martedì 30 giugno 2009

DA DOMANI BOBO CRAXI ON LINE CON SOCIALIST!
30/06/2009 - “La testata ‘SOCIALIST, il socialista clandestino’ che appare oggi per la prima volta sul web risponde a un’esigenza politica, ad un bisogno crescente di pluralismo nella circolazione delle idee e alla concreta necessità di non disperdere il valore fondamentale rappresentato dalla cultura socialista del nostro Paese, disperso nei rivoli della lotta politica e cacciato nel dimenticatoio della Storia come fosse un oggetto vecchio, antico e desueto, da cancellare o da archiviare”. E’ quanto scrive Bobo Craxi nel suo articolo di presentazione della nuova testata telematica di comunicazione politica ‘Socialist’, che sarà visionabile da domani sulla pagina web http://socialist.clandestinoweb.com e, da giovedì prossimo, presso l’indirizzo www.socialist.it. “La pagina di commenti e informazioni che ho promosso assieme alla direzione responsabile di Biagio Marzo ha l’obiettivo”, spiega Craxi, “di sviluppare analisi politiche quotidiane, riflessioni sui temi e i problemi della nostra società e del mondo che ci circonda, sapendo raccogliere nell’insieme dell’area che si definisce, sul piano politico e culturale, socialista, riformista e democratica, gli spunti, le idee e le riflessioni più idonee per alimentare una nuova stagione di dibattito politico e sociale”. “SOCIALIST”, conclude Bobo Craxi, “sarà un luogo aperto a tutti. Il sottotitolo recita ‘il socialista clandestino’ poiché la clandestinità politica è stata la ‘cifra’ degli anni della diaspora dei socialisti, in cui molti si sono attribuiti le spoglie, i simboli e le testate di una gloriosa tradizione pretendendo di calpestare la proverbiale autonomia dei socialisti, consegnandosi ai ‘padroni’ di turno e contaminandosi con culture lontane o addirittura avverse alla nostra”.
La crisi della sinistra in Europa e in Italia

di Riccardo Lombardi*


30/06/2009 - L’esistenza di una classe dirigente all’altezza delle sfide attuali rappresenta una questione che investe tutte le espressioni sociali del Paese, non solo la politica. In questo campo specifico esiste, tuttavia, una usura e una caduta di credibilità che rappresentano comunque questioni che devono essere risolte e superata con un ricambio anche dei metodi di partecipazione e selezione.

L’esistenza di una crisi della sinistra a livello europeo ha ricevuto dalle recenti elezioni per il Parlamento europeo una ulteriore conferma. E’ allora necessario allargare lo sguardo perché la pur necessaria analisi critica al nostro interno non sarebbe altrimenti sufficiente. Ma è anche necessario non commettere l’errore di identificare totalmente questa crisi a livello europeo con quella esistente nel nostro paese che presenta analogie ma anche specificità sulle quali sarà opportuno ritornare, anche perché su queste abbiamo una responsabilità diretta e preminente.

Stando a questo livello europeo sembra che si possa cogliere un elemento comune che, se ci ragioniamo un momento, giustificherebbe abbondantemente la crisi della sinistra. In sintesi la sinistra pretenderebbe di esistere campando di rendita sulle riforme degli anni ‘30-40. E’ vero ha inventato il new deal, ha fatto la prima riforma socialdemocratica. Ma sono passati più di 50 anni da allora! Se diciamo che i nostri principi ruotano intorno al concetto di eguaglianza, che come tale è dinamico, ma poi si resta fermi per 50 anni, non ci si dovrebbe meravigliare se qualcosa non torna. Sarebbe strano il contrario. Quando si dice che siamo rimasti fermi ci si riferisce e a quelli che si sono fermati alle riforme fatte una volta e a quelli che pensavano di essere più avanti solo perché la loro analisi e la loro critica non si erano confrontate con la realtà, nemmeno con quella che avevano invocato.

E’ vero, nel frattempo abbiamo combattuto e contribuito a vincere una grande guerra mondiale contro il totalitarismo di destra. Non è merito da poco ma paradossalmente quella vittoria ha accelerato i tempi delle trasformazioni economiche e sociali e tra questi cambiamenti abbiamo fatto fatica a riconoscere il cambiamento della domanda sociale, gli effetti del crescente ruolo di strumenti del cambiamento come la rivoluzione tecnologica che come tale, e se non governata, può avere valenze opposte. Il movimento femminista e la crisi ambientale sono altre due spie di questo nostro ritardo. Abbiamo assistito al crollo del muro di Berlino 20 anni fa, ma una parte di quella sinistra fa ancora fatica a riconoscere la ovvia necessità di tornare al 1921, accumulando un ancora maggiore ritardo. E ciò è vero particolarmente nel nostro paese.

A livello europeo la stessa vittoria del modello economico liberista ha visto la sinistra su posizioni e dir poco ambigue. Questa sinistra ha dimenticato anche i limiti obiettivi delle soluzioni realizzate dalle logiche del mercato per non incorrere in evidenti contraddizioni con la propria pratica politica, ma cosi facendo ha tolto credibilità a se stessa. Si potrebbe spiegare così come mai una crisi economica quale quella di questi anni sia intervenuta per demeriti intrinseci della teoria liberista ma senza una posizione critica e delle proposte alternative da parte della sinistra. E così quando questa crisi si è manifestata le reazioni non potevano avere un segno di consenso per questa sinistra. E’ questa la sinistra che non raccoglie consensi e allora la critica andrebbe rivolta a quelli che pensano che questa sia l’unica sinistra possibile mentre è forse l’unica sinistra impossibile.

In definitiva sembrerebbe necessario riprendere il discorso partendo da quel principio di eguaglianza che ci ripetiamo forse senza capirne più le logiche attuali.

Quel principio nasceva da una analisi del sistema economico capitalistico il quale nello sviluppare le logiche necessarie della divisione del lavoro e dovendo inserire anche le risorse finanziarie aveva determinato una divisione dei ruoli sociali un po’ “criticabile”: io ti dico cosa e come devi fare, quanto e quando ti pago e tu ubbidisci. Non è certo la sede per fare la storia delle critiche a questa logica ma è sufficiente ricordare una sintesi del tutto recente, scritta nel 2006: “Il capitalismo è un sistema in evoluzione continua e può essere spinto da noi in una direzione o nell’altra. Il trionfo del lavoro gradevole significa la fine dell’alienazione, che ha costituito e tuttora costituisce la tara peggiore del capitalismo”.

