sabato 31 ottobre 2009

La crisi del PS e Sinistra e Libertà

La crisi del PS e Sinistra e Libertà:
Una risposta al compagno "Sollazzo"

di Manfredi Mangano*

31/10/2009 - Sembra oramai ufficiale: nel PS, riguardo a Sinistra e Libertà, non c'è più nulla di ufficiale. La situazione resta grave ma non seria per i quadri dirigenti di un partito oramai in cerca d'autore. Ultimo episodio della nota querelle, dopo le discussioni sull'accelerazione della forma-partito, giustamente rintuzzate (anche se con toni un pò troppo tranchant) dal segretario Nencini, arriva la scomunica del progetto da parte del compagno Sollazzo, in reazione al regolamento di partecipazione. A questa si sommano le voci di Vendola "dead man walking" che ogni tanto vengono messe in giro dal compagno Lello di Gioia, per essere poi smentite dal compagno Introna, o dal compagno Lonigro.
Non entro in questioni locali che non sono di mia pertinenza, ma almeno qualcosa da dire rispetto alla nota del compagno Sollazzo, per il quale ho sempre nutrito grande rispetto, cel'ho. Dopo un bell'incipit di analisi economica prettamente lombardiano, il compagno esordisce con un "........ Troppo pochi ripensamenti, qualche limitato mea culpa, nessun atto di contrizione, nessun coraggioso che si alzi a dire “ i socialisti hanno avuto ragione”!. " E già si capisce dove andrà a finire il resto del discorso : i post-comunisti che hanno paura di noi anche se siamo ridotti al lumicino, il neo-comunismo stordito dal muro di Berlino, e non basta un altro condivisibile pezzo di analisi economica a cancellare il devastante messaggio che arriva poche righe più sotto. "In virtù di che cosa ci viene richiesto di rinunciare alle nostre convinzioni? Si ha la volontà di far riconoscere Sinistra e Libertà quale componente ufficiale del socialismo europeo, aderendo al PSE ed all’Internazionale socialista? Altrimenti di cosa stiamo parlando? Un’alleanza elettorale, imposta dalla necessità per superare gli sbarramenti, può essere accettata da tutti, ma da qui a farne un partito politico, con fusioni a freddo accelerate e senza progetto, ce ne corre. Diciamo chiaramente che non esistono le condizioni per dar vita ad un soggetto politico unitario, che il ritiro dei Verdi ha annullato il percorso indicato, che l’attuale cartello a livello elettorale è lontanissimo dalla soglia del 4 % secondo ogni tipo di sondaggio, che le proposte politiche all’interno di Sel sono diverse e spesso divergenti. " Anzitutto, se si vuole far riconoscere SeL come interlocutore del Socialismo europeo e internazionale, la conditio sine qua non è PARTECIPARVI, non liquidarla da subito come un cartello elettorale di forze con proposte diverse e spesso divergenti. In secondo luogo, proprio il ritiro dei Verdi, il partito più sciovinista della sinistra italiana con la possibile eccezione del nostro, dovrebbe semplificarci la vita: basterebbe che in questa dirigenza ci fosse qualche anima coraggiosa che dicesse "queste sono le nostre proposte di socialisti, contiamoci e discutiamone".Il confronto democratico tra idee diverse è diventato un tabù ? A proposito, poi, di cartelli e partiti, ma Di Lello sul giornalaccio di Sansonetti non ha detto che "sarà un partito di lotta e di governo" (riportato sul sito del PS, neh, mica su quello del PRC) ? Chi ha ragione ? Qual'è la linea del PS ? Ma vediamo quali sono i punti di disaccordo fondamentali su SeL. "degli ammortizzatori sociali, della legge Biagi" : dubito che un qualsivoglia compagno di SeL afferente all'area ex comunista sia contrario agli ammortizzatori sociali ... quanto alla Legge Biagi, ricordo che Biagi NON l'ha scritta. Ha scritto una cosa chiamata Libro Bianco, in cui si parla anche di forme di cogestione, se per questo, e dell'intoccabilità del principio di licenziamento per giusta causa. Magari se ai compagni ex comunisti dicessimo questo, anzichè tirare fuori i Sacri Moloch di un blairismo affondato anche dal PSE l'altroieri con lo sgambetto al leader inglese, sarebbero più tranquilli. "del nucleare ": forse ricordo male, ma Bettino Craxi non cavalcò (a mio parere sbagliando, all'epoca, ma son passati 22 anni) proprio quel referendum assieme ai Verdi (sempre loro ... ) ?? Ora siamo diventati nuclearisti per acritica convinzione ? Potremmo almeno pensare al fatto che tra 20 anni, momento in cui aprirà la prima centrale, sarà arrivata un'altra generazione di nucleare che renderà obsoleta la nostra ! "con il sistema viario delle autostrade e delle ferrovie che ha bisogno di immediato rilancio e di nuove costruzioni." Ottimo, ma allora perchè investire in una TAV che costa tre volte di più rispetto al resto del continente, e che va a affiancarsi a una rete ferroviaria di zona non sfrutta appieno, mentre mancano anche i treni per i pendolari ? "a nostra politica è a vocazione maggioritaria e non gruppettara, in Europa e nel Mondo i socialisti sono al Governo, vincono le elezioni, come in Grecia in Portogallo e in tanti altri Paesi. Gli amici di SeL, invece, ci propongono di diventare antagonisti, alternativi al sistema o cos’altro?" Che la nostra politica sia a vocazione maggioritaria, non me ne sono francamente accorto, dato che, nonostante Nencini abbia proclamato la fine del laicismo esasperato, i suoi unici interventi programmatici ad eccezione delle quattro benemerite raccolte firme hanno sempre e solo parlato di laicità. La prima proposta organica a favore dei precari espressa chiaramente risale alla settimana scorsa per iniziativa digioiana, poi abbiamo gli interventi dell'oramai emarginato dal resto della driigenza Lanfranco Turci. Per il resto, il deserto dei Tartari. Non è poi gruppettarismo esasperato questo picchiare costantemente sul fatto chenoi siamo socialisti, gli altri sono comunisti e ci devono ancora chiedere scusa ? E una cosa che proprio da Lei, compagno Sollazzo, lombardiano coerente e non rinnegato, non avrei mai voluto sentire, è la scomunica dell'idea di essere "alternativi al sistema": Lombardi è lo stesso della Programmazione e dei Consigli Operai, compagno Angelo, Lo sa meglio di me. Nel 1970 quando fece l'ACPOL con Livio Labor il suo proposito era proprio ... essere alternativo al sistema. Poi, mi perdoni, ma queste parole stonano proprio dopo un discorso incentrato sul capitalismo col fiato corto come quello svolto poco sopra. Compagno, lei ha sempre legittimamente e giustamente criticato l'adesione priva di discussione al modello della Terza Via, come dogma paraliberista: ricordo il suo intervento al Congresso nazionale, in cui denunciava la nostra subalternità all'agenda confindustriale del governo Prodi e delle banche che lo sostenevano. Per condivisibili o meno che fossero quelle parole, che c'azzeccano (per citare il Giustiziere Mascherato di Montenero di Bisaccia) con l'ennesima, stanca ripetizione di parole d'ordine del 1992, 1994 o giù di lì contro la "contaminazione" ? E per favore, non faccia minacce del tipo " non abbiamo bisogno di voi per entrare nel PD" associati a lodi della recente esperienza toscana. Perchè, francamente, se i dirigenti del PS non hanno bisogno di entrare in SeL per entrare nel PD, neanche i militanti socialisti hanno bisogno dei loro dirigenti per fare politica, nel PD, nel PS o in qualunque altro posto. E continuare a tenere il partito, SeL e ogni altra opzione in un limbo eterno in attesa di non si sa bene cosa di certo non farà che accrescere questa tendenza.

