna delle forze politiche oggi in campo.

Sappiamo bene che le scissioni politiche sono quanto di più rovinoso possa accadere ad ogni partito, piccolo o grande che sia. Il Partito Socialista, poi, lo sa meglio di tutti, perché la sua lunga storia, durata ormai 120 anni, ha trovato in una disastrosa scissione il primo vero macigno caduto su un lungo e glorioso cammino. Figuriamoci dunque se si vuole mettere il cartello “fine” dopo tanti anni proprio con una situazione analoga.

Qual è dunque la strada da percorrere oggi?

Non mi pare che quella del “camerierato” in “corte altrui” sia più praticabile in alcuna maniera, si rischia infatti, in questo modo, di non ricevere la “mancia” nemmeno da coloro che, fino a ieri, si credevano destinati a restare fuori della porta con il cappello in mano.

Allora la vera strada resta quella dell'autonomia, delle liste autonome collegate ad un progetto di rilancio della sinistra su basi socialiste, ove ciò sia possibile e come già in alcune regioni si è fatto “eroicamente” e con qualche importante risultato che ha salvato ancora il nome e il simbolo del nostro partito, oppure, se ciò debba essere più difficile, si deve contribuire a rafforzare una componente politica alla sinistra del PD, collaborando in particolare, soprattutto in sede locale, con forze politiche di sinistra come la FED e SEL, mettendo quindi in piedi, di fatto, una sorte di Linke italiana che possa giovarsi, in alcuni casi, anche dei contributi unitari di liste civiche, per sostenere candidature che possano realmente “fare la differenza” rispetto a situazioni in cui quelle del PD e del PdL rappresentino solo “piccole varianti su un unico tema”.

Per assumere questa posizione coerente, chiara e trasparente in tutto il Paese, ci vuole sicuramente molta intraprendenza, quella che non ti fa dire, di fronte al ricatto dei “bravi” che hanno come unico obiettivo il controllo del territorio e delle sue clientele: “uno il coraggio non se lo può dare”.

No, cari compagni, noi ce lo dobbiamo dare, perché statene certi, se non ce lo diamo noi, non ce lo darà sicuramente nessun altro, perché se non faremo così, il consenso che cerchiamo non sarà mai abbondante, se non faremo così..ci resterà solo la litania sempre più sommessa e con un fil di voce del solito Don Abbondio.


giovedì 1 marzo 2012

Elogio dei riformisti

La tolleranza di Turati, quella piccola lezione per una sinistra smarrita. Un saggio ripercorre la figura del leader socialista e una tradizione da sempre minoritaria in Italia.

di ROBERTO SAVIANO - www.repubblica.it


Che cosa significa essere di sinistra? È possibile ancora esserlo? Sentire nel profondo di appartenere a una storia di libertà, a una tradizione di critica sociale e di sogno, a un percorso che sembra essersi lacerato, reciso. Con un immenso passato e un futuro incerto? E soprattutto di quale sinistra parliamo e di quale tradizione? E come si coniugano le due anime della sinistra, quella riformista e quella rivoluzionaria? Che genere di dialogo c'è stato tra loro?

Domande che affliggono militanti, intellettuali e uomini di partito. Domande che affliggono me da sempre. Alessandro Orsini giovane professore napoletano di Sociologia Politica all'Università di Roma Tor Vergata ha provato a dare delle risposte. Ha scritto un libro intitolato Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubettino). Il titolo sembra presentare un saggio, di quelli accademici, lunghi e tortuosi. E invece credo sia la più bella riflessione teorica sulla sinistra fatta negli ultimi anni. Che non ha paura di maneggiare materia delicata. Alessandro Orsini ci presenta due anime della sinistra storica italiana (esemplificate in Gramsci e Turati) e ci mostra come, nel tempo, una abbia avuto il sopravvento sull'altra. L'idea da cui parte Alessandro Orsini è semplice: i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: "La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato". Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all'insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: "Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio". Arrivò persino a tessere l'elogio del "cazzotto in faccia" contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un "programma politico" e non un episodio isolato. Certo, il pensiero di Gramsci non può essere confinato in questo tratto violento, e d'altronde le sue parole risentivano l'influenza della retorica politica dell'epoca, che era (non solo a sinistra) accesa, virulenta, pirotecnica. Il politicamente corretto non era stato ancora inventato. Eppure, in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo: "Tutte le opinioni meritano di essere rispettate. La violenza, l'insulto e l'intolleranza rappresentano la negazione del socialismo. Bisogna coltivare il diritto a essere eretici. Il diritto all'eresia è il diritto al dissenso. Non può esistere il socialismo dove non esiste la libertà".