L’autore non è un estremista di sinistra, anche se oggi potrebbe sembrare tale, ma è una socialista liberale che corrisponde al nome di Sylos Labini. E per questi personaggi la valenza liberale stava nella dimensione etica prima che sociale della politica per cui le libertà politiche cosi dette borghesi quali le liberta di opinione, di stampa, di riunione, ecc. sono integrate nella stessa dotazione necessaria per richiamarsi con coerenza al concetto di eguaglianza, In questo senso come socialisti ci si dovrebbe sentire ben più avanti dello stesso liberalismo che fa fatica a riconosce nella dimensione economica un vincolo sociale alle legittime aspettative di tutti. Anche la configurazione sociale della inclusione/esclusione non è che una versione aggiornata di quella alienazione.

Occorre allora inizialmente verificare se si è o meno tutti d’accordo con il senso di quella sintesi di Sylos sopra richiamata. Si tratta di domandarsi se si è d’accordo su un minimo comune denominatore, all’interno del quale sappiamo che possono coesistere posizioni, accentuazioni e sensibilità diverse ma che, proprio per questo, hanno necessità di ritrovarsi su un aspetto fondamentale. La domanda non è retorica perché da un lato alle volte sembrerebbe che alcuni preferirebbero porre in testa, del tutto legittimamente, altri principi In questo caso andare a vedere il perché la sinistra ha perso la sua credibilità forse sarebbe un esercizio del tutto differente da quello che ci proponiamo noi . Nel nostro caso dovremmo, invece, riconoscere i ritardi della nostra proposta politica rispetto a quel valore, e rispetto alle nuove diseguaglianza o a quelle vecchie ma resesi maggiormente insostenibili con il passare del tempo.

Si potrebbe pensare, ad esempio, ai valori della differenza nella distribuzione della ricchezza che probabilmente non sono peggiori di quelli esistenti dell’ottocento ma che appaiono invece oggi del tutto incredibili e quindi inaccettabili. E se ci si riconosce in quel principio di eguaglianza appare fuori ogni dubbio che la prima traduzione di quel principio sta nel diritto al lavoro. Una volta la sinistra diceva “un pieno e buon lavoro”; ora non dice più nulla . Per pudore? Per incapacità? Perché non ci crede più?. E non si chiude il cerchio di un ragionamento di sinistra fermandosi - ben che vada - alla dimensione della distribuzione della ricchezza ma senza ragionare sui termini della produzione di questa ricchezza. Ma il recupero della “responsabilità pubblica” come motore regolatore e le conseguenti politiche economiche e industriali della sinistra su questo fronte non esistono. Quello che è certo è che ora questa sinistra corre - e con difficoltà - dietro al precariato.

Il paradosso della crisi attuale della sinistra sembrerebbe consistere dunque, niente affatto nel non saper ascoltare la gente, come si ama ripetere - siamo piuttosto tutti vittime dei sondaggi - ma piuttosto nel non saper tradurre quell’ascolto in un percorso di speranza, in una strada, un Progetto, magari difficile ma in grado di dare un senso anche alle difficoltà del presente. E nel saper tradurre quel Progetto in riforme strutturali concrete. L’assenza di questo Progetto lascia gli spazi ai ripieghi come tali necessariamente corporativi o localistici, ma comunque capaci di tradurre sollecitazioni rimaste senza interpreti, che non devono rispondere a coerenze e a basi culturali troppo complesse, ricercando proprio in questi limiti la base del loro successo. Ma lascia anche spazi a quel pragmatismo che potrebbe avere aspetti anche positivi ma che in Italia assume la versione dell’opportunismo e della questione morale. E questo paradosso si esalta perché la cultura liberista ha sviluppato degli “spiriti animali” per cui mentre la sinistra ha operato facendo evolvere la capacità critica della gente ed accrescendo la qualità della domanda sociale, ora la destra su questa crescita ha alimentato uno spirito egoistico e asociale, essenza del liberismo, contraddittorio con quella speranza collettiva che pur resta “naturalmente” una esigenza “nascosta” di tutta la gente. Si sono aperti nuovi orizzonti carichi di incognite - la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la crisi ambientale, la pace nel modo - ma la gente, vittima di quella cultura liberista, domanda soluzioni qui, ora e per se stessa, anche perché il liberismo ha distrutto, tra l’altro, le sedi fisiche dove le paure singole si possono trasformare in coscienza sociale e in azione collettiva.

La crisi della politica - in Italia ma non solo in Italia - sta proprio nell’assecondare e nell’aver assecondato gli spiriti selvaggi e quindi nella rinuncia ad un progetto alto. Ma poiché gli spiriti selvaggi non sono in grado di risolvere i problemi, così facendo la politica da un lato alimenta la loro inesauribile insoddisfazione, e dall’altra rinuncia al suo vero ruolo diventando vittima di se stessa. Se la sinistra è la prima vittima la responsabilità sta in primo luogo, quindi, nella assenza della sinistra o nel suo essere dimezzata. Questa è la sinistra in crisi .

Occorre allora ripartire da quella crescita culturale e sociale prodotta nel tempo dalla sinistra sapendo che quelle conquiste possono essere rimesse in gioco o essere utilizzate per rigurgiti classisti; se la sinistra non sa proporre, con il sogno della libertà e della eguaglianza, una politica di riforme ulteriori e coerenti, quei ritorni al passato sono nell’ordine delle cose molto possibili.

Di questo e su queste riforme dovremmo discutere con la gente. Ma prima, necessariamente prima, dobbiamo verificare l’adesione ai nostri valori e ricostruire nei comportamenti la nostra credibilità. Queste precondizioni non sono e non possono essere un formalismo, un tributo da pagare per passare oltre. Programmazione e coerenza degli interventi devono essere una traduzione verificabile della esistenza di quelle precondizioni.

Si ripete che dopo la crisi economica internazionale nulla sarà più come prima, lo stesso sviluppo economico-industriale sarà segnato dalla riconversione verde. Ma questa stessa società capitalistica attuale può benissimo gestire questa transizione e i cambiamenti - che non hanno necessariamente un segno univoco - dipenderanno ancora una volta dalla nostra capacità d’analisi e di proposta. Il primo banco di prova di una rinascita della sinistra dovrebbe allora consistere proprio nella capacità di dare un segno a questi cambiamenti. In questa direzione la triplice valenza della sostenibilità economica, sociale e ambientale dello sviluppo dovrà via, via coniugarsi con quelle che sono state a suo tempo le anticipazioni di R. Lombardi intorno ai cambiamenti da indurre nella qualità della domanda.

