domenica 17 giugno 2012
sabato 16 giugno 2012
Un'altra Storia.... (Padova 15.06.12)
di Alvise Ferialdisabato 9 giugno 2012
Le ragioni di un Congresso Nazionale...
di Franco Bartolomei Cari Compagni,
Penso che i Socialisti debbano essere contrari ad un accordo con il PD anche se Vendola aderisse alla proposta di Bersani di una coalizione elettorale limitata al PD a SeL e ad una lista civica nazionale di appoggio .
Questa soluzione sarebbe la morte della sinistra italiana ,perche' segnerebbe la fine di ogni possibilita' di ricostruirla attorno alla riaffermazione di una sua nuova ,e finalmente maggioritaria , identita' Socialista.
Un esito politico del genere ricalca purtroppo quello a cui si rassegna la maggioranza del partito nel documento della Direzione Nazionale contro cui ho votato.
Infatti a Bersani non si risponde rilanciando una proposta di programma finalizzata a ricostruire una soggettivita' politica Socialista , ma si annuncia di voler essere parte di primarie congegnate sullo schema di un neo-ulivo troncato a sinistra ed aperto al centro.
Sono quindi favorevola ad un accordo con PD e SEL solo se avviene attorno alla costruzione di un grande soggetto politico chiaramente identificato come Socialista .
Altrimenti se dobbiamo aderire ad una formula elettorale ,come quella che mostra di proporre Bersani , per continuare nella distruzione della identita' e della autonomia culturale della sinistra italiana , in pura continuita' con la Seconda repubblica , preferisco di gran lunga per un accordo difensivo a sinistra del PD tra le forze che ancora vogliono richiamarsi alle identita' storiche della sinistra italiana .In particolare ,in questo caso , tra noi Socialisti , SEL e FED.
- Appare ormai evidente che Bersani lavora esclusivamente al completamento del progetto Partito Democratico come contenitore moderato della maggior parte del centro-sinistra, utile ad una politica di gestione dello stato e dei rapporti sociali esistenti ben lontana da ogni progetto di alternativa di modelloIn questo senso cerca di realizzare bene lo stesso disegno non riuscito a Weltroni , continuando nell' interpretazione fedele delle linee di indirizzo generale che muovono il sistema politico dopo la fine della prima repubblica .
- Si tratta a ben vedere di una linea nettamente contrastante, nella diversa qualita' dei suoi obiettivi ,da quella che noi vogliamo affermare della costruzione in italia di una nuova grande forza Socialista ,capace di rendere la sinistra italiana protagonista di un progetto di trasformazione democratica degli assetti economici e sociali in grado di rispondere su un terreno di riequilibrio sociale alla crisi verticale del modello di crescita fin qui affermato con la finanziarizzazione e la terziarizzazione delle economie sviluppate.
- Siamo quindi di fronte a due distinte linee politiche, che avranno una valenza di lungo periodo in quanto il sistema politico e' giunto ad una fase di inevitabile ridefinizione dei proprio assetti , rispetto alle quali il Partito socialista deve assumere una scelta che vincolera' il partito negli anni a venire.
Queste sono le ragioni della nostra richiesta di tenere il Congresso Nazionale al piu' breve.Teniamolo nella chiarezza di tutte le posizioni e verifichiamo se esistono le condizioni per una proposta comune , partendo dalla analisi comune sulla natura strutturale della crisi, recepita anche dal documento della maggioranza di fiuggi che parla di una crisi di sistema, a cui e' necessario rispondere con un mutamento del modello economico -finanziario neo-liberista che ha condotto l'occidente sul baratro.
Questo rende forti le ragioni della unita' tra i Socialisti al di la' una profonda differenza che si va manifestando sulle scelte politiche di scenario che il Partito dovra' adottare .Penso che questa scelta verra' vissuta da tutti con la consapevolezza comune che la garanzia della identita' Socialista nei processi di ricostruzione della sinistra italiana non e' un problema nominalisttico ma sostanziale , ed in ogni caso la proposta di Bersani e' tutta all'interno di un quadro di sostegno alle impostazioni del governo monti , ed e' in perfetta linea di continuita' con il precedente Ulivo.
