mercoledì 27 gennaio 2010

Il senso politico della vittoria di Vendola per i Socialisti.

Il senso politico della vittoria di Vendola per i Socialisti


di Giuseppe Giudice

La vittoria di Vendola alle primarie era prevedibile. Già il fatto che D’Alema ed il PD siano stati costretti ad accettare le primarie rappresentava una vittoria per il presidente pugliese. Ma la schiacciante maggioranza con cui gli elettori delle primarie hanno premiato Vendola fa da effetto moltiplicatore alle gravi contraddizione del PD nazionale, ben oltre i confini pugliesi. Ed oggettivamente rafforza il progetto di SEL in quanto essa si sta dimostrando come quella sinistra (sia pur in stadio embrionale) che è in grado di mettere a nudo i forti limiti strutturali del PD, in quanto progetto politico moderato che pretende di dare rappresentanza agli elettori progressisti e di sinistra. Non è un mistero che D’Alema alle europee “facesse il tifo” per la lista comunista di Ferrero. Era quella una sinistra di pura testimonianza, rinchiusa in se stessa, politicamente inoffensiva, che non recava danno al PD in quanto permetteva ad esso di proporsi falsamente come il rappresentante di tutta la sinistra di governo. E’ l’anomalia “SEL” che ha sconvolto i giochi fatti a tavolino. Ha costretto il PD a confrontarsi con una sinistra innovativa e che si propone, in prospettiva, una vocazione maggioritaria. Da tale vicenda ne esce duramente sconfitto D’Alema, ma anche Di Pietro e Ferrero non ne escono bene. Il primo perché oggi trova un serio ostacolo sulla possibilità di spostare verso l’antipolitica ed il qualunquismo il dissenso interno al PD. Del secondo abbiamo già parlato. Ma c’è un altro ad essere duramente sconfitto: è Nencini. La pretestuosa rottura con SEL (ispirata probabilmente da D’Alema e dal PD) ha spinto il PS nel più totale isolamento politico, con un ectoplasma di partito che è ormai una pura somma non politica di federazioni regionali allo sbando. Oggi quindi, più che mai, è necessaria una azione politica e di elaborazione forte da parte dell’area Socialista che vede in SEL il primo mattone per costruire una nuova forza della sinistra, collocata nettamente più a sinistra del PD. Il convegno del 1 Febbraio a Roma costituisce un momento essenziale per lanciare un messaggio forte e chiaro. Il PSI di Nencini è oggi un partito che non serve a nessuno, tantomeno ai socialisti. Gli avvenimenti recenti probabilmente non faranno che accrescere il dissenso dei militanti dal nullismo di questa classe dirigente. Questo dissenso lo dobbiamo trasformare in proposta attiva da portare nel processo costituente di SEL. UN MOVIMENTO DEI SOCIALISTI PER LA SINISTRA NUOVA è la strumento che mettiamo a disposizione. Anche perché SEL ha bisogno dell’apporto di idee, di passione, di militanza e di elaborazione di quei Socialisti che non hanno mai rinunciato ad essere se stessi.

PEPPE GIUDICE




martedì 26 gennaio 2010

Vendola: la vittoria dei cittadini e della politica fatta come si deve

Vendola: la vittoria dei cittadini e della politica fatta come si deve

Vendola: la vittoria dei cittadini
e della politica fatta come si deve!!!


di Anna Falcone*

La vittoria di Nichi Vendola in Puglia non è un risultato locale, ma un importante segnale di cambiamento politico a livello nazionale. Il popolo delle primarie ha premiato in Puglia non una generica Sinistra, ma il lavoro di un uomo coerente con i valori che professa, i risultati di una amministrazione innovativa, la distanza presa e dimostrata da “inciuci” e interessi personali. È però, e soprattutto, la vittoria dei cittadini sugli accordi di palazzo e i giochi di potere, il rifiuto di quel malcostume politico che ammette qualsiasi alleanza pur di agguantare il potere, prima e a prescindere dai programmi, prima e a prescindere dalla credibilità degli uomini che dovrebbero realizzarli. E’ una strategia miope che ha distrutto la credibilità e la prospettiva di certa Sinistra e che oggi, in un momento in cui l’Italia vuole e deve cambiare, non può più avere alcun seguito, alcuna legittimazione di “necessità”. I cittadini lo hanno già compreso, mi auguro lo comprendano, e subito, anche le Segreterie nazionali: la Sinistra può vincere solo dandosi obiettivi coerenti con i suoi valori e affidandone la realizzazione a uomini e donne capaci, onesti e lontani dalle vecchie logiche del potere politico ad ogni costo. Oggi il consenso non è più frutto della somma di tante miserie, ma del coraggio e delle capacità anche solo di uno, sostenuto da tanti uomini e donne liberi.

*Donne Partito Socialista Italiano

domenica 24 gennaio 2010

PRIMARIE: PUGLIA; EUFORICO COM.VENDOLA,VITTORIA SCHIACCIANTE

PRIMARIE: PUGLIA; EUFORICO COM.VENDOLA,
VITTORIA SCHIACCIANTE !!!

http://www.sinistraeliberta.eu/wp-content/themes/sel2010/images/anomaliagentile.jpg
(ANSA) – BARI, 24 GEN – Sembra schiacciante la vittoria di Nichi Vendola (SeL) su Francesco Boccia (Pd) nelle primarie del centro sinistra in Puglia: lo dicono – al momento – i primi dati, non ufficiali, che stanno arrivando nella ‘Fabbricà di Nichi, in via De Rossi, a Bari. Il clima della sede del comitato di Vendola è di euforia, a stento contenuta. Fuori dal comitato sono in attesa numerosi sostenitori. Vendola è chiuso in una stanza e al momento non vuole parlare con i giornalisti e con i suoi sostenitori. Taranto, che è il Comune più grande che abbia sinora finito la conta, ha registrato – secondo i dati del comitato vendoliano – una percentuale del 65% per Vendola. In provincia di Foggia, in 28 Comuni su 57, si registrano 4097 voti in favore di Vendola e 2926 per Boccia. E anche a Gallipoli, dove per anni è stato eletto Massimo D’Alema, sostenitore di Boccia, il risultato è nettamente favorevole al presidente uscente della Puglia: Boccia ha avuto 204 voti, Vendola 684.
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Recanati (MC) : Claudio Fava presenta il suo ultimo libro

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venerdì 22 gennaio 2010

“Socialisti per la nascita di una nuova sinistra”

“Socialisti per la nascita di una nuova sinistra”