La crisi attuale della sinistra non mette, dunque, in discussione la sua esistenza ma anzi ne rivaluta quei valori che ne hanno fatto la storia là dove ovviamente questi valori - compresi quelli del rigore intellettuale e morale.- vengono intelligentemente collocati nella società attuale. L’esistenza di una classe dirigente all’altezza delle sfide attuali rappresenta una questione che investe tutte le espressioni sociali del Paese, non solo la politica. In questo campo specifico esiste, tuttavia, una usura e una caduta di credibilità che rappresentano comunque questioni che devono essere risolte e superata con un ricambio anche dei metodi di partecipazione e selezione.

*Associazione LABOUR

Contributo al dibattito pubblicato sul sito www.aprileonline.info


L’Aquila: promesse tradite e cittadini disperati


Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una cittadina residente a Paganica, che, incredula, vede dichiarare agibile la sua abitazione anche se andata in gran parte distrutta…..

COMINCIAMO MALE….CONTINUIAMO PEGGIO

Ossia la verità su quanto sta succedendo a L’Aquila

Rientrare a casa? Speriamo!

30/06/2009 - La mia prima lettera di sfogo e denuncia: sciame sismico sottovalutato; informazioni riguardanti la prevedibilità dell’evento del 06 aprile; scosse che continuavano forti; protezione civile che la notte ha fatto rientrare in casa le persone; inesistente organizzazione in previsione dell’evento (che sarebbe prima o poi avvenuto, data la zona sismica); soccorsi in ritardo…e il resto.

La seconda di denuncia delle strane coincidenze dell’INGV sulla mancata pubblicazione delle scosse, che continuavamo ad avvertire e sulle quale c’era uno strano oscuramento (forse per dare coraggio alla popolazione e in previsione del G8 avere una situazione in apparenza di ordine e normalità) sul sito, e del contatto telefonico con l’INGV.

Ed ecco la terza.

Venerdì 26 giugno ore 21 grande è stato lo stupore e l’incredulità che mi ha pervaso quando, visitando il sito del Comune di L’Aquila, nella sezione verifiche agibilità riferite a Paganica [a pagina 30 in via Francesco Rossi con civico 1 (segnato sul sito) con il nome di Rossi G. Fiordigigli G. (rispettivamente mia madre e mio padre) e identific. sub. 497560] vedo la mia casa inserita con lettera “A”, che per definizione indica:

A Edificio agibile

L’edificio può essere utilizzato in tutte le sue parti senza pericolo per la vita dei residenti, anche senza effettuare alcun provvedimento di pronto intervento. Ciò non implica che l’edificio non abbia subito danni, ma solo che la riparazione degli stessi non è un elemento necessario per il mantenimento dell’esercizio in tutto l’edificio. Nel caso di edificio agibile non si hanno unità immobiliari inagibili e nuclei familiari e/opersone da evacuare. Ovviamente le particolari condizioni di stress determinate da una sequenza di scosse possono portare i cittadini ad assumere autonomamente la decisione di non utilizzare l’edificio.

Premetto la mia famiglia ed che io abitiamo in via Francesco Rossi n° 18 e la nostra casa ha una estensione e una seconda entrata fino alla via Del Gelso.

Preciso che dopo qualche giorno dal sisma, secondo le procedure, abbiamo lasciato i nostri dati, recapiti telefonici, e indicazioni di domicilio: tali dati sarebbero serviti per le verifiche di agibilità degli edifici di nostra proprietà….”…verrete contattati quando sarà l’ora e, accompagnati da voi i tecnici preposti procederanno alla verifica staticità e agibilità….”.

Puntualizzo che abbiamo dovuto fornire per ben tre volte, e dico tre, i nostri dati perché una volta la delegazione di Paganica aveva smarrito i fogli e la successiva non c’era stata efficiente comunicazione tra i Vigili del fuoco e il Comune di L’Aquila sicché apparivano dispersi i nostri nomi.

Non taccio la questione di Monsieur Berlusconi che aveva “svelato” che entro maggio le verifiche agibilità sarebbero state concluse (Presidente faccia parlare chi ha competenza e conosce i tempi di procedura di codeste attività che devono essere capillari e non sbrigative per un esito adeguato) ma oggi, ossia a fine giugno, c’è ancora tutta la zona rossa da controllare (siamo già in ritardo di un mese!!! e un mese di ritardo conseguentemente porterà la costruzione dei moduli abitativi).

Preavverto che non siamo stati contattati da nessuno per accompagnare i tecnici a far vedere l’ubicazione della nostra proprietà abitativa (che ha due stanze in due sezioni staccate dall’edificio principale…quindi come sapevano i tecnici cosa andare a vedere se noi, data l’intricata struttura non abbiamo descritto nessuna specifica); la nostra casa è chiusa; i vigili per regolamento non possono entrare negli edifici terremotati se non in presenza del proprietario, e qualora egli non ci fosse possono effettuare soltanto una osservazione esterna.

Tornando al sito del Comune e alla pubblicazione agibilità:

  • In via Francesco Rossi 1 con nome di mio padre (Rossi G) esito A….impossibile: la casa è lesionata, aperta, le volte profondamente lesionate e pericolanti, i pavimenti con fessure passanti dalle pareti, crollato tutto il solaio sopra il letto con mia madre e mio padre sdraiati, che miracolosamente sono usciti vivi (VEDI FOTO!!!)
  • In via Francesco Rossi 18 senza nome di mio padre (Rossi G) esito A,C, E…posso scegliere?…come funziona…cosa vinco?

Comune di L’Aquila……ma se già all’inizio sbagliate, figuratevi se ci possiamo aspettare da voi la competenza per ricostruire casa!!

Vergognatevi, vergognatevi ancora una volta, mille e mille volte sulla mia famiglia ancora una volta presa in giro!!!

Se non sapete fare non fate…incompetenti!!!!

Che amarezza. Che grande delusione……che disgusto.

Grazie.
Germana Rossi

(le immagini sopra si riferiscono dell’abitazione dichiarata “agibile” di cui viene trattato nella lettera di Germana)


Età pensionabile delle donne: dov’è l’ingiustizia?
La Commissione Europea ha aperto contro l’Italia una procedura d’infrazione per non aver innalzato l’età pensionabile delle donne, “violando la parità di trattamento di genere”, ma si tratta di norme anacronistiche che creano nuove disuguaglianze.

30/06/2009 - Come è noto la Commissione Europea ha deciso di aprire contro l’Italia una procedura d’infrazione per aver violato, in materia di età pensionabile delle pubbliche dipendenti, l’articolo 141 del Trattato di Roma che stabilisce il principio della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione, di impiego e della parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

Sull’argomento si è sviluppato un dibattito tra i sostenitori della necessità di un immediato adeguamento alle direttive europee innalzando subito l’età di pensionamento delle dipendenti pubbliche equiparandola a quella degli uomini e chi, invece, propone di rinviare la decisione a un momento più opportuno.