Noi non crediamo che i giochi siano fatti, ed accettare la proposta Bersani sia divenuto per noi inevitabile .
Sono convinto che se il Partito Socialista tiene duro contro l'accordo con il PD il progetto iniziale di Sinistra e Liberta' potrebbe divenire ancora recuperabile. Il centro-sinistra nuovo a cui guarda Bersani non e', infatti , l'unione di Prodi , ma il progetto Weltroni perfezionato , e se Sel aderisse a questo disegno rischierebbe di spaccarsi.
Vendola sara' quindi costretto a scegliere, ed in quel momento si aprira' uno spazio nuovo per noi , sopratutto se sapremo tenere il no alla proposta di Bersani ,per poter rendere possibile il recupero della proposta originiria di Sinistra e Liberta'.
Un Ragionamento analogo vale per la FED in cui Ferrero, padre della nuova svolta unitaria della fed , tiene coerentemente la contrarieta' alla proposta Bersani , ed il comico Comunista identitario Diliberto in nome della vecchia solidarieta' con D'Alema , come ai tempi di Cossutta , gioca di sponda con bersani.
FRANCO BARTOLOMEI segreteria nazionale del Partito Socialista Italiano
venerdì 8 giugno 2012
“L’INCHIESTA SUI GIOVANI”: UN ARTICOLO DI CARLO ROSSELLI POCO NOTO.
di Nicola Del CornoL’articolo prende le mosse dalla accusa di arretratezza che i seguaci del nuovo corso politico italiano sono soliti scagliare nei confronti di quei coetanei – come appunto il fiorentino – che si sentono ancora attratti da quegli ideali «di bontà, di fratellanza, di giustizia» che avevano infiammato le generazioni precedenti: «ci dicono che siamo vecchi, sorpassati, cristallizzati, in formule che oramai hanno fatto il loro tempo»; e tali accuse – rimarca l’autore – vengono proferite con un metodo che già lascia intendere come gli ideali sopra ricordati non alberghino più nei cuori di costoro, ossia la dialettica viene portata avanti «con quello stile cortese che va dalle ingiurie volgari alle… botte». Peraltro l’alterità risulta palese anche agli occhi dei giovani socialisti, come ammette lo stesso Rosselli: «quando li vediamo passare […] nelle dimostrazioni tumultuose o negli ordinati militareschi cortei, quando li scorgiamo urlanti e agitanti gli strumenti della… convinzione sui camions lanciati a frenetica corsa, quando leggiamo i loro giornali, quando, nelle rare pause serene, ci è dato parlare con essi, sentiamo che ci differenziamo in qualche elemento fondamentale».
Tale completa estraneità – tutto appare infatti diverso: «i nostri principi, la nostra educazione, le nostre aspirazioni sono antitetiche», e di conseguenza «la nostra visione della vita è radicalmente differente» – fa sembrare all’autore di «essere un po’ stranieri su questa terra, quasi facenti parte di un popolo, di una razza, di una civiltà diversa». Ciò che aveva costituito la ragione ideale di molte delle battaglie ideali e pratiche dei giovani socialisti di una generazione precedente vengono ora schernite e demolite dal fascino di nuove parole d’ordine che impongono differenti valutazioni sulle sorti dell’umanità.
Descritta la situazione presente, Rosselli si propone di cercare le cause di tale ribaltamento dei valori negli ideali giovanili, evitando di usare l’abusata ed esclusiva chiave di lettura dello «spirito reazionario e di classe»; i giovani infatti hanno spesso dimostrato di possedere «una potente autonomia rispetto all’ambiente nel quale furono cresciuti», ribellandosi «alla tradizione e allo stato di cose che li circonda». Successivamente quell’ansia idealistica che caratterizza in positivo le loro prime impressioni sul mondo tende a deteriorarsi via via che i casi della vita si complicano con il raggiungimento di una età più matura; e allora diventa «dolorosa e difficile» la «lotta» per mantenere quella «purezza, indipendenza spirituale, coerenza», caratterizzante l’età giovanile; d’improvviso «il sipario cala sul grigio» e così «il giovane si è fatto uomo». Se così è quasi sempre successo, colpisce come la generazione presente si sia «buttata in un movimento che urta colle più belle e secolari tradizioni della gioventù», rinunciando così a quelle aspirazioni alte di palingenesi radicale che hanno infiammato i pari età delle generazioni precedenti. Il motivo di tale scetticismo è rintracciato dal Rosselli nella «guerra»; in quello «sconvolgimento immane ch’essa ha determinato […] nelle anime, nelle coscienze»; e se è indubitabile che «per una generazione almeno il suo ricordo rivivrà nelle azioni degli uomini», appare parimente vero che è «sui giovani, soprattutto sui giovanissimi [che] essa esercitò una influenza enorme, decisiva».