Con rispetto, affetto e somma tristezza,

*
Consiglio Nazionale Giovani Socialisti (FGS)

* Coordinamento Programmatico Regionale Marche Sinistra e Liberta'


CRISI POLITICA E CRISI ECONOMICA. I SOCIALISTI E SINISTRA E LIBERTA’

di Angelo Sollazzo*

30/10/2009 - L’epicentro della crisi economica che ha investito le economie di tutto il mondo è stato chiaramente individuato negli Stati Uniti d’America. Le operazioni economiche avventate, i titoli spazzatura, i derivati, le scatole cinesi, i fondi truffaldini, le banche sanguisughe, le finanziarie banditische e quant’altro, hanno avuto origine nel Paese più capitalista di tutti. Per questo fa specie rilevare che proprio chi ha provocato la crisi metta in moto una serie di correttivi che con il sistema capitalistico hanno ben poco a che spartire. Non si tratta interventi pensati solo con la elezione del nuovo Presidente Obama, ma di provvedimenti già iniziati sotto la guida di quello che sarà ricordato come uno dei peggiori Presidenti degli USA, Gorge W. Bush. Un controllo sugli effetti del capitalismo selvaggio, sulle scorrerie delle banche e delle Assicurazioni, su tutta la politica dei mutui, sul sistema delle concessioni dei prestiti ed infine un intervento massiccio dello Stato per il sostegno alle famiglie, per sostenere il settore automobilistico, per evitare il fallimento di altre Banche, per salvare le industrie operanti nel settore della innovazione e della ricerca, sono stati interventi che sia gli USA che altri Paesi, a capitalismo avanzato, hanno adottato per far fronte ad una delle crisi economiche più gravi che il mondo industrializzato ricordi. Voler assegnare a tali provvedimenti una denominazione di politica economica non si può rifuggire dalla parola socialismo democratico e liberale. Lo Stato interviene per garantire la tenuta della propria economia,per preservare i posti di lavoro, per evitare il fallimento di banche ed aziende, per rilanciare l’export, per far riprendere i consumi, per assicurare i servizi ai cittadini. Che significa tutto ciò se non il ritorno, in qualche forma, alle Partecipazioni Statali, di lombardiana memoria, ed al progetto socialista degli anni sessanta e settanta della programmazione economica? Nel nostro Paese si ha una sorta di idiosincrasia verso tutto ciò che richiama al socialismo ed ai successi mietuti, negli anni, dal Partito Socialista. Il giustizialismo imperante, la pretesa di superiorità culturale della sinistra massimalista, l’avversione al modernismo istituzionale, invocato proprio dai socialisti con trent’anni di anticipo rispetto all’oggi, la diversa qualità della cultura politica degli uomini e del progetto socialista, hanno spinto sinistra e destra a rimuovere dalla coscienza nazionale i grandi meriti del socialismo italiano. Troppo pochi ripensamenti, qualche limitato mea culpa, nessun atto di contrizione, nessun coraggioso che si alzi a dire “ i socialisti hanno avuto ragione”!. L’equazione socialismo eguale a tangentopoli, i socialisti protagonismi del malaffare, hanno avuto il sopravvento,unitamente alla codardia di qualche gruppo dirigente socialista che invece di combattere è scappato a richiedere la protezione dei potenti del momento, a destra ed a sinistra. Nessuno che ricordi, o meglio, che voglia ricordare che le grandi riforme sono state iniziate o proposte proprio dai socialisti: Grande Riforma istituzionale(Craxi), riforma della sanità(Mariotti), del fisco(Formica), dell’Istruzione(Codignola), dell’economia(Lombardi e Ruffolo), del Lavoro(Brodoloni e Giugni) e l’elenco potrebbe allungarsi di molto. Con anni di anticipo i socialisti avevano indicato la strada. Oggi i dilettanti vogliono percorrerla provocando molti disastri. A livello politico i post-comunisti hanno sempre evitato di dirsi socialisti in Italia, anche se aderenti al socialismo europeo. Insomma i socialisti benché ridotti al lumicino fanno ancora paura. Per non parlare dei neo-comunisti, che, ancora, non si capacitano della caduta del muro di Berlino e di tutte le loro utopie. Cancellare la parola socialismo e l’aggettivo socialista diveniva imperativo proprio per la sinistra perdente. Il comunismo sconfitto in tutti i suoi teoremi fondamentali: le masse non si guidano con l’autoritarismo militare ed economico, il collettivismo in economia è stato un immane disastro, l’individuo non sarà mai un numero ed ha bisogno di spazi propri non confinabili con ideologie politiche autoritarie. Morto il comunismo, il capitalismo non sta proprio bene. C’è, per fortuna, anche qualche attento osservatore che ci induce a considerare la realtà attuale come la fine di un altro sistema economico sul quale per decenni se ne era dichiarato l’infallibilità e la irreversibilità, il capitalismo. La crisi economica ha scoperto il nervo debole del sistema capitalistico. Migliaia di miliardi di dollari bruciati in un breve lasso di tempo, il tempio della finanza, rappresentato dalle Borse, che scricchiola quando non crolla, il profitto che scende sempre di più, la finanza diventa sempre più una palla al piede della economia reale. Il capitale senza profitto non ha più ragione di essere. E’ la rivincita dell’industria sulla finanza, della produzione sulla gestione, dell’economia reale su quella virtuale. Il capitalismo per decenni si è sviluppato in presenza di una democrazia politica e di una coesione sociale che hanno consentito a tutte le economie occidentali di crescere e creare benessere. La crisi avviene in contemporanea con il declino delle istituzioni ed il venir meno di regole e di controlli sul sistema capitalistico. Lo Stato non ha frenato più le scorrerie e le imposizioni del capitale, si è creata una nuova povertà, è cresciuta la forbice tra i ceti ricchi e quelli poveri, è stata dimezzata la capacità economica del ceto medio. Il potere economico si sta saldando con l’antipolitica e alle difficoltà si sta rispondendo con il populismo e con l’invocazione dell’uomo forte. Una politica dell’eguaglianza, dimenticata dalla sinistra italiana, diventa urgente ed indispensabile per rilanciare il sistema economico. La ridistribuzione della ricchezza diventa inderogabile non solo rispetto ai Paesi poveri ma anche all’interno dei Paesi ricchi. Concentrare la ricchezza in poche mani significa aumentare la povertà, ciò blocca i consumi e impedisce la crescita, riduce la coesione sociale, e limita la spinta alla concorrenza. Per tale situazione di incertezza economica e politica diventano necessari ordini giuridici e regole economiche nuove a livello nazionale ed internazionale. Le economie devono ridurre sensibilmente la dipendenza dal petrolio, sviluppare nuove economie come quella legata alla bio-medicina per sconfiggere le nuove malattie, avere al centro di ogni loro azione la difesa dell’ambiente e del clima, creare nuova occupazione e garantire i servizi ai cittadini. Gli aiuti vanno dati alla domanda e non all’offerta, alle famiglie e non ai grandi gruppi industriali ed economici, occorre sostenere i redditi per far riprendere i consumi e, quindi, rilanciare la produzione industriale. L’evasione fiscale va combattuta, per le sue dimensioni, a livello planetario e con accordi internazionali. Se la crisi prima che economica è culturale e politica, allora è necessario un progetto politico della speranza, che produce sviluppo, in luogo di quello della paura che provoca conservazione. La soluzione da ricercare dopo la morte del comunismo e la crisi del capitalismo, non può che essere quella che ci porta all’ideale socialista e democratico. Socialista è chi si preoccupa degli altri, come diceva Nenni. Il socialismo italiano è anche Craxi, ma non solo. Di fronte al dilettantismo di oggi, all’incultura politica, agli scandali di macro-dimensioni, che fanno impallidire tangentopoli, abbiamo il dovere di rivendicare la validità dei nostri ideali, la qualità della nostra cultura, il successo delle nostre azioni. In virtù di che cosa ci viene richiesto di rinunciare alle nostre convinzioni? Si ha la volontà di far riconoscere Sinistra e Libertà quale componente ufficiale del socialismo europeo, aderendo al PSE ed all’Internazionale socialista? Altrimenti di cosa stiamo parlando? Un’alleanza elettorale, imposta dalla necessità per superare gli sbarramenti, può essere accettata da tutti, ma da qui a farne un partito politico, con fusioni a freddo accelerate e senza progetto, ce ne corre. Diciamo chiaramente che non esistono le condizioni per dar vita ad un soggetto politico unitario, che il ritiro dei Verdi ha annullato il percorso indicato, che l’attuale cartello a livello elettorale è lontanissimo dalla soglia del 4 % secondo ogni tipo di sondaggio, che le proposte politiche all’interno di Sel sono diverse e spesso divergenti. Quando parliamo degli ammortizzatori sociali, della legge Biagi, del nucleare, con l’Italia circondata da Centrali in Francia Svizzera e Croazia, di sviluppo delle infrastrutture, con il nostro Paese che registra ritardi di trent’anni rispetto a Francia e Germania e che sta per essere superato perfino dalla Spagna, con il sistema viario delle autostrade e delle ferrovie che ha bisogno di immediato rilancio e di nuove costruzioni. Quando rileviamo la necessità di costruire per i lavoratori e per i giovani migliaia di nuove abitazioni, il tutto produce nuova occupazione anche per gli immigrati di cui si parla spesso a sproposito. Parimenti, quando affermiamo che i nostri militari in Afghanistan lottano contro il terrorismo e non per far piacere agli USA, allora risulta chiaro che senza un progetto politico condiviso non sia possibile far nascere un soggetto politico unico. La nostra politica è a vocazione maggioritaria e non gruppettara, in Europa e nel Mondo i socialisti sono al Governo, vincono le elezioni, come in Grecia in Portogallo e in tanti altri Paesi. Gli amici di SeL, invece, ci propongono di diventare antagonisti, alternativi al sistema o cos’altro? Quali sono gli sbocchi? Diventare comunisti, allearsi con Rifondazione, ovvero farci portare da loro nel PD, dove non abbiamo bisogno di essere accompagnati? Una politica di centro-sinistra si può anche fare su alleanze tra diversi, ripetere l’Ulivo ovvero l’esperienza toscana. I socialisti vogliono parteciparvi con le loro idee e con il loro partito. Noi socialisti siamo orgogliosi della nostra storia e dei nostri ideali, in particolare oggi che i fatti ci danno ragione. Chiederci di ammainare le nostre bandiere è assurdo e da sprovveduti, chiederci di dar vita ad una nuova sinistra senza anima e senza indirizzo è da dilettanti. Non abbiamo niente a che spartire con il movimentiamo, con le scelte assembleari, con i comitati di base, con i centri sociali. Noi siamo la sinistra di Governo. Una politica di alleanze è possibile, lo scioglimento del PSI non è nella nostra agenda e nella nostra volontà.