La divisione tra i sostenitori di queste due tesi ha attraversato e attraversa tutti gli schieramenti sia di maggioranza che di opposizione e anche lo stesso Governo Berlusconi.

Pochi, però, sono entrati nel merito delle norme europee che secondo la Commissione sarebbero state violate.

Stiamo parlando di norme scritte nel 1957 e rimaste inalterate nel corso delle successive modifiche del Trattato di Roma. Il senso, allora, di queste norme era di evitare trattamenti in materia di lavoro e di occupazione che discriminassero le donne. Si trattava, cioè, di sancire giuridicamente la parità dei diritti.

Questa impostazione, però, non teneva conto del lavoro di cura necessario alla vita quotidiana, dall’allevamento dei figli, all’assistenza agli anziani, comprese le normali attività domestiche.

Trascurare questa dimensione che riguarda prevalentemente le donne finisce inevitabilmente per trasformare un principio giuridico di parità di trattamento in una nuova diseguaglianza.

Fare parti uguali tra disuguali crea ingiustizia.

Le donne secondo tutti i dati e le ricerche, a partire da quelle della Comunità europea, tra lavoro retribuito e lavoro domestico e di cura che, ancora oggi, ricade in grandissima parte sulle loro spalle, accumulano oltre 60 ore di lavoro settimanale di cui non meno di 20 non sono né riconosciute e men che mai retribuite.

Un’età pensionabile più bassa di quella degli uomini, è stata, l’unica forma di riconoscimento del maggiore quantità di lavoro fatta dalle donne.

Ciò è talmente vero che anche chi come Emma Bonino, che ritiene una discriminazione contro le donne l’esistenza di una diversa età pensionabile, sente il bisogno di collegare la proposta dell’equiparazione alla crescita di interventi per gli anziani o per l’infanzia.

La stessa ministra Mara Carfagna, subito smentita dal ministro Tremonti che vorrebbe utilizzare i risparmi per ripianare il deficit pubblico, ha dovuto ammettere implicitamente, nel momento stesso in cui ha proposto di destinare i due miliardi risparmiati con l’innalzamento della età pensionabile delle donne a favore di interventi per le donne, che l’equiparazione dell’età pensionabile non è una norma che accresce l’eguaglianza tra uomini e donne.

E’ chiaro che siamo di fronte ad una contraddizione tra norma giuridica di parità e una condizione materiale di vita.

E’ una contraddizione che possiamo osservare anche in altre norme di legge che sul piano meramente formale sanciscono una condizione di parità tra uomini e donne ma che, al contrario creano nuove diseguaglianze.

E’ il caso, ad esempio, della flessibilità del lavoro regolata dalla legge n. 30.

Lo sanno bene le tante giovani donne che con i contratti a progetto o a termine perdono di fatto il diritto a mantenere il lavoro in caso di maternità.

E’ vero che la legge prevede il divieto di licenziamento per maternità, non rinnovare un contratto scaduto, giuridicamente non è la stessa cosa di un licenziamento.

L’articolo 2 della direttiva europea n. 2006/54/CE definisce discriminazione indiretta quella “situazione nella quale una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una situazione di particolare svantaggio le persone di un determinato sesso rispetto a persone dell’altro sesso….”

Il caso della legge 30 può rientrare pienamente nella fattispecie disegnata dalla direttiva europea.

Su questa direttiva lo Stato italiano è gravemente inadempiente. Il Governo Berlusconi ha lasciato trascorrere la scadenza del 15 agosto 2008 per il suo recepimento nella legislazione italiana e pochi giorni fa ha deciso un ulteriore proroga fino al 15 agosto 2009.

Ciò che appare strano in tutta questa vicenda è che la occhiuta Commissione Europea di Barroso che ha trascinato l’Italia in giudizio sull’età pensionabile delle donne, non abbia mosso un dito per mettere in mora il governo italiano sulla legge 30.

Forse è giunta l’ora che qualcuno, dotato delle competenze giuridiche necessarie, si rivolga alla Corte di giustizia europea per sapere se la legge 30, ad esempio, non costituisca un esempio di discriminazione indiretta.


CLANDESTINO? I TUOI FIGLI NON ESISTONO!
Il ddl sicurezza viola le norme costituzionali e internazionali impedendo ai nati da genitori clandestini di registrarsi all’anagrafe. La mozione di Sinistra e Liberta' contro la norma è passata in Friuli. Tutti i Consigli Regionali la usino come arma di pressione sul Parlamento.

Respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali . I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica ad immaginare, prepararono una carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo…” con queste parole, tratte dal discorso di insediamento di Obama alla Casa Bianca, Stefano Pustetto, consigliere regionale di Sinistra e Libertà nel Friuli Venezia Giulia, ha presentato in Consiglio la propria mozione sul diritto dei minori, figli di immigrati clandestini, a essere registrati alla nascita. Una giornata di vittoria non solo e non tanto per il centro-sinistra (che pure ha ridotto in minoranza, sull’argomento, la solida maggioranza consiliare di Pdl e Lega), quanto per i diritti dell’essere umano. Sanciti da numerosi accordi e convenzioni internazionali, oltre che dalla nostra Costituzione. Apertamente ignorati dal ddl sicurezza, già approvato al Senato, in corso di approvazione alla Camera. Un ddl che ha “smosso” persino 150 parlamentari della maggioranza a inviare una lettera al Presidente del Consiglio pregandolo di non mettere (l’ennesima) fiducia sul provvedimento, dal momento che si tratta di norme “inaccettabili e [che] necessitano di indispensabili correzioni”.

