martedì 14 gennaio 2014

Giuseppe Saragat ed il Socialismo Vivo....

di Giuseppe Giudice
A casa mia il nome di Saragat era quasi impronunciabile. Mio nonno materno (che era il segretario amministrativo della Fed Psi di Potenza a cavallo degli anni 50 e 60) preferiva che fosse eletto Fanfani piuttosto che Saragat alla presidenza della Repubblica nel 1964. Sono ricordi lontanissimi, avevo 8 anni, eppure vivi. Questo per dire come nei vecchi socialisti del PSI era considerato il capo della socialdemocrazia italiana. Poi ho letto una serie di saggi e di interventi del presidente Saragat tra il 1927 ed il 1947, che mi hanno fatto rendere conto di come Saragat abbia quasi sempre avuto ragione. E lo dice un socialista di formazione lombardiana. Peppino Saragat è stato , dopo Mondolfo, ed insieme a Basso, il più grande interprete del pensiero di Marx nel socialismo italiano. Amico ed allievo del leader del socialismo austriaco e dell'austromarxismo, Otto Bauer (che apprezzava molto al sua elaborazione teorica) tentò con successo di dare al pensiero di Marx quella connotazione umanistica, democratica e libertaria contrapposta ed alternativa a quella giacobina ed autoritaria del leninismo e delle sue varie derivazioni. E lo fece con una attenta e minuziosa lettura dei testi. Saragat , che visse diversi anni in Austria, conosceva bene il tedesco e pare che abbia letto tutto il Capitale nella lingua originaria. Certo un certo Togliatti pare che abbia detto che Saragat aveva letto molti libri , ma con scarso profitto. Ma evidentemente mi fido più del giudizio di un gigante del socialismo democratico come Bauer che di un servo di Stalin come Togliatti. Saragat sostenne il patto di Unità d'azione tra socialisti e comunisti in virtù della difesa dal fascismo e dal nazismo trionfante. Ma sempre difendendo le ragioni della autonomia socialista nella sinistra. E nel 1939 , dopo la firma del patto Ribbentrop-Molotov , che inizia ad avere seri dubbi forse influenzato dal giudizio del grande teorico del marxismo democratico e socialista austro-tedesco Hilferding, il quale vedeva nel patto Hitler-Stalin quella tendenza ad una convergenza tra i fascismi ed il bolscevismo. Poi naturalmente l'attacco tedesco all'URSS nel 1941 cambiò molte cose. Ma è indubbio che in Saragat, come in altri socialisti che pure avevano sostenuto i fronti popolari (vedi Leon Blum in FRancia) si accentua la critica profonda verso il comunismo sovietico. Saragat nel 1947 aveva perfettamente ragione a contrastare la idea folle di Nenni e Morandi di fare le liste comuni con il PCI ed annullare la autonomia socialista. La sinistra non vive senza autonomia socialista, ce lo dice la storia d'Italia e di Francia. La unità tra partiti che rappresentano interessi sociali comuni non può annullare o nascondere le differenze che vanno dialettizzate. Ho però un rimprovero da fare a Peppino Saragat. Sbaglio gravemente a fare la scissione. Se avesse fatto la battaglia nel partito la avrebbe vinta perchè la sua posizione era molto più forte di quella di Nenni e Morandi. E quella scissione fu una sciagura per la sinistra italiana perchè diede al PCi il primato e ci costrinse ad un regime di democrazia bloccata. Inoltre Saragat (che era partito da posizioni neutraliste) entrò in un governo centrista assumendo posizioni esageratamente filo-atlantiche. Nenni stesso disse (lo rivelò Tamburrano) che se Saragat fosse rimasto nel partito gli avrebbe evitato di fare quegli errori fatali. Paradossalmente chi continuò la battaglia autonomista nel PSI furono quegli ex azionisti come Lombardi e Foa , che Saragat rifiutò di prendere nel PSLI. Un vecchio compagno socialista di Potenza mi rivelò (un fatto che mio nonno ha sempre rimosso) che mio nonno e suo fratello che erano nel 1946 nel Partito D'Azione ebbero l'indicazione da Lombardi (allora segretario del P-D'Az) di trattare con i saragattiani. Poi la cosa sfumò a livello nazionale. In realtà Lombardi, Foa e Saragat avevano del socialismo idee molto simili. E' l'assurdità di una politica italiana tagliata dalla Guerra Fredda che li ha mantenuti divisi. Ma oggi questo patrimonio ideale lo dobbiamo recuperare riattualizzandolo, ovviamente. Visto anche il fallimento. senza se e senza ma, del postcomunismo.

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