1° Febbraio, data importante per l’avvio ufficiale di un movimento dei “socialisti per la nascita di una nuova sinistra”

di Giuseppe Giudice

Il convegno del 1 Febbraio a Roma che sancirà di fatto la nascita del movimento dei socialisti per una nuova forza politica della sinistra italiana, rappresenta un appuntamento di grande rilevanza politica per quei socialisti che, iscritti o non al PS, vedono il futuro della nostra grande tradizione politica nell’impegno attivo per costruire una nuova forza politica della sinistra di cui il pecorso di SEL (all’interno del quale intendiamo essere presenti) non è che il primo e significativo passo.
Colgo qui l’occasione per ringraziare i cari compagni Franco Bartolomei, Giorgio Pesce, Sergio Ferrari e Renzo Penna che in qualità di responsabili delle associazioni “socialismoesinistra” e “Labour-Riccardo Lombardi” sono i promotori di tale iniziativa che è assolutamente necessario sostenere per ridare voce alla speranza socialista.
La nascita del PD con il suo carattere decisamente moderato, connesso al suo rifiuto di aderire al socialismo europeo, segna da un lato il pieno fallimento della classe dirigente post-comunista che nel suo tenace rifiuto di far pienamente propria l’eredità migliore del socialismo italiano lo ha condotto alla liquidazione della sinistra italiana sugellata dall’abbraccio fatale con il centro postdemocristiano, dall’altro rimarca con forza l’esigenza di far rinascere una sinistra di ispirazione socialista, libertaria e popolare, interprete di un riformismo forte e radicale che punta a modificare strutturalmente l’attuale modello economico e sociale segnato drammaticamente dalla profonda crisi del capitalismo liberista.
Il nostro recupero della tradizione socialista è quindi nel segno di una riattualizzazione del socialismo riformatore di Lombardi, Santi e Brodolini (quello che realizzò le grandi riforme di struttura degli anni 60) per un progetto di società alternativo a quello delle varie destre (sia quella populista che quella tecnocratica – in parte presente quest’ultima anche nel C.S.) basato sulla centralità del valore sociale del lavoro, sui principi di giustizia sociale e su una programmazione democratica dello sviluppo che da un lato punti alla regolazione e controllo sociale del mercato, e dall’altro si faccia carico dei drammatici problemi della sostenibilità ecologica (aggravati dalle ferite imposte dalla globalizzazione liberista) verso un equilibrio alternativo nel rapporto tra produzione ed ambiente naturale. Una sinistra, inoltre che basi la sua identità sul nesso inscindibile tra diritti sociali e diritti di libertà individuali e collettivi.
E’ evidente che la nostra idea di socialismo democratico si pone in netta discontinuità rispetto alle derive liberiste, moderate e di destra che hanno caratterizzato parte delle socialdemocrazie europeee degli anni 90 e dei primi anni di questo secolo (e che ne hanno determinato la crisi). E si pone in netta discontinuità ed anzi con forti accenti critici rispetto alla esperienza dell’Ulivo che in pratica ha applicato nel nostro paese il modello liberista-Thatcheriano (sia pure con deboli correttivi) in condominio con la destra berlusconiana.
In definitiva credo che ci si debba riconoscere in quel movimento che è finalizzato a rifondare da sinistra il socialismo democratico europeo, un movimento che oggi interessa sia partiti interni al PSE (come i compagni francesi) che esterni (come la Linke di Lafontaine).
La via per far rinascere la sinistra, una sinistra che possa essere in grado di rappresentare potenzialmente vasti strati di società, è questa. Non è certo quella del moderatismo e della fuoriuscita da destra dalla socialdemocrazia (come il PD), né in una sinistra comunista identitaria e minoritaria, incapace di metabolizzare le dure lezioni della storia e che si caratterizza né più né meno come una federazione di Riserve Indiane, politicamente impotenti ed inutili.
La presa di Napolitano su Craxi rappresenta la fine di un’epoca. Tra di noi vi sono critici molto severi del craxismo. Ma la lettura dominante, nella II Repubblica, era quella di considerare Craxi ed il PSI degli anni 80 non come un fenomeno politico (da criticare o meno politicamente) ma quale fatto prevalentemente criminale. La conseguenza immediata di tale lettura, che è stata fondativa della II Repubblica, è la demonizzazione dei socialisti e della intera nostra tradizione politica, anche quella più lontana da Craxi. Per cui non solo Craxi, ma anche Lombardi, Nenni, Saragat, Basso, Santi e via discorrendo furono oggetto di una “damnatio memoriae”. Per cui la sinistra veniva unilateralmente identificata con quella comunista togliattiana e berlingueriana.
Di questa “damnatio memoriae” furono responsabili i post-democristiani che per rifarsi una verginità sostennero attivamente l’idea di Craxi come capro espiatorio. I post-comunisti non si opposero di certo. Anzi utilizzarono i post-dc ed i poteri forti per accreditarsi. La cancellazione della parola socialista provocò di fatto la fine di ogni cultura di sinistra tra i post-comunisti (il togliattismo era inservibile perché condannato dalla storia) ed ha aperto pienamente la strada l’egemonia di un liberismo di terza o quarta mano.
La presa di posizione di Napolitano fa crollare questo castello di sistematica deformazione della verità, in quanto relega Craxi al giudizio storico e libera di fatto la tradizione socialista dalla maledizione.

Ma tale “ricollocazione” di Craxi non significa affatto che si possa riabilitare il craxismo sia come modo degenerato di gestire il partito ed il potere (del resto lo stesso Craxi ha fatto una dura autocritica su questo punto) sia come neo-ideologia apologetica della modernizzazione (che appartiene a Martelli ed Amato non a Craxi ) che ha rappresentato una chiara fuoriuscita dal socialismo. Del resto il craxismo (comunque lo si voglia giudicare) è fenomeno prodotto da una fase storica precisa non riproducibile. E lontana. Il socialismo democratico di oggi si presenta quale alternativa al modello di modernizzazione imposto dalla globalizzazione liberista e dei suoi valori. Per una idea alternativa di modernità intesa quale civilizzazione democratica, giustizia sociale emancipazione del lavoro e centralità della libertà e dignità di ogni persona.

Il socialismo di Riccardo Lombardi, Olof Palme ed Oskar Lafontaine!

PEPPE GIUDICE

domenica 17 gennaio 2010

ANPI - Festa del Parco della Resistenza.

ANPI - Festa del Parco della Resistenza.
Agli iscritti all'ANPI,
Compagni, Simpatizzanti, Amici...
Trasmetto l'invito a partecipare il 22 gennaio a Matelica alla Festa del Parco della Resistenza. Siete pregati di estendere l'invito a tutti quelli che ritenete possano essere interessati. Faccio presente che ques'iniziativa è per noi anche la Giornata del Tesseramento 2010, per cui gli iscritti sono invitati a rinnovare la tessera e a trovare nuovi iscritti. L'ANPI Nazionale vorrebbe portare nei prossimi anni gli iscritti da 100.000 a 150.000, per cui anche la Sezione Intercomunale "24 Marzo" (Matelica - Gagliole - Castelraimondo - esanatoglia - Fiuminata - Pioraco) si propone di portare gli 85 iscritti del 2009 a 100 nel 2010.