La generazione, che ora ingrossa le file del partito fascista facendo proprie le parole più violente del movimento, «non vide gli orrori della guerra», ma ne respirò a pieni polmoni il clima, e poiché «la sua fantasia fu impotente a realizzare», illumina ora di «una luce ideale» anche «i lati più dolorosi e più duri» del conflitto appena cessato. Manca in questi giovani quella disillusione sulla violenza, che invece ha inevitabilmente colpito anche «il combattente più entusiasta, l’interventista più frenetico»; costoro infatti ebbero modo di toccare con mano «i dolori, le lacune, le mirabili virtù» di una massa di uomini accomunata, al di là della classe di appartenenza, dal tremendo destino della guerra; e così «vicino alle piccole e grandi diuturne tragedie», pure «i giovani studenti ch’eran partiti folli d’ebbrezza e fuor d’ogni realtà, vennero temperandosi»; infatti una volta al fronte «l’ideale astratto» lasciò spazio al «farsi concreto», ossia alla consapevolezza che la vita è «sempre complicata e multiforme»; comprensione che probabilmente gli sarebbe sfuggita senza questa esperienza formativa. Ma coloro che in trincea non ci misero piede per ragioni d’età – «i fratelli minori» – ebbero modo di assaporare solamente «il mito» della «guerra ideale». L’«epopea» della «‘bella guerra’», alla quale i giovani dell’epoca coeva si era formati, sottolinea Rosselli, prevedeva «un oceano di retorica, di frasi, di formule», che nel tempo odierno, finito il conflitto, si stanno dimostrando «letali», dal momento che della guerra hanno potuto cogliere «solo il lato bello, nobile, grande». Non potendovi partecipare per motivi d’età, si è manifestata una malcelata frustrazione per non aver potuto prendere parte da protagonisti a tale grandioso evento: «quanti non fremettero dal desiderio di assumere una parte attiva accanto ai loro fratelli maggiori e non sognarono la morte per una pallottola in fronte, la medaglia, la gloria». La conseguenza di questa mancata iniziazione alle materiali tragedie della guerra è che «fratellanza , amore, internazionalismo, pace» appaiono ora come degli «ideali risibili, da pazzi»; mentre «violenza, forza, potenza» sono diventati «il loro bagaglio intellettuale che si è fatto sangue del loro sangue».
Di conseguenza, la pace appare come un disvalore, un «grigio» impedimento al «loro spasmodico desiderio di fare, di dare, di immolarsi»; a tale vuoto esistenziale rispondono cercando «l’eroico» in una qualsivoglia prassi politica; così «furono fascisti in buona fede come forse sarebbero stati comunisti se nel sovversivismo postbellico vi fosse stata una decisa volontà d’azione». Difficile risulta recuperare a valori di civiltà questi animi esagitati, suona amara la riflessione di Rosselli: «parate, violenze, distruzioni, can-can, retorica, rumore» sono divenuti il loro pane quotidiano. Formati in un preciso lasso di tempo in cui «l’uomo era nulla, numero anonimo […] in balia di un fato non dominabile», non possono comprendere il «valore» della vita.