Le correzioni che ha proposto Pustetto alla Regione Friuli Venezia-Giulia, in particolare, riguardano un passaggio particolarmente grave della legge, perchè, in aperta violazione di tutte le norme internazionali, nazionali ed etiche in materia. Esso prende come bersaglio i soggetti per eccellenza più indifesi della società: i bambini. Il vecchio decreto legislativo 286/1998 all’art 6, comma 2 prevedeva che il cittadino straniero non fosse obbligato a presentare un documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile. Il decreto sicurezza invece modifica questo articolo rendendo obbligatoria l’esibizione di un permesso di soggiorno valido. Quindi un bambino che nasce da genitori sprovvisti di tale documento non può essere registrato all’anagrafe, né i genitori possono riconoscerlo come figlio naturale. Questo bambino ufficialmente NON ESISTERA’ per lo Stato italiano, privo di qualunque documento che certifichi la sua nascita, avrà sempre difficoltà a rapportarsi con qualunque istituzione, scuola, ospedali. Non solo egli sarà invisibile in Italia, ma non potrà nemmeno acquisire la cittadinanza dei propri genitori, proprio in mancanza di qualunque attestazione del rapporto di filiazione. Diventerà, a tutti gli effetti, apolide, esposto a ogni violazione dei diritti fondamentali riconosciuti ai minori (e agli esseri umani). Non è tutto. Essendo “figlio di nessuno” i genitori potrebbero anche, eventualmente, abbandonarloin ospedale, potrebbero essere sottratti ai genitori che non li possono riconoscere, aprendo procedimenti per “stato di abbandono”. E questo potrebbe indurre molte donne a non partorire in ospedale, aumentando il rischio di malattie e morti, in aperta violazione dell’art. 31 Cost. che protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù. Senza parlare dei già citati obblighi internazionali, che riprendono l’art. 22 della Costituzione che sancisce divieto di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici: la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza stabilisce, infatti, il diritto di ogni minore, senza alcuna discriminazione per nazionalità e regolarità del permesso di soggiorno dei genitori, ad essere “registrato immediatamente al momento della sua nascita”, il diritto “ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”, nonché il diritto “a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni famigliari”; Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, che ribadisce il diritto alla registrazione e al nome. e non sarebbero penalmente perseguibili, in aperto contrasto con l’articolo 30 della Costituzione, che sancisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli. Ancora: gli sfortunati figli di clandestini, nati

La vittoria di Sinistra e Libertà nel Consiglio della Regione Friuli, che ha provocato la plateale uscita dall’aula, durante la discussione, dei consiglieri della Lega, dimostra che fare qualcosa è possibile. Come ha affermato Pustetto nel suo intervento “Le ultime elezioni hanno visto un buon successo della Lega e quindi è facile prevedere un’accentuazione di questa deriva sicuritaria ma vorrei ricordare a tutti che l’avere un consenso non sempre vuol dire avere ragione. Quando nel ‘39 da Piazza Venezia, a Roma, e poi a Belluno il Duce chiedeva agli Italiani ” volete burro o cannoni” e la piazza osannante urlava cannoni, beh, sono convinto che, nonostante tutto quel consenso, Mussolini avesse torto e non facesse il bene degli Italiani.”. La mozione Pustetto impegna la Giunta regionale a farsi promotrice, presso tutti i parlamentari, del respingimento della disposizione incriminata, “in modo tale che i più deboli, i bambini, le madri non vengano penalizzate e discriminate in base ad un permesso di soggiorno valido o scaduto”.

Sinistra e Libertà chiede a tutti i Consiglieri Regionali, Provinciali e Comunali di assumere e presentare la mozione e di impegnarsi affinchè sia approvata e possa costituire arma di pressione politica verso il Senato della repubblica, per dire NO a una legge contraria a ogni principio umano e buon senso.

Leggi la mozione Pustetto


lunedì 29 giugno 2009

*29 Giugno 2004 - 29 Giugno 2009*
QUINTO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA
DI "MARIO COSTAMAGNA"

Un particolare ricordo di un Compagno che insieme ad altri ha fatto la Storia del Socialismo Maceratese.

Questa sera, alle ore 19.00 Santa Messa, in suffragio e ricordo, Chiesa di S. Pietro in Piazza a Civitanova Marche.

Macerata - 29/06/2009

domenica 28 giugno 2009

"Rinnovarsi o Perire": il futuro del Socialismo
di Poul Nyrup Rasmussen*

I cittadini di tutta Europa hanno fatto la loro scelta. Il prossimo Parlamento Europeo e la nuova Commissione Europea saranno guidati da una coalizione di forze conservatrici e di destra. La complessità dei processi decisionali europei e una lunga tradizione di accordi potrebbe confondere le persone su chi è responsabile della direzione che l’Europa prenderà nei prossimi cinque anni. Ma i partiti ed i Governi europei di destra, ed i loro membri in seno al Parlamento Europeo, dovrebbero tenere conto che quello che si trovano davanti è la conseguenza di quella che si può definire una vittoria di Pirro, con alla base un grande record di bassa affluenza alle urne. Credo che chi ha votato per la destra rimarrà deluso dalla direzione che prenderà l’Unione Europea. Oggi, i leader di destra e, in particolare, il Partito popolare europeo (PPE) stanno usando il linguaggio Social Democratico per ingannare la gente. Sono state fatte promesse sulle politiche sociali, sulla lotta contro il cambiamento climatico, sul sistema finanziario ed altri problemi, che non saranno mantenute.

La tradizionale concertazione sul processo legislativo a Bruxelles ed a Strasburgo può terminare. Credo sia giunto il momento di marcare con chiarezza le differenze politiche tra la sinistra e la destra. Può la Social Democrazia, dopo la sconfitta alle elezioni europee, ritornare a collaborare come ha fatto di solito e correre il rischio di aiutare la destra ad offuscare il divario politico per i prossimi anni? Non credo che questa sia la via da seguire. Per cominciare, dobbiamo lottare per quello cui noi siamo impegnati, come ad esempio un nuovo piano di rilancio economico dell'Europa e una radicale riforma del sistema finanziario europeo. Ma ora dobbiamo fare molto di più.

La Social Democrazia deve rinnovarsi. I valori su cui abbiamo basato più di un secolo di lotte politiche ed i risultati ottenuti devono rimanere la nostra ispirazione. Ma dobbiamo ripensare cosa rappresentiamo oggi nel mondo in rapido mutamento. Dobbiamo essere fieri, orgogliosi di ciò che noi rappresentiamo, e più efficaci nel comunicare le nostre idee e progetti. Dobbiamo imparare a raggiungere meglio le persone, quelli che si sentono esclusi e delusi dall’attuale politica, sintonizzarci sulle loro paure ed i loro sogni. Dobbiamo lavorare a più stretto contatto tra di noi Socialdemocratici e Partiti Socialisti europei. E dovremmo essere aperti alle idee ed alle persone progressiste al di là dei limiti formali dei nostri partiti. Ma dobbiamo fare di più. L'imperativo di oggi è integrare pienamente le dinamiche di un mondo che cambia ed adattarle al nostro pensiero politico.

Prendete l'ambiente. Ci siamo battuti per la protezione delle risorse naturali, biodiversità, la qualità della nostra aria ed acqua. Ma come si collega tutto questo con le nostre tradizionali lotte per l'uguaglianza e la giustizia sociale? Siamo stati in grado di sviluppare una visione coerente per il futuro sviluppo ecologico delle nostre economie e società. Se non si capisce come combinare in modo efficace la nostra tradizionale lotta contro le disuguaglianze con l'ambiente, saremo sempre costretti a scambi impossibili. Abbiamo bisogno di raggiungere una maggiore chiarezza e credibilità politica in questo settore di vitale importanza qual è lo sviluppo sostenibile.