Saluti.
Igino Colonnelli
Presidente Sez. ANPI "24 Marzo"
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sabato 16 gennaio 2010

Socialismo, Craxismo e Modernità

Socialismo, Craxismo e Modernità

di Giuseppe Giudice

16/01/2009 - La teoria critica della società (quella della “scuola di Francoforte) è quella che storicamente, ha per prima sviluppato una critica organica della modernità. I principali esponenti di tale impostazione, Theodor Adorno e Jurgen Habermas, però divergono nelle loro conclusioni. Per Adorno la modernità è un progetto fallito, per Habermas resta invece un progetto incompiuto. Il pessimismo di Adorno ha aperto la strada da un lato al post-moderno e dall’altro al sostanziale nichilismo di un pezzo dell’estrema sinistra antimoderna ed inconsapevolmente nostalgica del mondo precapitalistico e preindustriale, l’atteggiamento positivo di Habermas apre la strada ad una idea di modernità aperta e riflessiva che confluisce nel patrimonio culturale del socialismo democratico. Habermas in particolar modo critica la riduzione della razionalità operata dal capitalismo a ragione tecnico-strumentale ed all’occultamento del suo altro aspetto essenziale: quello discorsivo. In sintesi viene qui criticata la riduzione della modernità all’utilitarismo borghese (su queste premesse filosofiche del resto si fonda la teoria economica borghese dell’utilità marginale) ed ad ideologia apologetica del capitalismo. L’altro aspetto della modernità, quello della ragione critico-discorsiva, esprime al contrario un progetto di emancipazione umana che sfocia nel concetto moderno di democrazia. Ruffolo diceva che capitalismo e democrazia sono i due figli , conflittuali fra loro, della modernità e che la storia dell’epoca moderna e contemporanea è soprattutto storia di compromessi realizzati e falliti tra di essi. Il socialismo che porta a pieno compimento l’idea democratica estendendo essa dal terreno politico-normativo a quello economico e sociale, è quindi uno dei due coni in cui la modernità si è sviluppata. Una premessa doverosa per affrontare un tema (rapporto tra socialismo e modernizzazione) talvolta sfiorato in modo superficiale e ricca di luoghi comuni quando si legge la storia degli anni 80. Secondo questa “vulgata” ripetuta dal programma di Minoli (peraltro serio ed equilibrato) che ripercorreva la vicenda politica ed umana di Bettino Craxi, il PSI craxiano si pose alla guida del processo di modernizzazione del paese nel cuore degli anni 80. In genere quando si parla di modernizzazione “craxiana” ci si riferisce a due fenomeni: quello della “Grande Riforma delle istituzioni” e l’attenzione ai nuovi ceti ed alle nuove professionalità che emergevano in quegli anni. Sulla Grande riforma c’è poco da dire: fu un espediente propagandistico (come lo fu la “questione morale” per il PCI). Nessuna proposta organica di riforma dello stato e delle istituzioni fu prodotta dal PSI in quegli anni. Ma si pone un problema: può un partito socialista separare astrattamente il discorso della riforma istituzionale da quello delle riforme sociali? Il progetto socialista del 1978 (Congresso di Torino) legava organicamente il tema della riforma delle istituzioni politiche ad un progetto di trasformazione in senso socialista e democratico della società. La propaganda degli anni 80 no. La riforma delle istituzioni diveniva uno slogan che restava appeso a se stesso. Per quanto riguarda i nuovi ceti emergenti. Alla I Conferenza programmatica di Rimini del 1982 con lo slogan “meriti e bisogni” si tentava una operazione di costruzione di un blocco sociale che avrebbe dovuto tenere insieme la base tradizionale della sinistra – classe operaia , un mondo del lavoro che stava comunque mutando, con le nuove professioni ed i ceti che appunto emergevano dallo sviluppo che caratterizzò l’Italia nella parte centrale degli anni 80. Insomma c’era la preoccupazione di far sì che l’intera sinistra fosse in grado di allargare la sua base sociale. Il problema qual’era però? Quei ceti emergenti erano anche “rampanti” espressione di egoismo ed individualismo aggressivo e ben poco disposti ad allearsi con il mondo del lavoro che esprimeva, sia pur nelle sue mutazioni, interessi e valori diametralmente opposti e non componibili. Questi ceti rampanti erano per lo più legati al boom del Made in Italy, gente impegnata nel settore del design nell’alta moda. Espressione quindi di un consumismo “alto” che , a lungo andare finisce sempre per essere il segno distintivo dei “cafoni arricchiti” (quelli che indossano anche le mutande firmate). Ora una cosa è sostenere il “Made in Italy” quale settore che garantisce crescita della produzione, esportazioni ed occupazione (qualunque governo serio lo farebbe), ben altra cosa è identificare un partito (il PSI) come il “partito del Made in Italy”, ponendosi alla testa (magari inconsapevolmente) di questo rampantismo sociale che certo era in aperta rottura con l’etica socialista. Ecco come una lettura superficiale dei processi di modernizzazione che non tiene conto del loro carattere contraddittorio può generare una subcultura politica che ha rappresentato uno stimolo ad una deriva negativa del PSI. Negli anni 80 si stavano iniziando a verificare dei forti processi di trasformazione dell’economia che comunque mettevano in discussione la tenuta della base tradizionale della sinistra degli anni 70 ed 80. Di fronte a tali mutamenti una parte della sinistra reagì con la difesa di un mondo che in parte non c’era più (è la posizione del Berlinguer degli anni 80) , un’altra parte (De Michelis e Martelli) con il cavalcare acriticamente processi di modernizzazione che in sé recavano comunque istanze fortemente contraddittorie. Ma un altro settore della sinistra (quella in cui mi sono sempre identificato) con Lombardi, Ruffolo, Carniti, Trentin