giovedì 2 luglio 2009

BERSANI. NENCINI: LA FINE DELL' ISOLAMENTO DEL PD
VANTAGGIO PER IL CENTROSINISTRA

02/07/2009 - «Se il Pd seppellirà, come ha palesemente dichiarato il candidato alla segreteria Pier Luigi Bersani, l’illusione di una sua vocazione maggioritaria che ha prodotto solo disastri, non potrà che scaturirne un vantaggio per tutto il centrosinistra». Lo dichiara il segretario nazionale del Partito Socialista, Riccardo Nencini, commentando l’ufficializzazione della candidatura a segretario del Pd dell’ex ministro. «Un primo segnale in questa direzione – aggiunge Nencini – il Pd lo mandi da subito nelle amministrazioni locali e soprattutto nelle regioni che fin da settembre si apprestano a definire alleanze e programmi in vista delle elezioni del 2010. Ci auguriamo – conclude il leader Socialista – che la nuova stagione del Pd si apra all’insegna di una definitiva archiviazione dell’isolamento veltroniano e, di conseguenza, all’insegna di un nuovo ed ampio progetto riformista in grado di riportare il centrosinistra al governo».
DI GIOIA: BERLUSCONI PRENDA ESEMPIO DA VENDOLA

01/07/2009 - “Condivido pienamente la scelta del presidente Nichi Vendola”. E’ quanto afferma Lello Di Gioia, segretario regionale del Partito Socialista in Puglia ed esponente di Sinistra e Libertà.
“Azzerare gli incarichi – continua l’esponente Socialista - consente di aiutare a fare chiarezza sulle questioni che sono oggetto delle indagini, ma anche di operare una svolta più ambiziosa per allargare l’orizzonte politico della giunta alle forze moderate di centro. Ma quanto è avvenuto ci dà anche la possibilità di valutare la qualità dei comportamenti di chi è investito da una responsabilità pubblica. Vendola, neppure sfiorato dall’ombra di un sospetto, agisce risolutamente e tempestivamente per allontanare ogni più piccola ombra. Ben altrimenti ha fatto Berlusconi, che dovrebbe prendere a esempio da Vendola. Il Presidente del Consiglio alle prese con qualcosa di più che semplici sospetti, - conclude Di Gioia – ha reagito rabbiosamente attaccando la magistratura e i giornali mentre dal suo entourage si è arrivati perfino a sospettare di servizi segreti e governi stranieri amici storici dell’Italia”.

mercoledì 1 luglio 2009

RISATE E ANTIQUARIATO
di Emanuele Pecheux

01/07/2009 - Non c'è proprio nulla per cui ridere a leggere un odierno pezzo comparso su un giornale molto vicino al PdL che riguarda il PS.
E' da almeno quindici anni che alcuni ben noti dirigenti del vecchio PSI, vestendo i panni dei soloni, spiegano a noi poveri incapaci come fare per governare e magari rilanciare una comunità massacrata nel biennio 92-94. Lo fecero ai tempi dello SDI, minando dall'esterno, alle fondamenta qualsiasi ipotesi di rilancio del Movimento Socialista, lo fanno ancora di più oggi, stando dentro il PS e avendo ruoli di dirigenti, fabbricando e alimentando polemiche tanto astiose quanto fini a se stesse, utilizzando pretesti, inventandosi improbabili màrtiri di un ancor più improbabile regime che esisterebbe dentro il partito, instillando in alcuni (pochi) militanti, mediante un lessico politicamente triviale, il germe del dissenso autistico e velleitario, una sorta di ultimo atto della "damnatio memoriae" che accompagna la vicenda storica dei Socialisti Italiani. Non c'è nelle loro parole un barlume di modestia, solo tanta supponenza. Non un briciolo di autoanalisi, come se la tragedia che ha riguardato la fine del PSI non li avesse avuti come attori pricipali, non già sul piano penale, quanto piuttosto riferendosi unicamente alla loro patente incapacità di reggere politicamente l'urto di quegli anni.
Non merita risposta il pezzo in questione se non per ricordare che in una comunità, per piccola e provata che sia, vi sono delle regole condivise, che riguardano soprattutto i comportamenti pubblici di chi della comunità fa parte, che, neanche a dirlo, vengono da lorsignori richiamate "ad usum Cicero pro domo sua" e infrante e calpestate quando sembrano disutili e incomode. Non c'entrano un bel nulla i pezzi della nobile storia socialista che viene raccontata. Nulla. Anzi raccontata così non è "magistra vitae" ma viene ridotta a scadente articolo di antiquariato. E non c'è proprio nulla di cui ridere. Anzi.