Prendete l'economia globale. Dobbiamo trovare risposte migliori ai lati più oscuri della globalizzazione. Abbiamo lavorato molto nella direzione di un sistema economico globale più equo e sostenibile. Ma le diseguaglianze rimangono incredibilmente elevate. E la creazione di nuova, e sostenibile sotto il profilo ambientale, ricchezza, di gran lunga più equamente distribuita, non corrisponde alle esigenze di alcuni miliardi di persone intrappolati oggi nella povertà. Abbiamo bisogno di trovare nuove risposte a questa sfida globale, ed abbiamo bisogno di trovarle velocemente. Come possiamo, altrimenti, ritenere le nostre proposte protagoniste di un movimento politico internazionalista?

Prendete l'Europa. Abbiamo paura di sostenere una più forte politica europea. Il nostro discorso è titubante e, a volte, contraddittorio. Ed ancora, senza un progetto chiaro e forte per il futuro politico dell’Europa, non possiamo convincere la gente a sostenerci nel costruire l’Europa, se alla fine non saremo in grado di fornire loro il necessario sostegno e la protezione in un mondo globalizzato.

Abbiamo perso un tornata elettorale, ma non ancora la più lunga battaglia politica delle idee. Questo è solo l'inizio. Per i prossimi cinque anni, le istituzioni politiche europee saranno nel loro complesso a destra. Noi dobbiamo usare questo periodo per sottoporci ad un coraggioso cambiamento. Se ci riusciremo, le persone si fideranno ancora di noi, e forse per un lungo periodo di tempo. Se falliremo, e soprattutto se ci rifiutiamo di cambiare e torniamo ai soliti modi di fare politica, MORIREMO.

Presidente del PSE*





SINISTRA E LIBERTA’ ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE ANPI

28/06/2009 - L´Italia è resa livida da una trasformazione culturale e sociale senza precedenti: egoismi, mancanza di moralità, mediocrità e privilegi che diventano normalità, legami solidaristici che sono travolti dal nuovo culto individualistico, paure e autoritarismo, nuove forme di corruzione, si innestano in un tessuto sociale compromesso e fluido, da anni di imbarbarimento e banalizzazione della politica e da un vuoto culturale che ha lasciato spazio a un populismo, rozzo e plebeistico.

attacco alla democrazia e al Parlamento, sono la rappresentazione di un Paese che cambia, questo stravolgimento del nostro tessuto connettivo, richiede una grande mobilitazione antifascista e democratica che solo una forza come l´ANPI per autorevolezza e spirito ideale, può mettere a disposizione di un popolo che intende non rassegnarsi e indipendentemente dalle proprie convinzioni filosofiche, politiche o culturali, vuole riprendersi spazi di democrazia per dare una grande battaglia di civiltà.

Noi vogliamo essere al vostro fianco, apprezziamo lo sforzo che mettete in campo per aprire la vostra organizzazione alle nuove generazioni, alla loro voglia di fare, al loro spirito combattivo; con voi vogliamo condurre un impegno incessante per difendere la nostra democrazia, la nostra Costituzione, un impegno per l´Italia che si può mantenere solo con il vostro fondamentale contributo ideale e culturale.

Buon lavoro!


sabato 27 giugno 2009

La quarta Chianciano dia un segno di vitalità

di Mauro Del Bue

27/06/2009 - Sono stato il co-promotore della Chianciano uno, quella che, assiemea Marco Pannella, ho contribuito a promuovere dopo il diluvio elettorale dell’aprile del 2008. Da Chianciano uno si decise di dar vita a una sorta di seminario periodico e poi ad un coordinamento di persone che rappresentavano storie e progetti non omologhi, ma conciliabili. Storie che non potevano essere state cancellate attraverso il marchingegno del voto utile e che rischiavano di rimanere sepolte da un travolgente e apparentemente inevitabile bipartitismo. Si continuò, dopo il maggio del 2008 e fino all’agosto dello stesso anno, con alcuni incontri più ristretti ove, oltre al gruppo storico radicale, diedero il loro contributo di idee e di operosadisponibilità personaggi quali Ignazio Marino, Marco Boato, Cesare Salvi, Pasqualina Napolitano,Gianni Cuperlo,Luigi Manconi e anche Rino Formica, nonchè intellettuali e giovani e donne interessate a far nascere un progetto politico che conciliasse valori e programmi di stampo liberale, socialista, radicale e laico. Si usarono più volte quegli stessi quattro aggettivi che campeggiavano nel simbolo della Rosa nel pugno, e non appariva casuale. Poi, improvvisamente, gli incontri vennero bloccati. Pannella mi confidò che il discorso si poteva riprendere solo dopo le elezioni europee e che queste scandenze apparivano troppo ravvicinate per potervi inserire il nuovo progetto. E così fu. Tanto che i singoli personaggi che avevano dato vita al primo coordinamento chiancianista si dispersero rientrando, come tante lumache, nel vecchio guscio partitico. In realtà quell’esodo di ritorno coincideva con la consapevolezza che le elezioni europee sarebbero state affrontate senza alcuno sbarramento elettoralee che dunque anche i sepolti dell’aprile del 2008 potevano, “uti singuli”, risorgere grazie al farmaco miracoloso del proporzionale puro. Tanto che il secondo appuntamento chiancianista fu un congresso dei radicali italiani al quale, nell’autunno del 2008, anch’io partecipai, ma ricordando l’impegno che avevamo preso nel primo appuntamento e che mi pareva allora dimenticato. Quando poi il Parlamento decise lo sbarramento elettorale al 4%, e dopo avere formato il Comitato perla democrazia, senza che i radicali ne feccessero parte (e avevano probabilmente qualche ragione), venne convocato a Chianciano un altro appuntamento. E cioè il congresso della componente italianad el Partito radicale trasnazionale. Per la terza volta partecipai, in quella circostanza non fui il solo (parlarono anche Nencini e Bobo Craxi), e rivolsi a Pannella l’invito ad aderire a Sinistra e libertà o in alternativa a lanciare con chiarezza un lista stile Rosa nel pugno. In particolare giudicai l’ingresso di Pannella la condizione per dare al progetto di Sinistra e libertà una valenza politica. Non ebbi risposta e poco dopo Pannella decise la presentazione della sua lista. Anche in questa circostanza non senza una logica e raccogliendo poi un risultato elettorale tutt’altro che disprezzabile, il 2,4%. Peccato, perchè con l’ingresso dei radicali Sinistra e libertà avrebbeeletto quattro o cinque parlamentari e Marco Pannella sarebbe certamente al suo posto a Strasburgo, e non certo per scaldarlo. Oppure, se fosse stata lanciata la nuova Rosa nel pugno, pur non eleggendo parlamentari, sarebbe nato un progetto politico di nuovo conio tra socialisti e radicali, utile non solo per noi, ma anche e soprattutto per l’Italia. Adesso siamo alla Chianciano quattro. Credo che il convegno dovrebbe rispondere alle domande alle quali le tre precedenti Chianciano non hanno potuto o saputo rispondere. I radicali, Marco Pannella in particolare, è interessato a un progetto che coinvolga non solo i radicali e che non abbia come unico comun denominatore l’idea che questo sessantennio sia stato solo partitocrazia e non anche democrazia? E’ interessato, in particolare, a un progetto che unisca radicali e socialisti, e magari anche laici e liberali? E’ possibile, in questo caso, recuperare il vecchio progetto della Rosa nel pugno? E poi, Pannella esclude o, come invece avvenne a Chianciano uno, include, nel progetto, anche altre storie e forze ideali, come quelle ambientaliste e della sinistra post comunista? Pannella ha un dovere in più rispetto a noi. Il dovere nasce dalla buona affermazione elettorale, che potrebbe naturalmente produrre anche la tentazione a procedere da soli, ma che, però, sarebbe in netta contraddizione almeno con il primo appuntamento di Chianciano, quello da cui tutto prese inizio e che venne salutato come il primo fatto nuovo dopo la grande sconftta elettorale. Spero che quattro e non tre sia numero perfetto e che questo valga almeno per Chianciano.