si pose il tema vero che sfuggiva al demonizzatori ed agli apolegeti (entrambi acritici) della modernità: come governare da sinistra ed in senso Socialista il grande mutamento tecnologico in atto in quegli anni. Purtroppo questa posizione restò minoritaria. Tornando al PSI di quegli anni: si ebbe una sovrapposizione rispetto alla base politica e sociale del partito (che comunque è rimasta fino alla fine) di un ceto rampante (Ruffolo li definisce i “craxini”) “spesso arrogante e scostumato, povero di meriti e ricchi di bisogni” (la definizione è sempre di Ruffolo), che nel corso del tempo attirò nei confronti del partito l’antipatia di un pezzo largo di opinione pubblica (e favorì l’azione liquidatoria da parte dei poteri forti e di pezzo della magistratura). Altra cosa era l’idea Socialista riformatrice degli anni 60, fortemente presente nel progetto socialista del 1978. Una idea di modernità aperta ed inclusiva (alla Habermas) in cui lo sviluppo economico è al servizio di un progetto di civilizzazione e di sviluppo della democrazia, con una forte contestazione della degenerazione consumista (l’alienazione del consumo avulso dai bisogni e dalla utilità effettiva di un bene). Comunque nel 1988 cessò la fase virtuosa dello sviluppo (la stagnazione dell’economia americana ebbe effetti sulle esportazioni europee) e quel castello di sabbia fondato sull’ottimismo di maniera vacillò. Lo stesso Craxi se ne rende conto e nella sua relazione alla II Conferenza programmatica di Rimini ne porta i segni (compreso una forte preoccupazione che il crollo del comunismo favorisse il ritorno di un capitalismo selvaggio. Ne riporto alcuni passi: “la crisi verticale del comunismo mondiale e il crollo a catena dei suoi regimi dell'Est europeo accresce enormemente la responsabilità delle democrazie dell'Occidente di fronte alle necessità ed alle incognite del futuro. Per questo futuro non può bastare il modello di un capitalismo che, pur con le sue contraddizioni appare vincente sul terreno dello sviluppo, ma che non sarebbe in grado di dare soluzioni adeguate alle problematiche sociali. Un futuro rispetto al quale gli stessi istituti di democrazia non sempre paiono sufficientemente attrezzati per assicurare la crescita equilibrata delle Nazioni e la giustizia sociale. Il mondo intero, del resto, è attraversato in modo sempre più marcato dalla grande diseguaglianza che divide i Paesi ricchi dai Paesi in via di sviluppo e ancor più dai Paesi poveri e poverissimi. E' questa forse la principale "questione sociale" del nostro tempo. E' una diseguaglianza che sta inesorabilmente aumentando un giorno dopo l'altro. Il mondo delle società industriali opulente ed avanzate è pieno di retorica e prodigo di buone parole, ma avaro di fatti e di opere concrete. Tutto ciò che si fa oggi per ridurre i grandi squilibri che esistono nel mondo è largamente al di sotto di ciò che si dovrebbe e si potrebbe fare. I dati nudi, crudi, ed incontrovertibili nelle loro proiezioni dicono che, di questo passo, i Paesi poveri sono destinati a diventare solo più poveri ed i Paesi ricchi sempre più ricchi. Se questa tendenza non verrà rovesciata, se non si moltiplicheranno gli sforzi diretti a riequilibrare la situazione, a ridurre il peso soffocante del debito del Terzo Mondo, a favorire un nuovo sviluppo, si prepareranno anni difficili carichi di aspre contraddizioni, di tensioni e di conflitti di ogni genere.”…… “Il progresso scientifico e tecnologico ha portato straordinari benefici alla nostra vita e alla nostra salute, ma ha creato e crea rischi per noi e per le generazioni future. Abbiamo opportunità di produzioni, di consumi e di svago che mai avevamo raggiunto ma queste maggiori possibilità e questa vita più ricca, lorda la terra, l'acqua, l'aria, logora il territorio, degrada il nostro patrimonio culturale.”… “un mercato abbandonato a soli attori economici genera squilibri, poteri prevaricanti ed abusi che impediscono un progresso armonico, danneggiano la collettività e, nel tempo lungo, le stesse attività economiche. Lo Stato deve intervenire sul mercato ma con precise regole: regole che impongano standard professionali e patrimoniali a chi svolge determinate attività, regole limitative delle concentrazioni e a tutela della concorrenza, che assicurino trasparenza ed informazione, che sanzionino diritti e responsabilità, che diano argini alle attività finanziarie e neutralizzino le loro potenzialità speculative e destabilizzanti. Il sistema misto che caratterizza l'economia italiana ha dato risultati positivi e non può essere travolto nel nome di indefinite privatizzazioni agitate talvolta con una demagogia ideologica che nasconde il peggio piuttosto che proposte entro i limiti di una pratica e giustificata concretezza ed utilità. L'impresa pubblica ha ancora molte funzioni da svolgere: c'è ancora il Mezzogiorno, che ha bisogno di infrastrutture, insediamenti produttivi e servizi. Ci sono produzioni e tecnologie verso le quali le partecipazioni statali possono canalizzare le loro risorse finanziarie. C'è il contributo che esse possono dare alla concorrenza e all'efficienza stessa dei mercati. In campo finanziario, l'esplosione delle attività e il moltiplicarsi degli intermediari hanno fatto saltare molte regole del passato, hanno messo a dura prova le capacità degli organi di vigilanza ed hanno occupato un vasto territorio al di fuori di ogni disciplina di trasparenza e di responsabilità” E’ insomma un Craxi diverso che si rende conto che il futuro è colmo di incertezze, che l’ottimismo di maniera sulla modernizzazione non è più di moda. Ed è un Craxi più affine alla tradizione del socialismo italiano. Se queste sue riflessioni, all’alba di tangentopoli, si fossero trasformate in iniziativa politica vera …..ma la storia non si fa con i “se”.