NENCINI A VIAREGGIO: L’INCIDENTE PIU’ GRAVE
IN ITALIA, SOLIDARIETA’ DA POLITICA E ISTITUZIONI

30/06/2009 - È stato uno dei primi rappresentanti della politica e delle e istituzioni ad accorre sul luogo della tragedia ferroviaria a Viareggio Riccardo Nencini, segretario nazionale del Ps e presidente del Consiglio regionale della Toscana. “Ci stringiamo attorno a tutte le persone colpite da questa incredibile tragedia - ha dichiarato - alle famiglie delle vittime, ai feriti, a chi ha perso la casa e i beni più cari. Il Consiglio regionale della Toscana sarà a completa disposizione, per quanto nelle proprie possibilità, per rispondere a tutte le necessità operative e logistiche, nella fase dell’emergenza e nel sostegno alle persone colpite". "Aspettiamo - ha proseguito Nencini - che le inchieste già in corso facciano chiarezza al più presto su quanto è accaduto. I sempre più frequenti incidenti nei trasporti pubblici impongono comunque una maggiore attenzione e vigilanza, che siamo sicuri non mancheranno, da parte delle autorità e degli enti competenti”.
Per Nencini, che nel primo pomeriggio è rientrato momentaneamente a Firenze per aprire e subito chiudere, in segno di lutto, la seduta del Consiglio regionale, quello di Viareggio è stato, «complessivamente l'incidente piu' grave che abbia mai coinvolto il trasporto pubblico in Italia e il numero delle vittime e' tristemente destinato a salire. Le cause stanno per essere accertate e se fossero quelle che stiamo leggendo al momento sulle agenzie, si prospetta il reato di omicidio colposo''. Di nuovo a Viareggio, ha dichiarato che “non è oggi il momento per avanzare commenti e opinioni, di fronte a una tale tragedia e' necessario esprimere innanzitutto vicinanza alle famiglie delle vittime. Troveremo modi diversi per essere vicini a queste famiglie che sono state colpite nei loro affetti, lo abbiamo fatto poche settimane fa per l'Abruzzo e lo facciamo oggi per la nostra gente''. Dopo il G8, Nencini tornerà nuovamente a L’Aquila, dove incontrerà il direttore della Protezione civile Guido Bertolaso.

VIAREGGIO:il controllato non può essere il controllore


La tragedia di Viareggio non è un prezzo che paghiamo al progresso, come sostiene Castelli. E’ il prodotto di direttive europee sbagliate, che liberalizzano incontrollatamente il sistema ferroviario e affidano i controlli agli stessi controllati.

01/07/2009 - Un treno merci che trasporta “merci pericolose” (gas GPL) subisce un guasto tecnico e provoca un’esplosione nei pressi del centro abitato di Viareggio: 13 vittime, 36 i feriti, di cui 14 gravissimi, 5 dispersi. La fuoriuscita del GPL dai vagoni deragliati, la sua diffusione a macchia d’olio nel raggio di 300 metri, fra le palazzine, sotto le macchine. La scintilla di un motorino che trasforma il ragazzo alla sua guida in una torcia umana provocando un gigantesco rogo e il crollo di decine di abitazioni.