*Segreteria Nazionale PSI


venerdì 30 ottobre 2009

Matteo Petracci - “ Pochissimi inevitabili bastardi”.

Presentazione del libro
“Pochissimi inevitabili bastardi”

Sabato 31 ottobre 2009, alle ore 17,30 Presso "l'Auditorium Biblioteca Filelfica" a Tolentino (MC) Incontro con Matteo Petracci, autore del libro “ Pochissimi inevitabili bastardi”.

L'opposizione dei maceratesi al fascismo dal biennio rosso alla caduta del regime.

Introduzione - Giulio Pantanetti

Presidente A.N.P.I. Provinciale

Coordina - Lanfranco Minnozzi

Presidente A.N.P.I. Tolentino


SINISTRA E LIBERTA': VERSO DICEMBRE !

SINISTRA E LIBERTA': VERSO DICEMBRE !

di Gim Cassano*

30/10/2009 - Sento il dovere di esprimere in modo compiuto un punto di vista molto preoccupato su S&L e sulle ultime questioni di cui si è discusso nel Coordinamento. Dopo aver sentito la precisa responsabilità -a differenza di altri- di confinare per un doveroso senso di collegialità queste opinioni nell’ambito del Coordinamento Nazionale, limitandone in un primo tempo la diffusione ai suoi membri la diffusione, ritengo ora che sia opportuno il diffonderle. In buona sostanza, dopo Bagnoli si sono confrontate (con molte sfumature) due posizioni: quella di chi chiede un deciso passo in avanti verso la costituzione di un partito, sostenendo l’impossibilità di fare politica senza lo strumento-partito, e quella di chi ritiene che lo strumento sia il risultato e non la premessa di una discussione sul cosa e come si voglia essere. L’esito infausto del Congresso della Federazione dei Verdi è stato visto dai primi come una ragione per considerare superato il percorso stabilito a Bagnoli, e spingere verso un Congresso Fondativo (in sostanza, verso l’immediata costituzione di un partito), e dai secondi come una risposta alla volontà di molti, già evidente prima di Bagnoli, di procedere rapidamente verso la formazione di un partito che richiedesse lo scioglimento dei partiti e movimenti preesistenti, implicando con ciò l’accettazione preventiva di un modello partitico che quantomeno si sarebbe dovuto discutere e definire. Queste due posizioni riflettono preoccupazioni ed esigenze diverse: da un lato si teme che il perdurare di S&L in una sorta di status intermedio tra l’alleanza di forze diverse ed un vero e proprio partito, porti alla disaffezione ed al disimpegno coloro che ritengono lo strumento-partito necessario ad avviare un confronto che guardi essenzialmente verso il resto della Sinistra, e necessario a fornire forza di attrazione nei confronti di quel mondo; e dall’altro lato si teme che un percorso di costruzione partitica accelerato e non sufficientemente definito e maturato porti fatalmente a forme organizzative “classiche” e scontate, tratte dalla tradizione (i cui esiti si sono già più volte visti nella storia della sinistra italiana) ed a smantellare l’esistente senza che siano stati adeguatamente definiti il ruolo e l’essenza politica di S&L. Si può anche osservare come la prima posizione corrisponda ad un atteggiamento di carattere deduttivo, conforme alla tradizione ideologica della nostra sinistra, portando con sé la predeterminazione del perimetro e delle forme all’interno dei quali si andrebbe a costituire il nuovo soggetto politico; e come invece la seconda si fondi su atteggiamenti induttivi ed empirici, e che guardi alla possibilità di allargare ed aprire S&L ad associazioni, movimenti, circoli, corpi intermedi, pezzi della società civile, e che in funzione di ciò ne vada definita la forma. La discussione, specie sui commenti apparsi sul sito, ha raggiunto punte di asprezza che di certo hanno reso felici i nostri detrattori, e che non hanno certo contribuito alla serietà del dibattito. Coloro che si sono “permessi” di esprimere dubbi sul fatto che fosse possibile celebrare un Congresso Fondativo prima della fine dell’anno, sono stati accusati di vedere S&L come un tram elettorale sul quale salire o dal quale scendere alla prima occasione, ed alcuni sono arrivati al punto di sostenere l’opportunità di procedere comunque (chi ci sta, ci sta, e gli altri, se lo vorranno, vengano dopo, ma alle nostre condizioni), dimenticando che ciò significherebbe la fine dell’ “esperimento” S&L nei suoi tratti più innovativi, e la riedizione -in piccolo- di un ennesimo dejà vu. Detto ciò, non nascondo di considerare la seconda posizione come la più affine al mio pensiero (il che poco conta), ma soprattutto come la più adeguata a far nascere in Italia un’idea “nuova” di sinistra. Nel frattempo, S&L è rimasta regolarmente in ritardo, quando pure non si sia espressa in termini contradditori, sulle questioni del dibattito politico. E soprattutto, dopo l’intuizione iniziale che ha portato a raccogliere un milione di voti poco più che dal nulla (e che erano tutti -o quasi- voti di elettori che avevano apprezzato l’idea innovativa che ne era la premessa, e che solo in piccola parte provenivano dall’elettorato consolidato dei partiti o movimenti costituenti), non si sono fatti passi in avanti nel tradurre un’intuizione nella definizione compiuta di un pensiero, di una identità, di una strategia. Mentre noi si discute sulla reinterpretazione delle decisioni di Bagnoli, possiamo osservare fuori dalla nostra stanza un Paese che va a rotoli: sul piano economico e sociale, sul piano della coesione sociale e territoriale, sul piano morale, sul piano istituzionale e politico. Dall’opposizione -tutta, parlamentare e non- non arriva una risposta. I giornali sono pieni delle cronachette del presunto Congresso del PD; ma c’è stato, o c’è, o ci sarà un Congresso? Si sarà scelto un Segretario, ma nessun italiano ha potuto osservare nel PD un serio dibattito sui problemi del Paese. Certo, Bersani e Franceschini non sono equivalenti, e l’acclamazione dell’uno piuttosto che dell’altro produrrà pure qualche effetto. Ma, nel frattempo, si fa un’opposizione fiacca e svogliata, quando non connivente (scudo fiscale ed omofobia), e la scelta avviene più sulla “suasion” che su linee politiche definite con chiarezza. Per il resto, assistiamo al populismo demagogico di IdV che insulta il Capo dello Stato e fonda il suo successo su una sorta di partito-persona che fa le fusa all’antipolitica. La pattuglia radicale sogna una sorta di trasversalismo fondato su un improbabile abbinamento tra laicità, liberismo, e sistema politico di tipo anglosassone. La sinistra anticapitalista ritiene di poter dar risposta ai problemi del Paese attraverso il fumo dell’ideologia e lo sventolio nostalgico di bandiere. Sono, tutte queste, posizioni al più sufficienti ad indurre le singole formazioni a sperare in un minimo di consenso elettorale, ma nessuna di queste è adeguata ed utilizzabile per la costruzione di un’opposizione in grado di proporsi alla guida del Paese. L’idea di S&L è emersa per dar risposta a questo vuoto politico, che non è solo vuoto di rappresentanza parlamentare, ma è soprattutto vuoto di proposta politica e di capacità di costruirvi attorno relazioni e consenso. L’idea, rivoluzionaria nella storia italiana, di una proposta politica che tragga origine dai diversi modi ed esperienze dello “esser sinistra” in questo Paese ne era la premessa necessaria. E questo richiede l’apporto di una razionalità empirica, piuttosto che quello di atteggiamenti ideologici. Abbiamo tutti alle spalle storie diverse, e molto spesso conflittuali: non è sulla loro riproposizione, sulla ripetizione di slogans, parole d’ordine, linguaggi, metodi, tratti in modo esclusivo dall’una o dall’altra di queste storie, che sia possibile costruire. Altrimenti, ognuno continuerà a rinfacciare all’altro antichi contrasti e diversità. Purtroppo, questo atteggiamento è duro a morire, e la lettura dei commenti sul sito ne è una evidente testimonianza. La costruzione di S&L richiede la capacità