PEPPE GIUDICE

venerdì 15 gennaio 2010

"Che" Craxi? - di Carolus Felix

"Che" Craxi ?

di Carolus Felix

Craxi fu uno dei pochi che seppero interpretare la loro epoca, dominata da un impero bipolare che, in nome di interessi complementari e non del tutto conflittuali, ha cercato di colonizzare il mondo da est e da ovest, reagendo brutalmente ad ogni tentativo di resistenza. Non vorrei essere blasfemo ma Craxi, mutatis mutandis, potrebbe essere paragonato a Che Guevara, perché mentre quest’ultimo cercò di rompere la morsa in maniera lucidamente disperata e rivoluzionaria, Craxi operò nello stesso senso, ma mediante il riformismo e la diplomazia, anche se per l’epoca era un’impresa titanica il volersi contrapporre contemporaneamente al ricatto missilistico dell’URSS, alla sua ingerenza con i carri armati, e anche alle dittature sanguinarie del Sudamerica, alla politica della CIA che le sosteneva e spalleggiava, senza se e senza ma, anche il terrorismo di stato israeliano. Però, allora, voler constrastare palesemente tutto ciò, fino a dire in Parlamento che la lotta armata dei palestinesi era non opportuna ma legittima, era davvero rivoluzionario. Altre sono le questioni interne. In Italia, unico Paese dell’Occidente europeo, il partito comunista più grosso che ci fosse allora, non ebbe mai il coraggio di essere rivoluzionario, né decidendosi a combattere con tutti i mezzi, come gli rimproverava il CHE, né impegnandosi in un senso decisamente riformista tale da contrapporsi, come fece Craxi, contemporaneamente ai due blocchi, per creare una vera alternativa. Il PCI, anche con la integrità morale di molti dei suoi membri (cosa che per altro è più facile permettersi quando si è più lontano dalle sfere del potere) pur quando certe condizioni sembravano essere favorevoli, negò a se stesso sempre la decisa svolta che gli avrebbe consentito di diventare un partito socialista, riformista, ma con piglio rivoluzionario (nel senso lombardiano). Quando De Martino propose ciò a Berlinguer, lo stesso Berlinguer disse no, non per mancanza di opportunità, ma per paura. Temeva infatti la costituzione immediata di un nuovo partito comunista su ordine di Mosca. E questo dimostra palesemente che anche allora Mosca finanziava i comunisti in occidente. Perché mai si sarebbe potuto formare un altro partito comunista senza i finanziamenti moscoviti. Molti ammirano tuttora Berlinguer, che sul piano morale ed individuale, fu un uomo di grande levatura, senza considerare che su quello politico fu una rovina, perché ingessò per altri preziosi anni un grande partito di sinistra in una condizione ibrida, non vicina alla socialdemocrazia ma nemmeno ai partiti rivoluzionari combattivi del mondo oppresso dall’imperialismo. E perché questo? Perché ormai nei decenni si era abituato alla consociatività del potere, un cancro attualmente in metastasi in tutto l’organismo del nostro Paese, che perdura nei suoi epigoni del PD ed impedisce una seria ed efficace alternativa. Se Craxi avesse dato retta ad Occhetto sarebbe stato irretito pienamente dai membri effettivi di questa consociatività e ne sarebbe stato inesorabilmente emarginato, allora come oggi infatti, essa attrae, fagocita ed annulla ogni spinta libertaria e seriamente alternativa all’ordine di cose vigente (guardate che fine ha fatto Follini). Essa è solo infatti una variante timocratica dell’ordine vigente, tutt’al più cerca di distribuire il business, non prova nemmeno a mettere seriamente in discussione la sua ragion d’essere, nemmeno quando con la precarietà e la delocalizzazione selvaggia, esso attua un impatto rovinoso su tutto l’assetto sociale di un Paese. Si adatta al capitalismo selvaggio (quello dei poteri forti), non cerca di combatterlo né di ridimensionarlo e nemmeno di arginarlo. Il PCI fece dunque a Craxi quello che Mario Monje fece al CHE: contribuì ad isolarlo e a estrometterlo, anche se, naturalmente, la statura e l’integrità morale dei due personaggi non sono minimamente paragonabili (lo è però la loro politica di fondo). Craxi non poteva fare altrimenti, perché non ebbe mai i numeri di un grande partito socialista europeo e questo perché la gente in Italia è abituata a votare più per “fede” che ragionando sui fatti, forse perché quell’illuminismo kantiano dell’ “osa pensare” qui non è mai veramente attecchito. Prova ne è il fatto che gli italiani continuano a votare l’illusionista e vittimista Berlusconi e ad acquistare i BOT anche quando palesemente non ci guadagnano nulla anzi, ci rimettono. Quello che abbiamo oggi in Italia è solo il terrificante risultato di questa mancanza di spirito socialista libertario, di coraggio, di pragmatismo e di vera propensione al sacrificio per una causa (sacrificio a cui, si badi, Craxi non si sottrasse, nonostante certi personaggi un po’ grotteschi, ed uso un eufemismo, gli rimproverino tuttora di non essere andato in galera), perché nessuno dei grandi della politica italiana, tranne quel Moro che Craxi, non per caso, quasi da solo, volle salvare, fu massacrato in tal modo politicamente e fisicamente, in quel periodo; e anche perché morire in un carcere avvelenati da un caffè è solo più umiliante che morire in esilio per mancanza di cure. Noi possiamo consegnare alla storia Craxi come si fa con tanti personaggi storici, ma non riusciremo per questo ad andare di un millesimo avanti rispetto al vuoto che oggi abbiamo nella cultura e nella prassi libertaria e socialista in Italia. Questa va ricostruita pazientemente dalle fondamenta, affinché non risulti l’orgoglioso alberello bonsai di una stirpe di reduci, e non sia nemmeno l’addentellato utilmente idiota dei forchettoni rossi o di quelli bianchi. Il Socialismo italiano ha bisogno di “guerrilleros” che entrino nella selva oscura delle contraddizioni del nostro sistema, e si allenino a combattere con le armi della ragione e della coscienza storica dei valori e delle prospettive etiche e politiche di quel Socialismo Globale del Terzo Millennio, che, con pazienza e tenacia, deve contemporaneamente curare la sua autoformazione in fieri e quella di nuove reclute alla stessa lotta. Ha necessità di persone coraggiose ed irriducibili ma soprattutto incorruttibili. Forse se Craxi allora, invece di avere tanti nanerottoli in fregola per la smania di saltare sul suo carro, gli stessi che con molta disinvoltura ora sono su quello del vincitore (allora e tuttora nanerottolo) le avesse avute al suo fianco, ora avrebbe vinto e ci troveremmo in condizioni diverse.
E’ un lavoro lungo, difficile, paziente, di quelli che talvolta richiedono l’impegno e il sacrificio di una vita. Ma non meno necessario, non meno importante, non meno esaltante.
Venceremos !

IL SOCIALISMO PORTA NEL SUO GREMBO IL DESTINO DELLA SINISTRA

IL SOCIALISMO PORTA NEL SUO GREMBO IL DESTINO DELLA SINISTRA

Lettera di Rino Formica ai Socialisti

15/01/2009 - Cari Compagni, dopo 18 anni dall’eclissi politica di Craxi e dopo dieci anni dalla sua morte si può dire con certezza di verità che non vi è un caso Craxi fatto di luci e di ombre, ma che è aperta una immensa questione socialista e che all’interno di questa questione resta impunita la misera aggressione politica e morale, consumata ai danni del Psi e del suo leader Bettino Craxi. Questa infamia fu completa quando si negò a Craxi la possibilità di curarsi. Forse si voleva archiviare la sordida vicenda con i funerali di Stato e con un duplice astuto profitto: aver liquidato il Psi ed aver sepolto con Craxi la voce più inorganica al sistema di potere dell’Italia repubblicana. La storia può essere manipolata ed oscurata, ma quando un raggio di verità squarcia il velo della ipocrisia, tutto torna in discussione. Ed oggi l’Italia è chiamata ad occuparsi di un Morto che è Vivo, perchè i vivi sono già morti. Il Psi negli anni ’90 fu l’anello debole della catena. Separare Craxi dal Psi era stato l’obiettivo strategico del potere dominante dal 1976. Il successo del ‘92/94 fu effimero, perchè la Pompei socialista è destinata a risorgere. Il socialismo porta nel suo grembo il destino della sinistra. Una società libera e giusta senza una sinistra con i caratteri socialisti, è destinata a perire. Il ritorno della salma di Craxi in Patria è un atto di giustizia; è uno squillo di riscossa per le disperse ma ancora copiose forze socialiste; è una visione celeste per la sinistra; è l’avvio di un nuovo inizio pacificato del sistema politico.

