giovedì 18 giugno 2009

DELUSIONE, NON RASSEGNAZIONE:

YES WE CAMP, GRAZIE SILVIO


La delusione e la rabbia inascoltata degli sfollati, che ieri hanno invaso Montecitorio per urlare al governo tutta la propria frustrazione per le promesse non mantenute e un decreto, che il governo si rifiuta di modificare, del tutto inadeguato.

17/06/2009 - Qualche migliaio di persone sotto Montecitorio, fra partecipanti “in loco” e terremotati “dall’Abruzzo”, che si sono trasferiti a Roma con oltre venti pullman, portando con sé le magagne della calamità naturale e la rabbia per le “promesse da marinaio” del governo. Centinaia di striscioni, di scritte, di cartelloni, alcuni dei quali molto ironici, frutto di una rabbia e di una frustrazione tanto più sentita, ormai, nei campi quanto poco ascoltata nelle aule parlamentari. “Case a settembre? Ma chi sei? Meggaiver?” si legge in una delle scritte. In un altro: “Più case, meno C.a.s.e.”, in un altro ancora: “Gli sfollati vi aspettano al G8″. E poi: “Yes, we camp, grazie Silvio” e “99 fontane, 99 chiese, 99 calci nel culo”. Le tende montate, a mo’ di protesta, a Montecitorio, sotto le finestre dove la Camera discute del decreto. Una discussione che s’interrompe più volte, ma alla fine, per bocca degli esponenti della maggioranza, arriva la sentenza: “Il decreto non cambia. Nessuna modifica”.

Niente da fare quindi per le richieste degli sfollati, riuniti in associazioni e gruppi di protesta nati spontaneamente e ben lontani da quella celebrazione dell’opera berlusconiana che è passata tante volte sugli schermi, a reti unificate. Il governo ha risposto picche alle richieste degli abruzzesi, che altro non chiedevano se non che il premier rispettasse gli impegni presi e desse seguito alle promesse tante volte propagandate dall’inizio di aprile. Come i (soli) 100 euro al mese per chi provvedeva a sistemarsi da sé (senza andare nei campi): mai visti. Come i 700-800 euro al mese per i lavoratori in cassa integrazione e che hanno perso il posto: mai arrivati. Come la ricostruzione del centro storico e i contributi al 100% per ri-edificare le prime e le seconde case. L’unica cosa a cui si pensa invece è a costruire nuove case “provvisorie” altrove, per poco più di 15.000 persone, senza un piano di intervento sistematico e concordato con le parti. Per non parlare di quei “soldi” che dovevano arrivare a Comuni e Province che invece, finora, hanno pagato di tasca loro, come sottolineava ieri Annarita Coletti, sindaco di Ofena, intervenuta alla protesta insieme ad altri 49 sindaci dell’area del sisma. “Non è stato dato un euro a nessun comune - ha dichiarato Coletti - Tutte le spese, comprese alcune voci alimentari, sono state sostenute dai Comuni. Nulla neppure per il sussidio mensile che avevano promesso e che forse slitterà come minimo ad agosto”. “Il governo ci ha preso in giro” ha detto Massimo Cialente, sindaco de L’Aquila. Stefania Pezzopane, presidente della provincia dell’Aquila: “il governo ci ha tradito”. “Le promesse del premier siano messe nero su bianco”: Nicola Risi, sindaco di Cocullo.

Ma la rabbia di chi pure, come gli amministratori dell’Abruzzo terremotato, si trova a gestire questa situazione difficile è nulla in confronto a quella dei manifestanti, è nulla in confronto a quella di chi è rimasto lì, sotto le tende, a morire di freddo in inverno e di caldo in estate, senza spiragli di miglioramento e prospettive. Abbiamo parlato con Stefano Di Brisco, un giovane abruzzese dell’associazione 3e32, che la vita dei campi la conosce bene. C’è rabbia, c’è delusione, c’è frustrazione, ci fa sapere. La rabbia è per la risposta politica, del tutto inadeguata, calata dall’alto, insufficiente. Rabbia per le promesse non mantenute, rabbia per quello che appare come disinteresse per una ricostruzione che non dovrebbe essere solo edilizia, ma anche sociale. L’Abruzzo è una comunità disgregata, bisogna costruire le città, non solo le case. Ma già sarebbe tanto se almeno facessero quello. “Nei campi non si può fare assemblea. Se qualcuno all’esterno vuole parlare con gente all’interno deve lasciare la carta d’identità. Non si può far girare un volantino. C’è una medicalizzazione dei campi che non aiuta la gente a uscire dalla sindrome dell’emergenza”- ci ha detto Stefano. Una condizione che diventa davvero grave nel momento in cui le tende, da rifugio immediato e transitorio, diventano dimore “provvisorie” ma a lungo termine, da occupare in attesa di altre costruzione “provvisorie”, dove andare fino a quando (se e forse) il governo deciderà di ricostruire le abitazioni originarie. “Prima era difficile spiegare alla gente nei campi come stavano le cose” - ci ha fatto sapere il giovane. Se qualcuno andava a dire loro che non era vero tutto quello che passava sui telegiornali e si vociferava fra le tende sull’operato del governo (che si smentiva) il giorno dopo, “ti tacciavano di voler fare un’operazione politica. Ma ora le cose stanno cambiando.”

Avevano chiesto 100% ricostruzione (prime e seconde case, per i residenti e per i non residenti).100% partecipazione (città e paesi li ricostruiamo noi!). 100% trasparenza (ogni centesimo che passa venga reso pubblico: dove sono i soldi? Dove vanno a finire? Chi ha gli appalti?). Il risultato è 100% delusione, rabbia, voci inascoltate. Altro che folle festanti al passaggio (e alle passerelle) di Berlusconi.


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