LETTERA AGLI ATTIVISTI
DEL PRESIDENTE DEL PSE RASMUSSEN
Cari Compagni Attivisti,

La nostra famiglia Socialista alle ultime elezioni Europee ha avuto un risultato deludente. Ci troviamo davanti ad un Parlamento Europeo in cui i progressisti sono al loro minimo storico, e con un destra euroscettica e nazionalista più forte che mai. Inoltre, corriamo il rischio di ritrovarci con una Commissione Europea sempre più sbilanciata a destra.
Ma una sconfitta non può portare al disfattismo. I partiti della destra europea hanno ottenuto una vittoria di Pirro, basata su una bassa affluenza da record. L'Europa ha ancora bisogno di una nuova direzione. Siamo nel mezzo di una recessione, che ancora non andrà via. I salari sembrano reggere ma non si può escludere che alla fine non subiscano gravi ripercussioni. Si prevedono 27 milioni di disoccupati nel prossimo anno, a meno che non ci sia un forte impegno europeo per un nuovo piano di rilancio economico. Dobbiamo quindi batterci per un Nuovo e Progressista piano di rilancio europeo per salvaguardare l'occupazione e proteggere le persone. La socialdemocrazia deve rinnovarsi. I valori su cui abbiamo basato più di un secolo di lotte politiche ed i risultati ottenuti devono essere la nostra ispirazione. Dobbiamo imparare a raggiungere meglio la gente, coloro che si sentono esclusi e delusi dalla politica di oggi, sintonizzarci con le loro paure ed i loro sogni. I Socialdemocratici ed i Partiti Socialisti di tutta Europa dobbiamo lavorare a più stretto contatto, più di quanto abbiamo già fatto in passato. E dobbiamo essere aperti alle idee ed alle persone progressiste, al di là dei limiti formali dei nostri partiti. Per ingrandirsi ed accogliere al suo interno il Partito Democratico italiano, il nostro gruppo parlamentare ha deciso questa settimana di cambiare nome: si chiamerà ASDE (Alleanza dei Socialisti e Democratici Europei) . La decisione del gruppo non comprometterà in alcun modo il nome o l'identità del Partito del Socialismo Europeo. Dobbiamo costruire un PSE più forte con il prezioso supporto degli attivisti, definendo un chiaro e forte progetto politico per affrontare le sempre maggiori sfide dei cittadini. Abbiamo bisogno di più PSE, non meno PSE. Conto sul vostro sostegno e la vostra partecipazione per il raggiungimento dei nostri comuni obiettivi.

Saluti Socialisti


Poul Nyrup Rasmussen

Appello giuristi: reato clandestinità incostituzionale
Ventidue giuristi hanno lanciato un appello contro la norma del ddl sicurezza che prevede il reato di immigrazione clandestina: discriminatoria, incostuzionele e paralizza-processi per conseguente rallentamento del sistema penale

27/06/2009 - Ventidue giuristi hanno lanciato un appello contro la norma contenuta nel ddl sicurezza, approvato con il voto di fiducia alla Camera lo scorso 14 maggio e ora al vaglio del Senato, con la quale si punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato. Il disegno di legge n. 733-B, già duramente criticato dalle associazioni per i diritti umani e da alcune istituzioni, oltre ad introdurre il reato di immigrazione clandestina, esclude gli irregolari dai pubblici servizi con l’eccezione di sanità e scuola e prevede le ronde anticriminalità, volute a tutti i costi dalla Lega.

Nel documento promosso dai giuristi, si legge che il reato di immigrazione clandestina “oltre ad esasperare la preoccupante tendenza all’uso simbolico della sanzione penale, criminalizza mere condizioni personali e presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale“.

L’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero “non rappresentano di per sé fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale - si sottolinea nell’appello - ma sono l’espressione di una condizione individuale, la condizione del migrante: la relativa incriminazione, pertanto, assume un connotato discriminatorio contrastante non solo con il principio di eguaglianza , ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali”.

Secondo i giuristi che hanno promosso e aderito all’appello - tra cui Valerio Onida, Stefano Rodotà, Armando Spataro e Gustavo Zagrebelsky - la norma in questione “è priva di fondamento giustificativo, poiché la sua sfera applicativa è destinata a sovrapporsi integralmente a quella dell’espulsione quale misura amministrativa, il che mette in luce l’assoluta irragionevolezza della nuova figura di reato”.

I promotori del documento osservano, inoltre, che l’introduzione di questo reato “produrrebbe una crescita abnorme di ineffettività del sistema penale, gravato da centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilità sociale e condannato per ciò alla paralisi”.

Infine, i giuristi mettono in evidenza che “un fondamento giustificativo del nuovo reato non può essere individuato sulla base di una presunta pericolosità sociale della condizione del migrante irregolare” in quanto “la criminalizzazione di tale condizione stabilita dal disegno di legge si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo”.

Leggi il PDF dell’appello giuristi contro reato immigrazione clandestina


venerdì 26 giugno 2009

FRANCIA ED ITALIA RIDUCONO GLI AIUTI ALL’AFRICA
Lodi alla Gran Bretagna, ma solo un terzo dei soldi del G8 di Gleneagles sono stati stanziati.