Cari Compagni, sappiate che i più resistenti a mollare l’osso nella lotta politica sono i vincitori abusivi e gli usurpatori di Palazzo. La competizione sarà dura, ma lavorate per educare una nuova generazione alle lotte impari e disperate che i socialisti seppero sostenere per dare all’Italia un secolo di civiltà.

Buon lavoro, Fraterni saluti

Rino Formica

giovedì 14 gennaio 2010

Convocazione, Straordinaria ed Urgente, DELLA DIREZIONE REGIONALE MARCHE DEL PSI

Convocazione, Straordinaria ed Urgente,
DELLA DIREZIONE REGIONALE MARCHE DEL PSI



- Ai componenti Effettivi, Supplenti e di Diritto del Direttivo Regionale PSI;
- Agli Amministratori Regionali, Provinciali e Comunali Socialisti delle Marche;
- Ai Responsabili territoriali ed ai Segretari di Sezione PSI;
P.C. - Al Segretario Nazionale PSI On. Riccardo Nencini

Cari Compagni,

E' convocata la DIREZIONE REGIONALE PSI per Domenica 17 Gennaio, alle ore 9.15, presso l'Ostello della Gioventù di Loreto con il seguente O.d.G.:

1) Relazione del Segretario Regionale PSI;

2) Campagna Tesseramento PSI;

3) Decisione definitiva su presentazione, alle Regionali, di una Lista Socialista o su eventuali accordi per un cartello elettorale.

Certo che comprenderete L'ESTREMA IMPORTANZA DELLA DECISIONE DA ASSUMERE, vi attendo puntuali e vi invio i più fraterni saluti socialisti.

Ancona, li 13 Gennaio 2010

MASSIMO SERI
(Segretario PSI Regione Marche)


mercoledì 13 gennaio 2010

IL LUNGO DECLINO DEL PARTITO SOCIALISTA ED IL NOSTRO PROGETTO DI RINASCITA

IL LUNGO DECLINO DEL PARTITO SOCIALISTA
IL NOSTRO PROGETTO DI RINASCITA !!!

di Michele Ferro*

Il Congresso Socialista del 1976 decretò l’Alternativa di Sinistra ed elesse Segretario Francesco De Martino. Mi piace ricordare che Francesco De Martino è stato non solo il mio maestro di vita e di politica ma anche il mio professore di Storia del Diritto Romano all’Università di Napoli, e rimane nel mio cuore e nella mia mente il ricordo affettuoso di un grande socialista ed anche di un grande Uomo di una eccezionale sensibilità umana e di una moralità intransigente.

Poi, con un colpo di mano, ci fu il Midas e l’avvento di Bettino Craxi alla guida del Partito. Molti militanti socialisti, soprattutto giovani, non approvarono né il metodo né la sostanza politica di quella scelta. (la Direzione del Partito fu occupata per parecchi giorni), perché si riteneva che quella scelta avrebbe portato il Partito verso posizioni moderate e socialdemocratiche (allora la polemica con i socialdemocratici era ancora viva e dolorosa). Al congresso del 1978 queste posizioni furono sostenute da una piccola minoranza di compagni con la famosa mozione 4 di Achilli, Leon, Amendola, Codignola ed altri, che si era separata dalla Sinistra lombardiana a seguito dell’accordo di quest’ultima con Craxi per il governo del Partito. I rappresentanti dei Lombardiani che trattarono l’accordo con Craxi erano Signorile (che fu eletto vicesegretario), Cicchetto e De Michelis. Bisogna riconoscere che Lombardi non assunse mai una posizione benevola nei confronti della politica di Craxi, ma preferì isolarsi in una testimonianza sterile, anche se piena di importanti intuizioni politiche, piuttosto che rompere con i suoi più stretti collaboratori che, per sete di potere ed ambizione politica, avevano tradito il suo messaggio politico e morale.

Al congresso di Palermo del 1980 la mozione 4 fu pesantemente battuta e sostanzialmente cancellata come componente politica.

All’interno del Partito oramai non esisteva più una vera opposizione politica e i pochi oppositori sopravvivevano isolati ed impossibilitati ad organizzarsi. Ciò che accadde dopo è ancora vivo nel ricordo dei Socialisti, La presidenza della Repubblica a Sandro Pertini, il Governo Craxi, Tangentopoli e la fine del PSI.

Molti compagni che avevano dato vita a quella mozione, anche se oramai non più organizzati in componente, continuarono a conservare una posizione di opposizione alla politica di Craxi pur apprezzando alcune scelte su eventi specifici, come Sigonella, l’impegno per liberare Aldo Moro in forte contrasto con i vertici della DC, le scelte sui diritti civili, il contributo alle lotte di liberazione in vari paesi del Mondo (Palestina, Sud America) mentre motivo di forte disaccordo fu il Referendum sulla scala mobile, in netto contrasto con la difesa del tenore di vita dei lavoratori, che è poi stato l’inizio di un processo che ha portato alla flessibilità e poi alla precarietà. Questa scelta fu considerata un tradimento nei confronti della classe sociale che avevamo il dovere, come socialisti, per la nostra storia e per i nostri valori, di difendere fino in fondo.

E d’altra parte i risultati concreti del governo Craxi si rivelarono alla fine molto scarsi sia sul piano economico che su quello delle riforme, tra cui anche quella istituzionale (la Grande Riforma), che fu costretta a rimanere, per l’avversione degli alleati di Governo, a livello di innocua formulazione propagandistica. Il periodo della Presidenza Craxi perciò non può considerarsi continuatore del riformismo del primo centro-sinistra, nel quale i Socialisti riuscirono ad imporre ai propri alleati le più importanti riforme della storia della Democrazia italiana.

Ma quello fu il periodo in cui il sistema del finanziamento occulto ai partiti tramite le tangenti divenne una regola codificata tra le forze politiche e lo strumento attraverso il quale fu possibile consentire anche l’arricchimento personale della classe politica. I politici che erano rimasti fedeli al principio che l’onestà deve essere la prima virtù di un politico venivano giudicati incapaci ed inutili per gli interessi del Partito e venivano perciò immancabilmente accantonati. Questo fu, per molti socialisti, il crollo di tanti ideali per i quali ci si era battuti per anni, spesso con sacrifici personali e pagando prezzi altissimi alla coerenza con i propri valori e le proprie idee.

La magistratura ha fatto il suo dovere. Il fenomeno andava combattuto in tutti i modi e i processi che hanno portato alla condanna di importanti personaggi della politica sono stati giusti. Si salvò allora il PCI, ma non perché i giudici non vollero toccarlo, ma perché il suo sistema di gestire questo fenomeno era regolato all’interno del Partito con la massima disciplina e con la massima cautela, e comunque non consentiva ai singoli dirigenti di approfittarne. Ciò non esime il PCI dalla condanna morale che pure deve coinvolgerlo.