di superare ciò, e di elaborare una nuova proposta in termini culturali e di contenuti e strategia politica; ed anche nel modo di fare politica e di organizzarsi a tal fine. Le storie delle quali siamo portatori ed eredi non vanno rinnegate, ma vanno rivisitate e ricomposte guardando all’oggi ed al domani. E chiunque di noi deve poter dare il proprio apporto a questo processo, partendo criticamente dalle proprie origini. In questo, siamo aiutati da una realtà sociale ed economica che si è rapidamente e profondamente trasformata, e dalla consapevolezza, oramai ampiamente diffusa, che termini come libertà, merito, mobilità sociale, individuo, sono la premessa necessaria di una società aperta. E che i significati di libertà, democrazia ed equità sono tra loro inscindibili. E che a tutti va garantita l’equaglianza dei diritti, non solo giuridici, ma anche di accesso effettivo alla formazione, al sapere, alla salute, alla autorealizzazione delle scelte di vita, di lavoro. Ed ancora, che lo stesso mondo del lavoro si è profondamente trasformato, e che i suoi interessi non sono più interpretabili unicamente nei termini del linguaggio di una sinistra tradizionale; entrano in gioco altre considerazioni: gli interessi territoriali (ne è prova il voto leghista), le prospettive per i giovani, la scarsa mobilità sociale, l’ambiente, i diritti individuali e civili conculcati, l’interesse per strutture e servizi pubblici efficienti ed accessibili, i diritti degli utenti e consumatori. E dobbiamo aver chiaro che, nelle condizioni attuali del Paese, il primo compito di una forza di sinistra è quello di difendere il sistema democratico e di dare attuazione ai principii sui quali si fonda la nostra Costituzione, che credo inutile richiamare. Ritengo che esista, non marginale e non piccola, per quanto dispersa, quella che abbiamo chiamato “l’Italia che non ci sta”. A veder far scempio della Costituzione, dei diritti dell’uomo, dell’individuo e del cittadino. A vedere al potere una furbizia egoista ed arrogante, divenuta il modello culturale dell’attuale maggioranza. A vedere una cattiva amministrazione in mano a ceti politici indifferenti e famelici, sovente collusi con il malaffare. A vedere lo scempio del territorio ed il relativo seguito di lutti. A vedere una opposizione inesistente da parte di alcuni e velleitaria da parte di altri. A veder privilegiare la speculazione rispetto a chi produce ed a chi lavora. A veder sacrificare gli interessi dei più a quelli dei pochi. A vedere un Paese senza più voglia di fare, e paralizzato dalla più bassa mobilità sociale e dalla più ampia e crescente forbice di disparità economica del mondo industriale. A questa “Italia che non ci sta”, S&L deve dare una risposta, e molto presto. Ad iniziare da dicembre. E su questa risposta, iniziare a definire la propria proposta politica, a partire dalle grandi emergenze di questo Paese: quella della democrazia, quella dei diritti dell’individuo, quella economico-sociale, quella ambientale, quella della formazione e della diffusione della conoscenza, del sapere, dell’informazione. E sono convinto che, misurandosi, empiricamente e non in termini ideologici, sui fatti e sulle grandi questioni, non sarà difficile per nessuno di noi contribuire alla costruzione della nuova sinistra, aperta e plurale. Il voler trasformare l’Assemblea di fine Dicembre in una sorta di Congresso che, nel nominare vertici ed organismi dirigenti fatalmente vincolerebbe S&L ad un tipo di forma-partito piuttosto che ad un altro, significherebbe prederminare il mezzo, la liturgia, rispetto ai fini. E non dare risposte adeguate a chi chiede invece quale sia, compiutamente, il progetto di S&L. Ed occorre infine aver ben chiara una cosa: nessuna idea innovativa di sinistra sarà mai concretizzabile ove la formazione politica che intenda praticarla non porti, anche nel suo modo di costituirsi, nella sua forma ed organizzazione, una rottura rispetto al modello in miniatura dell’organizzazione del tradizionale partito di massa, e non eviti il rischio di declinare in termini di leaderismo la necessità di adeguamento alle esigenze della modernità. Occorre una formazione politica che sappia assicurare forme articolate di partecipazione ad individui ed a soggetti collettivi. Penso ad una forma aperta, ai diversi livelli, quello nazionale, e quelli territoriali, che consenta la presenza di una pluralità di movimenti, associazioni, soggetti politici, ciascuno dei quali apporti la propria individualità, capacità di proposta, di coinvolgimento e di mobilitazione. I partiti tradizionali hanno fatto il loro tempo, e non sarà la riproposizione di una struttura piramidale a consentire l’allargamento della partecipazione ed il coinvolgimento di esperienze diverse sul piano della cultura politica, del riferimento territoriale, e degli ambiti di interesse ed intervento. Perché oggi, il primo problema che ci si pone di fronte è quello di aggregare, coinvolgere e mettere a frutto, e non in termini di collateralismo subordinato, un’infinita serie di capacità individuali e di gruppo oggi disperse. Perché ciò possa realizzarsi, occorre preventivamente definire un’idea di sinistra moderna ed aperta, ed occorre non predeterminare una forma di organizzazione partitica rigida e chiusa. A mio parere, il significato dell’Assemblea di fine anno è questo: a chi ci osserva con attenzione non interessa affatto sapere che S&L celebra un rito paracongressuale con nomina di organi e liturgie simili: interessa invece sapere cosa pensi, dica, voglia fare e faccia S&L. In altre parole, quale è la sua proposta agli italiani, come si caratterizzi e distingua rispetto alle altre forze dell’opposizione (parlamentare e non), e quali rapporti intenda tenere con queste, vista anche l’imminenza delle elezioni regionali. E quale è la sua idea di costruzione partecipata ed aperta di un soggetto politico; che, ripeto, deve presentare anch’essa caratteri fortemente innovativi. Se usciremo dall’Assemblea con organismi di vertice e leaders, ma senza aver definito questi aspetti, non avremo concluso nulla. Abbiamo proposto l’adesione a S&L, giustamente: si aderisce ad un progetto, per parteciparne allo sviluppo, alla verifica ed all’aggiornamento empirici. Chi oggi sottoscrive la “Carta di Adesione” e versa i 30 euro manifesta la sua volontà che questo progetto debba procedere, e la sua fiducia che ciò possa essere. Ma le conclusioni del progetto oggi non sono conosciute compiutamente. Sta a chi ha le maggiori responsabilità politiche l’iniziare a definirlo. E sta all’Assemblea di Dicembre il ratificarlo. Ma non è pensabile che un’Assemblea costituita a partire da adesioni individuali (che significativamente alcuni chiamano tesseramento), che avranno avuto meno di un mese di tempo per realizzarsi, possa caricarsi di responsabilità che vadano oltre la proposta del progetto di costituzione di S&L, e diventare nei fatti se non nel nome, una sorta di Congresso. L’esito sarebbe inevitabile: assemblearismo senza sufficienti garanzie di rappresentatività alla base, ed il rischio del leaderismo al vertice. Oggi, il principale compito che si trovano di fronte coloro che si sono assunti la responsabilità di proporre l’idea di una sinistra nuova è quello di non far fallire questo esperimento con la pretesa di vincolarne la conduzione a concezioni predeterminate e fatalmente tradizionali del fare politica, che mal si adattano ad un’idea del tutto innovativa di sinistra. La storia politica italiana -e della sinistra in particolare- è piena di fallimenti, dipesi in larga misura dall’aver riproposto concezioni culturali e forme politiche improntate alla pretesa di imporre punti di vista, alla nostalgia del passato, al pensiero ideologico, a metodi arcaici del fare politica.
*Coordinamento nazionale di SeL