Di Daniel Howden, “The Indipendent” Africa Correspondent - Articolo pubblicato l’11 Giugno 2009 sul quotidiano inglese The Indipendent.

Traduzione di Piero Pelizzaro.

I paesi industrializzati stanno venendo meno agli impegni assunti per gli aiuti promessi a milioni di persone dell’Africa, accordi storici per migliorare le condizioni di vita della popolazione africana, questo è quanto emerge dal rapporto di One rilasciato oggi. Solo un terzo degli aiuti promessi dai membri del G8 hanno preso la via dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Questa la triste realtà che emerge dalla valutazione dei dati disponbili, il rapporto vede nell’eccezionale povertà dei progressi fatti da Italia e Francia la causa, le quali risulterebbero responsabili dell’80% per il deficit dei fondi.

E’ oramai un decennio che gli Obiettivi del Millenio per lo Sviluppo delle Nazioni Unite sono stati fissati per arginare la povertà entro il 2010; gli obiettivi è certo che non saranno raggiunti e gli stati più ricchi falliranno nel rispettare gli impegni da loro assunti. Al G8 di Gleneagles, nel 2005, gli Stati stabilirono in 18 mesi la scadenza per stanziare 21,5 miliardi di dollari in aiuti ma secondo One, autore del Rapporto, solo 7 miliardi di dollari sono stati, ad oggi, stanziati. I revisori dei dati dichiarano, in modo sarcastico, a riguardo della Francia del Presidente Sarkozy e dell’Italia del Premier Berlusconi “Alcuni membri del G8 hanno raggiunto e addirittura superato gli obiettivi da loro stessi fissati „ nel rapporto si lodano per questo Germania e Gran Bretagna ma “Gli aiuti della Francia sono deludenti, e il comportamento dell’Italia è un completo fallimento”.

Gli investimenti stranieri e il commercio internazionale sono crollati a causa della crisi finanziaria. Ma così come riporatato dall’ Africa Progress Panel, di cui fanno parte Kofi Annan e Graca Machel, in un documento separato, la crisi ha aumentato l’importanza di dare aiuto ai paesi più bisognosi. Kofi Annan, ex segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “i paesi poveri Africani sono danneggiati dai costi della globalizzazione ma non traggono nessun beneficio dalla globalizzazione dei mercati”. Dopo due anni, in cui le crisi dell’approvvigionamento alimentare e del petrolio hanno dominato le preoccupazioni per l’Africa, la grave crisi del mercato americano ha duramente colpito le esportazioni africane. Le parole usate da Kofi Annan, fanno eco a quelle usate per i cambiamenti climatici: “Chi ha contribuito in minima parte è chi oggi paga le conseguenze maggiori.”

La crescita dell’Africa, che secondo le previsioni doveva essere del 6,7% nel 2009, è crollata all’1,7%. I rapporti, deliberatamente rilasciati in sequenza, evidenziano ironicamente come il flusso di aiuti sono stati ridotti proprio nel momento in cui si vedevano i primi progressi. I successi andavano dall’allargamento degli aiuti a 3 milioni di persone, la diminuzione delle morti per malaria, e assicuravano l’istruzione di base a 34 milioni di bambini. Per la prima volta in 50 anni, nel 2008 s’era avuta una crescita nell’economia dell’Africa Sub-Sahariana superiore al 5%, e questo per il secondo anno consecutivo.

La Germania, che ora ha superato la Francia in termini di aiuti all’Africa, è da lodare per l’aumento della sua assistenza a questi paesi. La Gran Bretagna si distingue “per essere il primo paese del G8 a cogliere gli obiettivi dell’ONU di destinare lo 0,7% del Prodotto Nazionale Lordo per aiuti ai paesi in via di sviluppo”.

Il rapporto richiama la necessità di una migliore governance degli aiuti ma non fa nessun riferimento esplicito all’elevata corruzione che affligge i regimi Africani.


Pluralismo informativo? Non in Italia
L’inefficacia della disciplina sulla par condicio, la concentrazione dell’infomazione nelle sole mani del premier e l’oscuramento mediatico dell’opposizione, hanno rimosso il concetto del pluralismo informativo dai mass-media del nostro Paese

di Nicola D’Angelo*

26/06/2009 - Calamandrei diceva che dietro ogni articolo della Costituzione c’è la nostra storia, ci sono i nostri dolori e soprattutto le gioie per la riconquistata libertà. Aggiungeva che le norme costituzionali non sono vuote formule giuridiche, semplici asserzioni formali, ma principi che ogni giorno bisogna far vivere con il nostro impegno e la nostra responsabilità.

Cosa abbiamo fatto allora, quale impegno abbiamo messo in questi anni nel dar forza a quei valori scolpiti in una norma centrale della nostra Costituzione quale l’art. 21?

Ieri il Presidente della Repubblica ha affermato che in una democrazia la libera informazione costituisce una condizione irrinunciabile. Nei giorni scorsi un’indagine del CensisFreedom House, un’organizzazione indipendente americana che da trenta anni analizza lo stato dell’informazione in tutti i paesi del mondo, dava l’Italia al 73° posto, alla pari di Tonga, nella classifica sulla libertà di stampa. riportava quanto hanno inciso e incidono i telegiornali sulla formazione del consenso politico. Qualche tempo prima un rapporto della

A guardare i dati sul pluralismo informativo degli ultimi mesi pubblicati da AGCOM viene da dire che una volta di più il pluralismo informativo è finito in un cassetto.

Chi ne parla o cerca di fare qualcosa è accusato, nella migliore delle ipotesi, di estremismo. Quello che avrebbe fatto rabbrividire un moderato liberale è oggi argomento di scandalo.

Nella vicenda attuale all’ordinario squilibrio tra le diverse posizioni politiche si è sommata la rilevante presenza nell’informazione di una solo carica istituzionale, quella del Capo del Governo.

Per ultimo, si è aggiunto l’invito ai media di non dare pubblicità alle tesi dell’opposizione.

Neppure l’entrata in vigore della disciplina sulla par condicio, tuttora operante, è riuscita anche solo in parte a correggere questa situazione.

La legge sostanzialmente non è servita.

Le istituzioni preposte potevano o dovevano fare di più rispetto alla denuncia dei dati e ad alcuni provvedimenti di richiamo?

Probabilmente si anche se ormai non è più sufficiente il solo intervento di qualche organismo più o meno adeguato.

Il Parlamento deve seriamente riconsiderare le regole di garanzia del pluralismo ma soprattutto l’attenzione della politica deve essere forte sul tema e non viverlo come un fastidio.

* Commissario Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni - AGCOM

(articolo già pubblicato sul sito web articolo21)


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