Comunque la Magistratura non è riuscita ad estirpare il fenomeno e nella così detta seconda Repubblica la corruzione, il voto di scambio, l’arrivismo, l’uso distorto del potere ai fini del tornaconto economico, sono gli strumenti normali per la gestione di una carriera politica. A questo si aggiunge la qualità media della classe politica che oggi è al livello più basso nella storia della nostra Democrazia. E’ evidente che i nuovi sistemi elettorali e i metodi di formazione delle classi politiche anche all’interno dei Partiti hanno determinato il verificarsi di questo fenomeno, si pensi solo al fatto che i deputati non vengono più eletti dal popolo ma nominati dai Partiti e quindi quasi sempre in base al grado di fedeltà al Capo e all’utilità politica per lo stesso.

Ora si pensa alla modifica della Carta costituzionale per adeguarla ai nuovi tempi. Il mio timore è che qualsiasi modifica costituzionale, decisa in questo particolare momento politico, rischia di accentuare il processo di degrado della nostra democrazia e la disponibilità del Partito Democratico ad essere coinvolto in questa operazione è un errore che potrebbe portare gravi conseguenze agli equilibri democratici del nostro Paese.

Il crollo del PSI fu inevitabile, determinato anche dall’incapacità dei dirigenti di affrontare la situazione con il coraggio di riconoscere i propri errori e affrontarne le conseguenze.

Scaricare tutte le responsabilità sulla magistratura a servizio di qualche Partito non solo fu sbagliato, perché non era vero, ma non fu utile alla sopravvivenza del PSI.

Poi nacque il “SI” e la base del Partito, sempre pronta ad affrontare con ottimismo le nuove situazioni, coltivò la speranza che la nuova classe dirigente fosse in grado, nell’umiltà e nel riconoscimento degli errori commessi, di riprendere la ricostruzione del Partito Socialista partendo dai valori originari, dalla storia antica, accantonando definitivamente l’esperienza craxiana, tornando cioè al ruolo che i socialisti dovevano avere nella società italiana, un partito moderno e riformista, ma legato alle classi che erano state la sua forza originaria, dimenticando per sempre i nani e le ballerine di craxiana memoria.

Non fu così, il gruppo dirigente intorno a Boselli si pose come unico obiettivo quello della sopravvivenza, stringendo alleanze elettorali con chiunque si dimostrasse disponibile, diventando sempre più moderato e passando da sconfitta a sconfitta, senza un progetto politico, sperando di volta in volta di eleggere qualche deputato o qualche consigliere regionale o qualche assessore comunale esclusivamente per recuperare i mezzi economici per la sopravvivenza. E quanti di questi eletti utilizzavano il Partito per incassare la poltrona per poi traghettare verso altre formazioni politiche più vantaggiose.

Poi arrivò la grande speranza della Costituente socialista, molti che si erano allontanati dal Partito si riavvicinarono convinti che questo poteva essere il momento giusto per un grande rilancio delle idee socialiste. Si avvicinarono al Partito anche uomini e donne importanti provenienti da altre formazioni della sinistra, insomma l’entusiasmo era alle stelle e si percepiva la sensazione che si stesse preparando la nuova stagione del Socialismo.

Anche questa occasione è stata sciupata, l’esigenza del gruppo dirigente di non avere ingerenze estranee nella guida del Partito e la nomina di Nencini alla segreteria, espressione di quel gruppo dirigente, ha determinato l’allontanamento di tutti coloro che avevano riposto le proprie speranze nella Costituente. Anche molti vecchi compagni socialisti si sono allontanati dal Partito negli ultimi tempi. Anche la scelta di costituire liste elettorali sotto il simbolo di Sinistra e Libertà, mentre fu vissuto da molti compagni come presupposto di un nuovo corso politico, dal gruppo dirigente fu utilizzata soltanto a fini elettorali e di eventuale sopravvivenza. Infatti il Partito socialista ha abbandonato il progetto appena se ne è presentata l’occasione, anche grazie ad alcuni errori dei dirigenti degli altri gruppi aderenti a Sinistra e Libertà.

La linea politica del Partito diventa sempre più moderata e sempre più lontana dalla storia e dalla tradizione socialista. Appare sempre più evidente il percorso di avvicinamento al Partito Democratico e la volontà di raggiungere accordi politici ed elettorali con l’UDC di Ferdinando Casini, Partito che sta ponendo in essere una politica spregiudicata scegliendo di volta in volta le alleanze più convenienti. A me sembra una politica disonesta e mirante solo alla conquista di posizioni di potere. Ricorda tanto quella dei due forni di Andreottiana memoria, ma erano altri tempi.

Ora per i Socialisti che continuano a credere nei valori autentici del Socialismo, che non condividono la linea moderata ed opportunista dell’attuale dirigenza basata sull’esclusivo principio della sopravvivenza a tutti i costi, che ritengono che la riaffermazione delle idee e dei valori socialisti passa per la creazioni di una nuova forza politica che veda la convergenza di tutti coloro che a queste idee ed a questo valori credono, indipendentemente dalla loro provenienza politica, e dalla loro collocazione passata (quanti autentici socialisti militano attualmente in altre formazioni di sinistra!) si apre una stagione di grande impegno e di un lavoro intenso per costruire le condizioni politiche ed organizzative per ridare ai Socialisti il ruolo che storicamente spetta loro nella Società italiana.

*Vice segretario del Partito Socialista del Lazio.


Effetto Bonino, la Binetti lascia i Democratici

Effetto Bonino, la Binetti lascia i Democratici

"Con Bersani siamo passati a sinistra. Ora con le Regionali siamo a sinistra con la guida radicale. Se questa è la traiettoria, trovo che sia abbastanza improponibile la mia permanenza". Paola Binetti annuncia ad Affaritaliani.it la sua uscita dal Pd dopo il sì del segretario a Emma Bonino nel Lazio.


Binetti
Paola Binetti
13/01/2009 - "Con Bersani segretario siamo passati a sinistra. Ora con le Regionali siamo addirittura a sinistra con la guida radicale. Se questa è la traiettoria, trovo che sia abbastanza improponibile la mia permanenza. La domanda che rivolgo è all'area cattolico-moderata del Partito Democratico: è questa la forza politica che vogliamo? Allora non è la mia. Se invece non fosse così dobbiamo verificarlo sul campo". Paola Binetti, Teo-Dem del Pd, annuncia di fatto la sua uscita dai Democratici a seguito del sostegno di Bersani a Emma Bonino candidata nel Lazio. E lo fa con un'intervista ad Affaritaliani.it.