COMUNICATO DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DEL PSI

COMUNICATO DELLA SEGRETERIA NAZIONALE
DEL PSI, SU SINISTRA E LIBERTA'


30/10/2009 - Dalla tarda mattinata di oggi sul sito www.sinistraeliberta.it è online una bozza di regolamento per l'Assemblea di Sinistra e Libertà prevista per il prossimo dicembre. Tale bozza, portata in discussione senza essere concordata nell'apposito gruppo di lavoro, è stata in realtà approvata in assenza di esponenti Ecologisti e con il voto contrario dell'unico Socialista presente. Si tratta dell'ennesimo strappo alle regole di vita interna di Sinistra e Libertà da parte di esponenti di MPS, SD e Unire la sinistra, i quali dimostrano ancora una volta di non tenere in alcuna considerazione le ragioni degli altri partners. Non c'è chi non veda che, ove si persista in questi comportamenti, Sinistra e Libertà scivolerebbe rapidamente verso una crisi irreversibile.

giovedì 29 ottobre 2009

CARO PRC, SeL ESISTE, FATTENE UNA RAGIONE

CARO PRC, SeL ESISTE, FATTENE UNA RAGIONE


Oggi c’è bisogno di ricostruire una massa critica che parli al paese e alla sua mortificazione quotidiana. Che pensi a coltivare la costruzione di una sinistra, per evitare che dalle due sinistre si passi a nessuna.


di Gennaro Migliore - Gli Altri, 29 ottobre 2009

E ora non chiamatelo “popolo delle primarie”. I tre milioni che domenica si sono messi in fila per scegliere il segretario del Pd erano più semplicemente un popolo alla ricerca di una rappresentanza. Una rappresentanza che nel corso degli ultimi anni è stata oggetto di grandi speranze e di grandi delusioni postume. Le persone che ieri hanno preso parola non sono solo quelle che pensano al Pd e non sono la “truppa” di complemento all’azione dei gruppi dirigenti di quel partito, anzi, spesso non sono neppure tutti suoi elettori. Sono piuttosto un corpo politico che riconosce se stesso come esistente e che, di volta in volta, sceglie un modo per manifestare la propria vitalità. Sono lo sciame democratico di questo paese, che decide di scegliere in autonomia quale sia il proprio strumento, quello più efficace.

Qualche tempo fa lessi una breve considerazione di Beppe Severgnini sul “popolo dei 5 milioni”. Severgnini osservava che la strana coincidenza numerica tra i lettori dei quotidiani di informazione, cinque milioni, il numero di spettatori delle trasmissioni di approfondimento, sempre cinque milioni, il numero di utenti che frequentano la blogosfera, anch’essi intorno ai cinque milioni, e di come la maggioranza fosse composta da elettori di centrosinistra! La deduzione dell’autore, mettendoci insieme anche i milioni delle primarie era che, grossomodo, più o meno fossero quasi sempre gli stessi. Un nucleo forte di opinione informata e di disponibilità alla partecipazione, che però non riusciva a farsi senso comune in un paese attraversato da una atomizzazione molto più drammatica, segnata da un crescente egoismo, che vede nella matrice razzista e individualista della destra il vero pensiero egemone nella società italiana.

Questo “popolo”, però, è la più grande risorsa di cui oggi può disporre un progetto di “alternativa” (quanto sia stata felice la prima dichiarazione del neoeletto segretario Bersani, lo si deve proprio a questa parola dimenticata per anni, colpevolmente, dalla sinistra maggioritaria) alle destre populiste e a-democratiche. Il merito delle primarie è quindi, innanzitutto, aver dato parola a questo popolo, resistendo alle incertezze che avevano segnato la vigilia. Penso che gli elettori delle primarie si sentano, oggi ancor di più, titolati ad esprimere il loro parere su tutto e che non basti una tessera a distinguere realmente il “dentro” dal “fuori” di un partito contemporaneo. La critica va dunque a chi, a torto, ha considerato le primarie uno strumento tendenzialmente antidemocratico e plebiscitario (salvo poi andare a votare per far numero). Sono certo di far parte di una minoranza, tra gli attivisti della sinistra, a non aver partecipato a quel voto. L’ho fatto perché non ritenevo giusto dover scegliere il segretario di un altro partito, ma non mi ha affatto meravigliato che molti dei miei compagni e delle mie compagne facessero prevalere altri sentimenti nella propria valutazione. Per quanto mi riguarda, ritengo che le primarie, meglio regolate e magari anche oggetto di un processo di legificazione che le metta al riparo da usi distorti (tipo le primarie per un sindaco, ma solo con candidati del Pd), possano diventare uno strumento da agire sistematicamente e con poche, rarissime e ben motivate, eccezioni. Sia per la selezione delle rappresentanza pubbliche (dal candidato presidente del consiglio in giù) sia per le organizzazioni politiche, se queste hanno l’ambizione di aprirsi e non di diventare un letto di Procuste da adattare alle scelte dei ceti politici.

La natura della rappresentanza politica è oggi molto controversa ed il Pd ne è l’esempio più importante. Da un lato c’è la crisi di legittimazione di un intero sistema politico, travolto da scandali e malgoverno, che però detiene una quota significativa di potere, dall’altro un diffuso bisogno di rappresentanza di un popolo che dalla gestione si tiene distante e che, addirittura, dalla gestione amministrativa si sente minacciato. È sempre più urgente ritornare a ragionare sul fondamento dell’organizzazione dello spazio pubblico e sul perché è importante adattare le forme della politica alla società e non immaginare di poter tornare indietro su improbabili sentieri che ci riportino all’età dell’oro dei partiti di massa. Bisogna ammettere che il Pd, anche in grazie alla sua massa critica, è più avanti della sinistra su questo punto. La stessa proposta di Bersani, ovvero un ritorno al classico del partito organizzato e della gestione collegiale, è in primo luogo una risposta, per altro molto netta, all’espropriazione del partito leggero, che elabora la linea con Repubblica e considera gli attivisti come pura massa di manovra.