Però il giovane fiorentino vuole concludere l’articolo con ottimismo; il sentimento di distruzione che conquista nel momento la maggioranza dei giovani appare comunque caduco, non può infatti competere con l’immortalità dei principi socialisti: «Davvero che ci sentiamo un battaglione in marcia. Pulsa in noi l’ardore delle generazioni passate e avvenire. Siamo pochi? Cresceremo. Siamo fuori tempo? Sapremo aspettare. Verrà il nostro turno. Ce lo dice la fede profonda che nutriamo. In noi è il senso della eternità. Ci sentiamo militi di una milizia infinita, missionari di una missione immortale. Questa la grande nostra superiorità sugli avversari. […] Non daremo frutti oggi, domani, e il giorno dopo ancora. Ma infine il giorno nostro verrà».
lunedì 4 giugno 2012
La nuova riforma del lavoro e le ragioni del congresso del Partito Socialista.
di Franco BartolomeiCARI COMPAGNI ,
UNA DOVEROSA RIFLESSIONE SUL NUOVO TESTO DELLA RIFORMA DEL LAVORO VOTATA AL SENATO CI FA' CAPIRE TANTE COSE , MAGARI ANCHE IL SENSO POLITICO DEL VOTO A FAVORE DI VIZZINI ,GIUNTO IN SENATO A SOSTEGNO DEL GOVERNO ED A COPERTURA DEL PD, senza nessuna preventiva discussione nel Partito. In modo assolutamente contrastante con lo stesso intento manifestato nel documento della Direzione Nazionale che manifestava in ogni caso la volonta' di una ripresa di autonomia del Partito dal governo.
Una riflessione su questo tema fondamentale del compromesso sociale da raggiungere sulle qualita sociale delle regole ,e sulla natura sostanziale ,dei rapporti di lavoro dipendente che vogliamo instaurare nel nostro tessuto produttivo diviene quindi a questo punto ineludibile.
La "manifesta infondatezza" del fatto costitutivo del licenziamento ,quale ragione esclusiva del reintegro ,svuota di molto la tutela del lavoratore, a meno che una eventuale prossima interpretazione giurisprudenziale , tutta ancora da verificare ,non dovesse interpretare la particolarita' processuale del rito del lavoro come un elemento che strutturalmente consentirebbe un allargamento naturale di quello che la norma configura come un esame preliminare del giudice diretto a valutare in via pregiudiziale , allo stato degli atti , la " Infondatezza Manifesta del fatto costitutivo del licenziamento" , per il cui accertamento sarebbe preclusa al giudice una attivita' istruttoria, stabilita dalla nuova norma in accoglimento totale del concetto padronale della liberta' d'Impresa.
SPIEGO IL CONCETTO :
Tenete conto, infatti , che nel processo civile con rito del lavoro la produzione documentale e le allegazioni isrtruttorie devono essere svolte entro il termine di decadenza costituito dalla stessa presentazione dell'atto introduttivo della causa.
Questo significa che la " manifesta infondatezza " del fatto costitutivo posto a base delle ragioni economiche del licenziamento puo' essere accertato " ictu oculi " dal giudice in modo un po' piu' ampio che non nella ipotesi del rito normale, ove l'accertamento si dovrebbe limitare ad una immediata deduzione del giudice da trarre dal mero esame delle narrative di fatto e di diritto svolte dalle parti nei normali atti introduttivi della causa .
Questa circostanza se sostenuta da un orientamento coerente della giurisprudenza potrebbe riallargare le maglie per un possibile reintegro del lavoratore .
DAL PUNTO DI VISTA DEL SENSO POLITICO E SOCIALE DELLA NUOVA NORMA:
E' in ogni caso evidente che la norma votata e' molto piu' restrittiva di quello che sembrava essere l'accordo con che si diceva essere stato raggiunto fuori tavolo successivamente all'irrigidimento, a questo punto molto relativo, del PD , successivo al No , a questo punto molto meno forte di quanto sembrasse del sindacato.
Questo dimostra come in realta' la stesura finale sia molto piu' soddisfacente per confindustria e Pdl di come sarebbe inizialmente potuto sembrare, ed a questo punto spiega ,a lenzuolo svelato, il motivo di quella sorta di silenzio stampa che era caduto sulla questione riforma del lavoro dopo la rinuncia al decreto legge da parte del governo.