“E’ un prezzo che paghiamo al progresso” ha detto il sottosegretario ai trasporti, il leghista Castelli, nel corso di una trasmissione radiofonica della RAI, alludendo alla liberalizzazione del sistema ferroviario, stabilita, nel corso degli anni, attraverso una serie successiva di direttive europee. Da queste direttive emerge, in realtà, una impostazione del problema dei controlli di sicurezza che va radicalmente rivista. Grazie alle direttive comunitarie che regolano la materia della sicurezza del trasporto di merci pericolose, infatti, si sono fortemente indeboliti i meccanismi di controllo sul rispetto delle disposizioni europee.

Se c’è una cosa su cui l’Unione Europea non transige, è la libera circolazione delle merci e delle persone, pilastro del mercato unico da cui ebbe inizio il sogno di un’Europa unita. Un sogno che a posteriori può dirsi, se non fallito, pesantemente menomato, dal momento che è riuscito a imporre la sua sovranità solo e unicamente in ambiti, come quelli concorrenziali, puramente economici, tralasciando diritti sociali, civili, garanzie nel lavoro, nella sicurezza, nell’uguaglianza.

Così la normativa che regola il trasporto per via ferroviaria di merci pericolose (direttiva 96/49/CE recepita dal Dlgs 41/1999) stabilisce “norme nazionali di sicurezza” e crea un mercato unico per i servizi di trasporto di merci pericolose, specificando che gli Stati membri conservano il diritto di stabilire requisiti in materia di sicurezza per il trasporto nazionale o internazionale, nei casi in cui il settore non è regolato dalla presente direttiva. Le normative richiamate, insieme al RID (trasporto internazionale per ferrovia delle merci pericolose in Europa), costituiscono l’ossatura del problema e in nuce contengono una spiegazione di tragedie come quella di Viareggio. In sostanza per garantire la sicurezza dei trasporti (soprattutto di quelli potenzialmente pericolosi per le persone e per l’ambiente) viene stabilito un sistema di controlli che fa ricadere sul “controllato” (le ditte produttrici e utilizzatrici di vagoni, contenitori cisterne, imballaggi etc) l’onere del controllo, senza che un ente terzo (come accade per il trasporto aereo) faccia da terminale ultimo e “super-partes” a garanzia della sicurezza.

Sulle pubbliche rotaie infatti circolano vagoni privati, proprietà di società private a cui spetta di farsi carico così dei problemi della pubblica incolumità. In sostanza lo stesso soggetto è al tempo stesso controllore e controllato, con un evidente conflitto di interessi.Così nasce la logica “scarica barile” che abbiamo visto nelle ultime ore: i vagoni di Viareggio erano proprietà di una società internazionale (la Gatx Rail) con sede europea a Vienna, incaricata, secondo le direttive europee , dei controlli. La società assicura di essersi assicurata della “buona salute” dei container prima di affittarli ai “clienti finali“, che, secondo la Gatx sono i responsabili delle sostanze trasportate e della gestione del mezzo.

Werner Mitteregger, numero due della Gatx a Vienna, sostiene che “è come quando si affitta un’auto“, la responsabilità della manutenzione e della gestione del mezzo ricade su chi ha preso in affitto i vagoni.

In pratica non si capisce chi possa assicurare che i controlli “incrociati” (in parte dei proprietari, in parte degli affittuari) dei vagoni siano stati effettivamente eseguiti. E chi sarebbe, nel caso, punibile penalmente. Questa la logica del cane che si morde la coda, come recepita dal capitolo 1.4 (obblighi di sicurezza degli operatori) e 1.10 (disposizioni concernenti la sicurezza) del RID. In sostanza la sicurezza del trasporto di materiali pericolosi è affidata, nei fatti, ad una sorta di autocertificazione degli interessati. E così che la logica del profitto crea danni, come abbiamo visto, tutt’altro che invisibili. Per anni ci hanno spiegato che occorreva liberare le aziende private da quei lacci e lacciuoli che ne tarpavano lo sviluppo, riducendo al minimo e in qualche caso azzerando ogni forma di controllo pubblico, con il risultato di sacrificare la sostenibilità sociale, ambientale e la sicurezza sull’altare del profitto. Se la “mano invibile” di smithiana memoria e thatcheriano recepimento, può essere adatta a regolare situazioni strettamente mercantili, non permette, tuttavia, di spiegare fenomeni come la disoccupazione e di trattare adeguatamente ambiti particolari dove bisogni fondamentali devono essere soddisfatti. La salute è uno di quelli.