La democrazia radicale, come insegna la battaglia per il voto sui contratti ingaggiata dalla Fiom e che sarà il terreno principale su cui si giocherà non solo il congresso della Cgil ma anche il più vasto campo della contesa sindacale, è oggi un punto di vista irrinunciabile. Allora, per evitare che quel popolo che ieri ha scelto la via delle primarie rimanga per l’ennesima volta deluso, è chiaro che il punto rimane ancora quello di saper essere coerenti con le aspettative che si sono suscitate, per dar seguito a quel generoso contributo di delega democratica. La vittoria di Bersani è stata anche e soprattutto la vittoria di una spietata critica al veltronismo, sia per le pretese di autosufficienza che, soprattutto, per la piattaforma sociale ed economica più avanzata e “socialdemocratica” che egli ha esposto. Se Bersani riuscirà a dar seguito a queste ambizioni dichiarate, allora sarà davvero un “innovatore”, come lo ha definito Prodi (che invece non seppe dare seguito alle promesse del programma dell’Unione), se invece verrà ricordato soprattutto per la tessitura delle alleanze con l’Udc e per le veroniche dell’impaziente Rutelli, credo che non potrà fregiarsi di quel titolo. L’occasione per provarlo c’è ed è immediata. Si avvii ovunque un processo aperto di primarie per selezionare i candidati alle presidenze delle regioni che vanno al voto. A partire dal Lazio, la cui urgenza è sotto gli occhi di tutti, ma anche in Campania e in Calabria, dove per ora paiono prevalere i tatticismi e le candidature decise in “sedi separate”. Disponibilità a misurarsi con il consenso che, per ora, solo Nichi Vendola ha offerto con chiarezza.

Su un altro versante, quello della ricostruzione della sinistra, è altrettanto importante misurarsi con i temi della democrazia, quanto con quelli della proposta politica per l’alternativa. Da Rifondazione comunista sono arrivate più voci che hanno segnalato il punto, pur essendo tra di loro tutt’affatto diverse. È arrivata la voce del segretario che, a margine di una conferenza stampa con Di Pietro, ha re illustrato la tesi secondo cui Sel sia una corrente esterna del Pd, che si dipinge quasi come un nemico. Una considerazione buona per maturare qualche consenso in un congresso (per altro proprio Ferrero dovrebbe sapere che si è chiuso più di un anno fa…), non certo per parlare seriamente della sinistra di cui il paese ha urgente bisogno. Per altro, se gli uomini e donne di Sel decidessero di partecipare al dibattito del Pd direttamente, ci sarebbe una strada più consona e più efficace, entrare in quel partito. Ma siccome abbiamo dichiarato che non ne abbiamo l’intenzione e che stiamo proprio per questo rafforzando e accelerando la costruzione di Sel, è bene che il segretario di Rifondazione se ne faccia una ragione.

Due interventi, uno di Grassi e Steri sul Manifesto e quello di Rocchi su gli Altri, avanzano un terreno di discussione che entra più nel merito e, per entrambi, che propone come premessa il rispetto delle scelte passate. I due articoli, però, sono a mio avviso molto diversi sul nodo cruciale dell’impresa politica che intende costruire Sel. Se Rocchi non va oltre un generico appello alla sinistra unita e plurale, riproponendo la bontà della formula della federazione, a partire dalla discriminante anticapitalista, Grassi e Steri elaborano più articolatamente un progetto di unità d’azione, nelle lotte e nelle urne. Per essere ancora più espliciti, non si può neppure iniziare a discutere se non è chiaro che Sel non ha la discriminante anticapitalista (sebbene contenga al suo interno parti che rivendicano quella cultura politica, tra le quali certo la mia). Sel ha l’ambizione di proporre un terreno di incontro per culture politiche della sinistra “realmente” diverse e diverse anche su questo punto. Oggi, c’è bisogno di ricostruire una massa critica che parli al paese e alla sua mortificazione quotidiana. Che pensi a coltivare la costruzione di una sinistra, per evitare che dalle due sinistre si passi a nessuna. Che pensi ad una proposta per il governo e non di governo, a partire da un rinnovato rapporto con il Pd di Bersani. Perciò va riconosciuto a Grassi e Steri di porre il terreno della discussione su un terreno praticabile, a partire dalla costruzione dell’opposizione e delle proposte per le prossime tornate elettorali. Eppure, anche questo terreno è fortemente segnato dal tema della legittimazione e della partecipazione democratica. La democrazia non è una variante “organizzativistica” del nostro far politica, non è il secondo tempo del film in cui il primo è quello dell’illustrazione pedagogica dei “grandi temi” del dibattito pubblico. Questo sentirsi impegnati a scegliere, questo “ci sono anche io”, è il luogo in cui si combatte il populismo. È in questo “anche io” che si può pensare a ricostruire un “noi”. Un “noi” di sinistra.


mercoledì 28 ottobre 2009

MARRAZZO SI DIMETTE. SeL ACCETTI SUBITO NUOVE SFIDE

MARRAZZO SI DIMETTE.
SINISTRA E LIBERTA' ACCETTI SUBITO NUOVE SFIDE


Le dimissioni del governatore della Regione Lazio aprono lo spazio a diverse riflessioni politiche e pongono immediatamente Sinistra, Libertà ed Ecologia di fronte a nodi politici e scadenze stringenti.

di Giulia Rodano*

28/10/2009 - Marrazzo si è dimesso da Presidente della Regione Lazio. Mentre rimane aperta la sua vicenda privata e giudiziaria, si chiude con questo atto la sua vicenda politica. E’ una chiusura drammatica che apre lo spazio a diverse riflessioni politiche e che pone immediatamente Sinistra, Libertà ed Ecologia di fronte a nodi politici e scadenze stringenti.

Come diceva Adorno in “Minima moralia”, in materia di etica sessuale “l’accusatore ha sempre torto”. Per questo non voglio avventurarmi o azzardarmi a giudicare il comportamento privato di Piero Marrazzo. C’è sempre in agguato il rischio di imporre ad altri, molto poco laicamente, il proprio punto di vista considerato come il migliore di tutti gli altri. La Binetti insegna.

Mi interessano di più i profili politici che la vicenda Marrazzo mette in evidenza. Balza immediatamente agli occhi la differenza tra il comportamento di Marrazzo, vittima, fino a prova contraria, di azioni criminali, e quello del Presidente del Consiglio che, nella veste di imputato di corruzione, rimane pervicacemente al suo posto dopo aver tentato inutilmente si sottrarsi, con il lodo Alfano, al giudizio dei tribunali. Non è una differenza da poco e la dobbiamo gridare alta e forte di fronte ad una destra che non ha il minimo senso dello Stato e che sta lacerando da anni il tessuto morale e civile di questo paese, abbassando continuamente la soglia della decenza politica e istituzionale.

C’è una seconda riflessione politica che la vicenda drammatica nella quale è rimasto coinvolto l’ex-Presidente Marrazzo propone. Di fronte alla necessità di individuare la candidatura più adatta per la Presidenza della Regione Lazio, deve essere messa in discussione e contrastata un’idea della politica ridotta alla dimensione minima della selezione del “capo”, dove la biografia politica delle persone non conta nulla perché conta di più la frequenza dei salotti televisivi o l’appoggio più o meno interessato della stampa e dei grandi mezzi di comunicazione di massa.

La politica deve ritrovare dignità e autonomia. Certo, di un candidato presidente c’è bisogno. Ma prima di lanciarsi nel vacuo gioco mediatico del “toto-nomine”, la politica deve dare prova di serietà mettendo immediatamente al centro della discussione sul futuro della Regione, le risposte che intende dare ai problemi emergenti del territorio, alle domande dei cittadini che intende rappresentare.

Sinistra, Libertà e ecologia è pronta per questa battaglia o vuole limitarsi a fare il tifo per questo o per quello (sempre uomini naturalmente!)?

Sinistra, Libertà, Ecologia ha le carte in regola per mettere sui binari giusti il confronto che sta per aprirsi con le altre forze politiche.

Con i suoi consiglieri e assessori ha alle spalle una esperienza e una attività che le ha consentito di segnare significativamente il lavoro della Giunta e del Consiglio Regionale. Sono state messe in campo politiche del lavoro, della cultura, dell’ambiente che hanno contribuito a disegnare l’identità della Giunta Regionale.