Orsini raccoglie e analizza brani, scritti, testimonianze, che mostrano come quel vizio d'origine abbia influenzato e condizionato la vita a sinistra, e come l'eredità peggiore della pedagogia dell'intolleranza edificata per un secolo dal Partito Comunista sopravviva ancora. Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c'è più traccia di quel massimalismo verboso e violento, e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso.
Ma c'è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani. Loro sono i seguaci dell'unica idea possibile di libertà, tutto quello che dicono e pensano non può che essere il giusto. Amano Cuba e non rispondono dei crimini della dittatura castrista - mi è capitato di parlare con persone diffidenti verso Yoani Sánchez solo perché in questo momento rappresenta una voce critica da Cuba - , non rispondono dei crimini di Hamas o Hezbollah, hanno in simpatia regimi ferocissimi solo perché antiamericani, tollerano le peggiori barbarie e si indignano per le contraddizioni delle democrazie. Per loro tutti gli altri sono venduti. Mai che li sfiori l'idea che essere marginali e inascoltati nel loro caso non è sinonimo di purezza, ma spesso semplicemente mancanza di merito.
Turati a tutto questo avrebbe pacificamente opposto il diritto a essere eretici, che Orsini ritiene essere il suo più importante lascito pedagogico. Questo fondamentale diritto ha trovato la formulazione più alta nell'elogio di Satana, metafora estrema dell'amore per l'eresia e dell'odio per i roghi. Satana, provoca Turati, è il padre dei riformisti: "Non siamo asceti che temono i contatti della carne, siamo figli di Satana (...). Se domani viene da me il Re, il Papa, lo Scià di Persia, il Gran Khan della Tartaria, il presidente di una repubblica americana, non per questo rinuncio alle mie idee. Non per questo transigo o faccio atto d'omaggio, ma resto quello che sono, e ciascuno di noi rimane quello che è".

Ma l'odio per i riformisti, - spiega Orsini - è il pilastro della pedagogia dell'intolleranza. Dal momento che i riformisti cercano di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori qui e ora, sono percepiti da certi rivoluzionari come alleati dei capitalisti. Questo libro dimostra come, nella cultura rivoluzionaria, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori sia un bene (come diceva Labriola) perché accresce l'odio contro il sistema e rilancia l'iniziativa rivoluzionaria: è il famigerato tanto peggio tanto meglio. I riformisti, invece, non credono nella società perfetta, ma in una società migliore che innalzi progressivamente il livello culturale dei lavoratori e migliori le loro condizioni di vita anche attraverso la partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica. I riformisti - spiegava Turati - sono realisti e tolleranti. Realisti perché credono che non sia possibile costruire una società in cui siano banditi per sempre i conflitti. Tolleranti perché, rifiutando il perfettismo, si pongono al riparo dalla convinzione di avere avuto accesso alla verità ultima sul significato della storia. Turati pagò a caro prezzo la sua durissima battaglia contro la pedagogia dell'intolleranza. Quando morì in esilio, in condizioni di povertà, Palmiro Togliatti scrisse un articolo su Lo Stato Operaio, in cui affermò che era stato "il più corrotto, il più spregevole, il più ripugnante tra tutti gli uomini della sinistra".

Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra. Potrebbe essere uno strumento di comprensione e soprattutto, credo, di difesa. Difenderebbe il giovane lettore dai nemici del dialogo, dai fautori del litigio, dagli attaccabrighe pronti a parlare in nome della classe operaia, degli emarginati, degli "invisibili", dai pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente. Turati aiuta a comprendere quanta potenza ci sia nel riformismo, che molti considerano pensiero debole, pavido, direbbero persino sfigato. Il riformismo di cui parla Turati fa paura ai poteri, alle corporazioni, alle caste, perché prova, cercando consenso, ponendosi dubbi, ragionando e confrontandosi, di risolvere le contraddizioni qui e ora. Coinvolgendo persone, non spaventandole o estromettendole perché "contaminate". Non è un caso che i fascisti prima e brigatisti poi avessero in odio soprattutto i riformisti. Non è un caso che i fascisti temessero Matteotti che aveva denunciato brogli elettorali. Non è un caso che i brigatisti temessero i giudici riformisti, i funzionari di Stato efficienti. Perché per loro i corrotti e i reazionari erano alleati che confermavano la loro idea di Stato da abbattere e non da migliorare.

Per Turati il marxismo non può essere considerato un "ricettario perpetuo" in cui trovare la soluzione a tutti i problemi perché uno stesso problema, come l'emancipazione dei lavoratori, può richiedere soluzioni differenti in base ai contesti, ai periodi storici e alle risorse disponibili in un dato momento. Meglio diffidare da coloro che affermano di sapere tutto in anticipo; meglio "confessarci ignoranti"". Turati era convinto che la prospettiva culturale da cui guardiamo il mondo fosse decisiva per lo sviluppo delle nostre azioni. Questa è la ragione per cui attribuiva la massima importanza al ruolo dell'educazione politica: prima di trasformare il mondo, occorre aprire la mente e confrontarsi con i propri pregiudizi. Le certezze assolute fiaccano anche le intelligenze più acute: la pedagogia della tolleranza è il primo passo per la costruzione di una società migliore.

(28 febbraio 2012)

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