Teocrazia e democrazia: un conflitto inevitabile

di Giuliana Sgrena*

01/07/2009 - È velleitario pensare che una svolta progressista possa avvenire attraverso la via elettorale in un paese teocratico come l’Iran. La mobilitazione per il candidato più moderato Moussavi contro l’ultraconservatore Ahmadinejad aveva fatto sperare i giovani e le donne iraniani – i più penalizzati dal regime dei mullah – in un cambiamento. Il grande afflusso alle urne invece ha favorito il presidente uscente, del resto nelle sue mani e più ancora in quelle della guida spirituale Ali Khamenei, suo sostenitore, stanno le leve del potere. E in un regime come quello iraniano controllare le organizzazioni di massa è un potere insostituibile. Ci saranno stati brogli, come ha denunciato lo sfidante di Ahmadinejad? Possibile, anzi probabile, ma difficilmente potrà dimostrarlo, e comunque non serve, come fa Moussavi, invocare uno stato di diritto, in un paese dove non esiste. Se il regime avesse ritenuto Moussavi un «sovversivo» non avrebbe mai permesso la sua candidatura, è infatti il consiglio dei guardiani della rivoluzione che avalla le candidature. E poi l’esperienza del moderato Khatami, che pure aveva vinto le elezioni senza poter cambiare nulla nel sistema di potere, è un esempio lampante della irriformabilità della teocrazia. In Iran sono ammesse solo le organizzazioni islamiche, tutte le altre sono fuori legge, con la solo eccezione, ma si tratta solo di tolleranza, di una organizzazione che fa riferimento allo scià. Non si può dunque parlare dell’Iran come se fosse un paese democratico, non esiste una democrazia islamica (un regime religioso dipende dal volere di dio e non da quello degli uomini, base di un sistema democratico), dunque un sovvertimento del potere dall’interno è impossibile. L’unica speranza può venire da una forte mobilitazione di uomini e donne che abbia un effetto dirompente (anche non violento ma che sarà represso nel sangue, proprio come sta avvenendo da settimane) tale da travolgere il sistema di potere. Una rivoluzione insomma. Portata avanti da quei settori che lottano per un paese democratico libero dal giogo religioso. Che limita pesantemente i diritti delle donne e delle minoranze, che vieta le libertà fondamentali e che fa della sharia (legge coranica) la legge dello stato. Una legge che non rispetta i diritti dell’uomo: le impiccagioni, le lapidazioni sono all’ordine del giorno. Il movimento che si è sviluppato ufficialmente contro il risultato elettorale finora non ha indicato un obiettivo politico chiaro. Se l’obiettivo resta solo quello di rifare le elezioni non avrà un futuro: le elezioni difficilmente si rifaranno e se si rifacessero probabilmente il risultato non cambierebbe sostanzialmente. Comunque, al di là del motivo scatenante – il risultato elettorale – è probabile che nella protesta si siano inseriti anche settori laici che vogliono veramente un cambiamento del sistema iraniano, ma finora nessun leader è emerso anche perché se uscisse allo scoperto sarebbe facilmente eliminato (fisicamente) dai basiji. Occorre dunque concludere che il bagno di sangue è inutile? No, quello che sta avvenendo in Iran dimostra l’indebolimento del regime teocratico anche se avesse, o ha, la maggioranza elettorale. Tutte le rivoluzioni vengono portate avanti da avanguardie o élite politiche e culturali. Da parte della sinistra occorre oltre alla solidarietà con la protesta e una condanna della repressione, un’analisi della situazione per poter dare un sostegno politico alle forze democratiche, a partire dalle donne che hanno lanciato una campagna per la raccolta di un milione di firme per cambiare le leggi discriminatorie nei loro confronti.

*Giornalista de Il Manifesto ed ex-candidata di Sinistra e Libertà


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