Il problema politico che abbiamo di fronte per la prossima legislatura è quello di trasformare quelle politiche nel paradigma fondamentale della azione di governo, evitando che esse siano ridotte a interventi di nicchia o marginali, riassorbiti e riassorbibili dentro una idea di sviluppo economico e sociale vecchio e che non è più in grado di rispondere ai problemi di fondo della Regione, a cominciare da quello drammatico del lavoro giovanile e intellettuale. Questo significa essere capaci di imporre alle altre forze politiche una discussione sulle risorse finanziarie che rendono possibile un’altra qualità dello sviluppo regionale.

Non possiamo più subire passivamente, senza aprire una vertenza nazionale con il Governo, i ricatti del “patto di stabilità interna” che strangolano, per mancanza di risorse finanziarie, ogni possibilità di cambiamenti significativi nella politica regionale.

Di questo dobbiamo cominciare a parlare con le altre forze politiche che vogliono, insieme a noi, dar vita ad un governo regionale che voglia essere per cultura, programmi, senso delle istituzioni, modo di governare, alternativo alla destra populista raccolta sotto le bandiere del PDL.

La ricerca del candidato o della candidata alla presidenza della regione, è da qui che deve partire. Deve essere rappresentativa di un progetto politico-programmatico condiviso e al tempo stesso deve garantire con la sua biografia politica, con la sua storia, con la sua esperienza, con la sua competenza, con le sue doti di correttezza, dirittura morale e di carattere, la affidabilità e la serietà della azione di governo.

Il lavoro che ci aspetta va iniziato da oggi stesso, alla condizione, però, che Sinistra, Libertà, Ecologia, che nel Lazio ha sperimentato un’esperienza unitaria avanzata, continui ad esistere, non soltanto come simbolo sulla scheda elettorale, ma come progetto politico.

Ma qui la parola passa al Coordinamento Nazionale che deve dire una parola di chiarezza sul nostro futuro.

*Sinistra, Libertà, Ecologia - Assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio.


martedì 27 ottobre 2009

VENDOLA: “UNA GRANDE ALLEANZA CONTRO TUTTI I POPULISMI”

VENDOLA:
“UNA GRANDE ALLEANZA CONTRO TUTTI I POPULISMI”

“E’ sbagliato dire mai con l’Udc o mai con Rifondazione. Invece io propongo una Grande Alleanza di tutti quelli che sono contro il populismo e intendono difendere la democrazia e la Costituzione.”

di Riccardo Barenghi - La Stampa, 27 ottobre 2009

Grazie alle primarie Nichi Vendola riuscì a battere il suo concorrente del centrosinistra per poi farsi eleggere governatore della Puglia. Oggi dice: «Le primarie del Pd rappresentano una gigantesca domanda di buona politica. E dimostrano ll paradosso di una sinistra fatta di un largo popolo senza un partito e di tanti partiti senza un popolo». Scusi, Vendola, ma semmai dimostrano che quel partito un popolo ce I’ha…

«Diciamo che c’è l’evocazione del popoio ma non il popolo come soggetto che costruisce la politica. Tuttavia almeno dimostrano che la democrazia ha ancora un senso».

E’ contento della vittoria di Bersani, un uomo che guarda a sinistra?

«Io nutro stima e amicizia per tutti e tre i candidati, tuttavia il discorso di Bersani è quello che più si allontana dalla sciagurata autosufficienza di Veltroni, mi pare il più consapevole della necessità di alleanze politiche e sociali che formino un blocco per costruire l’alternativa al centrodestra».

Alleanze locali e nazionali che mettano insieme tutti quelli che stanno oggi all’opposizione, da Casini a Rifondazione?

«Non è questo il tempo in cui si possano segnare limiti simbolici e pregiudiziali. E’ sbagliato dire mai con l’Udc o mai con Rifondazione. Invece io propongo una Grande Alleanza di tutti quelli che sono contro il p0pulismo e intendono difendere la democrazia e la Costituzione».

Ma questa è una base sufficiente per protestare, non per governare.

«Intanto propongo a Bersani e a tutte le altre forze di opposizione una manifestazione nazionale che metta al centro il tema del lavoro e della democrazia. Più c’è precarietà, meno c’è democrazia. Più c’è disoccupazione e più cresce il populismo».

Ma manifestare è una cosa e governare un’altra…

«Il governo si prepara anche con le manifestazioni, mobilitando il nostro popolo. Dopo di che io sono per un dibattito a tutto campo sui programmi. Usciamo dalla fiction, usciamo dal salotto di Porta a Porta e misuriamoci sul serio con la realà drammatica del paese. Una discussione vera con tutti coloro che sentono scivolare l’Italia verso una deriva malata e populista. Propongo di mettere insieme chi condivide l’idea che li primo e più pericoloso nemico della democrazia è proprio il populismo incarnato da Berlusconi».

La sua Sinistra e libertà alle europee ha messo insieme voi, ex di Rifondazione, gli ex diessini di Mussi e Fava, i Verdi e i socialisti ottenendo il 3 per cento dei voti. Oggi però perdete pezzi, i Verdi vi abbandonano, i socialisti non hanno intenzione di fare un nuovo partito… Perché non entrate nel Pd di Bersani?

«Il progetto di Sinistra e libertà non è fallito, a dicembre avremo li nostro atto fondativo: e lì vedremo se noi larve che stiamo nei bozzoli fatti di microidentità, partitini, piccole rendite di ceto politico, saremo capaci di diventare farfalle».

E non potreste essere farfalle nel Pd?

«No, perché sarebbe il frutto di una rassegnazione e di una sconfitta. Mentre io penso che ci sono mille ragioni per l’esistenza di una forza a sinistra del Pd che oggi è sfrangiata e che se non ci fossimo noi verrebbe risucchiata nelle sue nicchie identitarie. Io non mi sento uno del Pd. Però voglio essere un suo interlocutore, e penso che con Bersani questo processo si possa avviare seriamente».

E con Rifondazione, da li arrivano segnali di riunificazione.

«Ai quali rispondo con un invito: alle prossime regionali facciamo un cartello unitario di tutto ciò che vive a sinistra del Pd. Competitivo col Pd, non nemico del Pd, alleato col Pd».


lunedì 26 ottobre 2009

I Socialisti e SeL: dopo l'assemblea regionale ecco l'altra guancia !

Ecco l'altra guancia !
di Carlo Magnani

26/10/2009 - Vorrei riannodare i fili della discussione apertasi tra noi, interessante e franca come d’abitudine su questo blog. Occorre però tenere conto della assemblea regionale di Ancona di SeL che si è tenuta sabato scorso, di cui ancora non c’è traccia, mi pare, sul nostro sito: siamo tutti in fase di elaborazione. Il celebre passo del vangelo sul porgere la guancia sinistra se si viene percossi su quella destra, può essere variamente interpretato (così almeno dicono gli esperti): una interpretazione è quella per cui il significato è “se vieni colpito nelle tue ragioni offri i tuoi torti”. Diciamo che l’assemblea regionale ha spesso avuto toni critici nei confronti dei Socialisti, proviamo così ad offrire la guancia dei nostri torti: forse Nencini ha delle difficoltà e delle incertezze? Sì, è vero, però come ricorda Garofolo “ci sta provando davvero”. Non è meglio provare un gesto di generosità e puntare sulla scommessa più alta? Secondo me sì. Veniamo a SeL. Come sostiene molto efficacemente Luca Cabascia non si può dare l’immagine di volere creare l’ennesima piccola consorteria da ceto politico, ma dobbiamo avere una ambizione più alta, che è quella di dare finalmente a questo paese una Sinistra Moderna, Radicale e di Governo. Nessuno ricorda che siamo a venti anni esatti dalla fine del muro di Berlino e di un mondo che è scomparso. Che cosa è successo alla sinistra italiana in questi decenni? Negli anni ’80 si è combattuta una vera e propria guerra civile senza quartiere fra Comunisti e Socialisti. I perdenti ideologici hanno avuto tra le mani la forza della loro organizzazione e radicamento nel paese (Berlinguer); i vincenti ideologici hanno portato la sinistra su una ridotta molto stretta a ridosso di un governismo troppo vicino ai conservatori (Craxi). È possibile provare oggi a uscire da questa situazione? Il post-comunismo italiano dopo venti anni ancora è in cerca di un approdo, gli stessi protagonisti non hanno fatto altro che creare partiti a tutto spiano, sempre con la promessa che quello era il partito della democrazia “vera”, della partecipazione “vera” ecc. Vogliamo incamminarci, da sinistra, su quella strada? Anche SeL deve essere finalmente il contenitore che risolve tutto? Dove ci sono solo buoni dirigenti che ascoltano la base? Dove l’opportunismo e altre infezioni nemmeno dovrebbero essere nominate? Insomma il partito perfetto, intanto, che poi si vedrà? Io ho dei dubbi che il percorso corretto sia questo. Mi interessa fare vivere radicalità e sforzo di governo, come fa Vendola in Puglia, secondo formule e contenuti innovativi. Da questo punto di vista dobbiamo offrire alla società, a tutti coloro che si sentono di Sinistra uno strumento agile e flessibile. Lo sforzo che i Socialisti stanno facendo per stare in questa sinistra nuova è davvero notevole, e spiace davvero non vederlo riconosciuto talvolta: questo indebolisce le posizioni di quei socialisti che ci credono davvero. Non mancano infatti suggestioni, culturalmente comprensibili, in area socialista, che spingono verso il paradigma anni ’80: meglio ritrovarsi in un pentapartito con Udc, repubblicani e liberali: tutto bonsai ovviamente. Non credo sia il posto dei Socialisti. Spetta a tutti chiudere la guerra civile degli anni ’80, con una sinistra nuova, socialista, laica, ambientalista, aperta a tutti. Per fare questo però tutti ci dobbiamo muovere un po', anche con una seria revisione politica e culturale.