"La Bonino e questo gesto del Partito Democratico di sostenerla rappresentano davvero la maggioranza del Pd o sono semplicemente una specie di bengala che è stato fatto esplodere in una notte buia? E al contrario il partito si aspetta atteggiamenti, scelte e culture diversi? Nel Partito Democratico c'è una forte componente cattolica che non si riconosce affatto in questa scelta. Questa cultura non solo è minoritaria ma irrilevante e quindi si può tranquillamente cancellare?Se scopro che questa cultura nel Pd è davvero irrilevante, perché ciò che è dominante è la cultura radicale, allora non c'è un'alternativa".



CARRA E LUSETTI LASCIANO IL PD
Renzo Lusetti ed Enzo Carra lasciano il Pd per avvicinarsi all'Udc di Pier Ferdinando Casini. L'annuncio ufficiale sarà dato oggi dai due parlamentari che hanno convocato una conferenza stampa nella sala del Mappamondo di Montecitorio.

Un lieve malore in aula al Senato ha costretto Emma Bonino a lasciare lo scranno della Presidenza per recarsi in infermeria. Emma Bonino è rimasta in infermeria per circa un quarto d'ora. Il medico ha escluso ogni tipo di complicazione: è stato un semplice abbassamento di pressione.

martedì 12 gennaio 2010

CRAXI PAGO' SCELTE CORAGGIOSE IN POLITICA ESTERA

CRAXI PAGO' SCELTE CORAGGIOSE
IN POLITICA ESTERA

di Ugo Intini

ANSA - 12/01/2010 - ''Chiamo' direttamente i 'dimafoni' dell' 'Avanti!'. Il Presidente del Consiglio detto' un corsivo, anonimo, a commento dell'attacco americano al quartier generale di Gheddafi. Era intitolato 'Quando muore un bambino', visto che in quell'attacco americano, era il 1986, era morta anche una figlia adottiva del leader libico. Era un piccolo segnale. Importante. Non so se a Tripoli fossero informati di chi avesse scritto quel corsivo''. Ugo Intini, portavoce di Craxi, direttore dell'Avanti!'', autore di una bella biografia del leader socialista, sottosegretario agli Esteri nel governo Prodi, parla di uno degli aspetti oggi meno scandagliati di Craxi: la sua ''politica estera'' parallela, spesso umorale, con impennate, come la notte di Sigonella, quando ci fu uno scontro durissimo con gli Usa per le vicende successive al dirottamento della motonave 'Achille Lauro'. Una politica spesso controcorrente. C'erano scontri continui, anche duri, con Giovanni Spadolini, segretario del Pri, storico esponente filo israeliano. Quella di Craxi era una politica estera ''parallela'', fondata molto spesso su consolidati rapporti personali. ''Ricordo ancora quello svenimento nel 1968 durante la campagna elettorale politica. In sua sostituzione, Craxi scopri' allora di avere il diabete, andai io a tenere un comizio in un piccolo paese dell'hinterland milanese. C'era anche un giovane spagnolo di nome Felipe Gonzales che viveva in esilio. Gonzales sara' poi leader a Madrid. ''Nella direzione del Psi, ancora prima di Craxi, c'era una stanzetta per Alekos Panagulis, Mario Soares e proprio Gonzales. Era una politica estera schierata; dalla parte di chi si batteva per difendere principi di liberta'. Craxi e il Psi finanziava partiti, sindacati, gente che si batteva contro regimi e dittature''. ''C'e' - dice l'ex parlamentare - una frase del magistrato Borrelli che mi piace ricordare: 'C'e' da dire che personalmente Craxi non si e' arricchito'. Ho raccolto decine di testimonianze, di episodi di questa particolare 'politica estera'. I contatti e l'amicizia con Arafat, l'impegno per la pace di Medio Oriente non avendo come interlocutore solo Israele ma ricordando sempre 'che la pace si fa in due', i contatti con coloro che si battevano in Cile, in Argentina, oltre quella che era allora la linea di demarcazione tra Est ed Ovest. Questo si e' voluto dimenticare.'' ''Diedero il Nobel per la pace a Perez ed Arafat e, quando Craxi era gia' morto, all'Internazionale socialista, ad Oslo, salirono sul palco proprio quei due personaggi. Quello era un successo anche di Craxi''. ''Gli ostacoli interni venivano anche da larga parte della Dc. Non da Andreotti. Da larga parte dell'establishment economico, dalla imprenditoria pubblica ed anche dallo stesso Pci. Non si volevano pagare certi prezzi. L'Eni era interessato al gas sovietico, la Fiat aveva fatto Togliattigrad perche' uomini del Pci erano piu' influenti degli omologhi d'Oltralpe. Cosi' fu battuta la Renault. L'Olivetti voleva informatizzare l'Urss, Agnelli voleva mandare tutti i sovietici in automobile''. Come sintetizzare questa attivita', centrale nella politica di Craxi?''I socialisti furono praticamente gli unici a tentare in Italia una politica estera autonoma, o addirittura una politica estera tout court''. La politica degli anni Ottanta aveva alle spalle l'appoggio nel Terzo Mondo alle lotte di liberazione, lo scontro con i 'colonialisti' americani, francesi e portoghesi. Poi ci fu la scelta degli euromissili. Quando fu annunciata su 'La Stampa' Bobbio scrisse un articolo ambiguo. Anni dopo l'ex segretario di Stato Usa Zbigniev Brezinski, riconobbe pubblicamente che la scelta di Craxi dimostrava che un piccolo partito poteva fare scelte grandi, decisive. Come dimenticare poi l'immenso successo del vertice di Milano quando Craxi, e solo lui, fece si' che la Thatcher accettasse l'Europa. Ancora oggi l'Economist mostra un astio per Craxi frutto di quella affermazione. Mi sono stati raccontati decine di episodi di finanziamenti dati in Cile, in Spagna (Era Nerio Nesi ad andare in clandestinita' a Madrid) in Portogallo e ancora prima in Grecia. E come dimenticare l'Est europeo. Craxi fece eleggere per due volte come europarlamentare Jiri Pelikan, gia' direttore della Tv cecoslovacca durante l'invasione. Ho visto chiedere al generale Jaruzelski, ed ottenerla, la liberazione di intellettuali come Jeremek e Michnik. Ho visto portare soldi ai partiti democratici cileni dopo la lunga notte di Pinochet. Nel 1989 al segretario di Stato americano, Henry Schultz, che si lamentava della presunta corresponsabilita' italiane nella nascita in Libia di una fabbrica in grado di realizzare armi chimiche, Craxi disse pari pari che per eliminare il problema c'era solo da dialogare direttamente con Arafat. Si offri' di fare da mediatore, offri' la sua casa, ad Hammamet, come punto di incontro tra Usa e 'il terrorista Arafat'. Non so se questo incontro ci fu. Fu pero' un socialista norvegese a mettere attorno al tavolo, ad Oslo, l'Olp ed Israele. Quel giorno a Washington, era l'89, Schultz scosse la testa. Andammo via. Nel lungo corridoio ci rincorse l'assistente. Il segretario di Stato americano ci aveva ripensato''.

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