sabato 24 ottobre 2009

Il congresso regionale all'Aquila, presenti Nencini e Labellarte

MASSIMO CARUGNO
E' IL SEGRETARIO DEL PSI ABRUZZESE
24/10/2009 - Si è concluso ieri, in tarda serata, il Congresso Regione del Partito Socialista Italiano che ha chiuso così un lungo periodo travagliato, turbato da diverse lacerazioni, e caratterizzato da lunghe gestioni commissariali tra cui l’ultima che ha visto impegnato Gerado Labellarte, responsabile nazionale EELL del PSI, per oltre un anno. Di fronte ad una platea di oltre 100 delegati, provenienti da tutte le provincie abruzzesi, il Segretario Nazionale Riccardo Nencini ha illustrato la linea politica ufficiale del Partito che lo vede impegnato in una alleanza politica ed elettorale nel cartello di Sinistra & Libertà. Le prossime elezioni Regionali e le Provinciali di L’Aquila segneranno lo spartiacque oltre il quale si aprirà la stagione congressuale per ogni determinazione in merito alla futura linea politica. Durante il dibattito, acceso e vivace, c’è stato da registrare anche l’intervento del Presidente della Provincia Stefania Pezzopane, presente tra gli ospiti, che ha voluto rivolgere il suo saluto alla platea dei congressisti auspicando una sempre più intensa collaborazione e un maggiore coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nella realtà del centro sinistra. Alla conclusione del dibattito, in tarda serata, dopo aver proceduto alla elezione del Direttivo Regionale e degli altri organi statutari, si è passati all' elezione del segretario regionale. Alla unanimità e per acclamazione è stato eletto segretario regionale il Compagno Massimo Carugno. L’esponente socialista sulmonese, avvocato, aveva ricoperto sino ad ora la carica di Commissario Provinciale dell’Aquila, riportando la federazione aquilana, che più di tutte aveva subito nel passato contrasti e lacerazioni tra le sue aree, ad una fondamentale unità di intenti e ad un progetto politico condiviso ed unitario. Dopo tanti anni il PSI abruzzese è tornato a votare i suoi dirigenti e lo ha fatto in maniera unitaria, senza contrasti o divisioni. La elezione di Massimo Carugno è stato il risultato di una concertazione e consultazione, svolta nelle settimane precedenti il congresso, con il coinvolgimento dei dirigenti e degli organi di tutte le quattro federazioni.

venerdì 23 ottobre 2009

E' MORTO IL COMPAGNO "GIULIANO VASSALLI"

LA SCOMPARSA DI GIULIANO VASSALLI.
UN GRANDE SOCIALISTA !
23/10/2009 - E' morto Giuliano Vassalli. L'ex ministro della Giustizia e' deceduto il giorno 21, ma la notizia della morte e' stata data ad esequie avvenute per disposizione testamentaria. Il giurista e' deceduto presso la sua abitazione per un arresto cardiaco. La notizia, per sua espressa volontà, è stata resa nota solo oggi ad esequie già avvenute. Nato a Perugia il 25 aprile 1915, giurista, dirigente e parlamentare socialista, ministro, presidente emerito della Corte Costituzionale, Medaglia d’argento al valor militare per il contributo dato alla Resistenza. Dopo essere stato professore di Diritto penale nelle Università di Urbino, Pavia, Padova e Genova, Giuliano Vassalli, dal 1960, ebbe la cattedra all’Università di Roma. E’professore emerito a “La Sapienza” e membro dell’Accademia dei Lincei. Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli prese parte alla Guerra di liberazione. nelle file della Resistenza romana. Membro della Direzione clandestina del PSIUP, nei mesi dell’occupazione tedesca fu tra i capi delle formazioni socialiste a Roma. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944, sostituì Sandro Pertini nella Giunta militare centrale del CLN. Nel gennaio del 1944 organizzò l’evasione dello stesso Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu poi anche ispettore del CLN in pericolose missioni nell’Italia centrale. Il 3 aprile 1944, Vassalli fu catturato, a Roma, dalle SS che lo rinchiusero nel carcere di via Tasso. Vi restò, sottoposto a stringenti interrogatori e a tortura, sino alla liberazione della Capitale. Nel dopoguerra, con la scissione di Palazzo Barberini dal 1947 al 1949, fece parte della Direzione del PSLI e, dal 1949 al 1951, di quella del PSU. Nel 1957 Vassalli fu insignito del “Premio di fedeltà alla Resistenza” per l’attività svolta, come avvocato e come pubblicista, a favore degli ideali della Resistenza. Rientrato nel PSI nel 1959, Vassalli fu consigliere comunale e capogruppo del partito a Roma e poi fu deputato del PSI nella quinta Legislatura. Eletto senatore nel 1983 e riconfermato nel 1987, è stato presidente della Commissione Giustizia e poi del Gruppo parlamentare socialista. Nel 1987 è stato nominato ministro della Giustizia nel governo di Giovanni Goria e riconfermato nei governi De Mita ed Andreotti, lavorando alla stesura del nuovo Codice di procedura penale del 1989. Nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Italiana il 4 febbraio 1991, viene eletto presidente della Corte l'11 novembre 1999 Dal 2000 diventa presidente emerito.
VASSALLI. NENCINI:
UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER TUTTI I SOCIALISTI

23/10/2009 - “Un amico carissimo, un compagno fraterno, un punto di riferimento per tutti i socialisti, Giuliano Vassalli lascia un vuoto incolmabile nei nostri cuori”. E’ quanto scrive il segretario del Psi, Riccardo Nencini, in un messaggio che ha inviato alla famiglia dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa. “Giuliano – scrive il segretario del Psi - è stato sempre un modello di qualità umane, morali e intellettuali che tutti i socialisti, senza distinzioni, hanno sempre rispettato e ammirato. La sua storia personale, il suo comportamento prima, durante e dopo la dittatura nazi-fascista, hanno una caratura eccezionale simile a quella di altri grandi figure pubbliche, come Nenni, Pertini, Saragat, che appartengono già alla memoria di tutti gli italiani. Animato da una grande passione politica, è stato sempre socialista, sempre vicino alla posizioni riformiste e di sinistra, fino all’ultimo. Avremmo voluto per lui la carica di senatore a vita, come riconoscimento per chi tanto aveva fatto per la nascita della nostra Repubblica e per questo, come Psi, stavamo raccogliendo sostegni anche con una pagina su Facebook. Ci resta l’amarezza – conclude Nencini - di non aver fatto in tempo e di non aver fatto abbastanza per dargli almeno questo ultimo segno di affetto e riconoscenza corale”.

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