Questo testo chiarisce anche di quale forte spessore reale e sostanziale sia l'accordo di "unita' nazionale " che tiene in vita il governo Monti, e quale livello di garanzia degli interessi delle classi dirigenti ,economiche e sociali , il PD sia nuovamente riuscito a garantire.
Pensate adesso su che piano inclinato negativo, sul terreno dei diritti sociali , si andrebbe a traslare quindi un eventuale accordo con il PD, e sopratutto quali ristretti margini reali possa avere il PD per ipotizzare un accordo futuro con tutta la sinistra fondato su un progetto di alternativa di modello economico e sociale.
E , purtroppo per noi , aiuta a capire ancora di piu' quale sia il possibile substrato programmatico di una " Casa dei democratici e dei riformisti" con questo PD, il significato politico reale del ruolo che andrebbe a svolgere un soggetto politico del genere, ed il quadro politico di fondo su cui esso potrebbe andare a trovare attuazione concreta .Non credo sinceramente che su queste valutazioni esiste tra di noi, vista la diversa visione delle cose manifestata nei lavori dell'ultima Direzione Nazionale, una forte convergenza .
ECCO UN'ALTRA SOSTANZIALE RAGIONE PER CHIEDERE UN CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO ,PER DEFINIRE , ALLA LUCE DEL NUOVO QUADRO SOCIALE POLITICO ED ISTITUZIONALE CHE SI VA DELINEANDO , LE SCELTE CHE IL PARTITO DEVE ADOTTARE ALLE ELEZIONI , E PIU' OLTRE PER DEFINIRE I CONTENUTI CHE SEGNERANNO NEL FUTURO LE COORDINATE E LA STESSA NATURA DEL PROFILO POLITICO DEL SOCIALISMO ITALIANO , DI FRONTE AL PRECIPITARE DELLA CRISI ED ALL' INDEBOLIMENTO TENDENZIALE DELLE RAGIONI DI CRESCITA DELLE ECONOMIE DEI PAESI EUROPEI.
domenica 3 giugno 2012
CARLO ROSSELLI ERA SOCIALISTA !
di Giuseppe Giudice«Paolo Borioni ha stigmatizzato – giustamente – il pensiero di Nadia Urbinati, secondo la quale il socialismo democratico non è che una variante del liberalismo. Una vera e propria sciocchezza. Ricordo la Urbinati ad un convegno del febbraio 1999 (allora ero coordinatore lucano dei laburisti) indetto dai DS (segretario Veltroni) su Carlo Rosselli – Socialismo e Libertà – In quel convegno c’era lo scoperto tentativo da parte dei veltroniani (anche Fabio Mussi era con loro) di fare di Rosselli una sorta di profeta della linea “liberal” di cui Veltroni era il massimo interprete. Insomma del fare dei DS un partito più simile ai democratici americani che ai socialisti europei. Un evidente tentativo di mistificazione che seguiva quello, non meno mistificatorio, nel Psi degli anni 80, operato da Pellicani e Martelli, di una lettura di Rosselli non solo in chiave visceralmente anticomunista ma anche contrapposto al socialismo democratico marxista-revisionista. Anche qui una terribile deformazione del pensiero del grande antifascista toscano.
Poiché nel comprendere Rosselli mi ha guidato la lucidità del pensiero del grande storico socialista Gaetano Arfè. Ecco come Arfè definisce il socialismo di Rosselli “Carlo Rosselli pone il problema di una liberalizzazione del socialismo, non certo nel senso di una annacquamento dei programmi, ma di una esplicita assunzione critica della cultura e dei valori della civiltà liberale, asfissiate dalla cappa dei suoi interessi di classe divenuti nel tempo sempre più mortificanti e soffocanti. Il socialismo di Carlo Rosselli è liberazione dell'essere umano, è umanesimo integrale.”
In effetti rileggendo Socialismo Liberale ed altri scritti emerge con chiarezza che Rosselli era un socialista autentico senza compromessi. Molto più influenzato dal laburismo inglese – ma nella sua variante di sinistra, il “ghildismo” di H.G. Cole, che non dal marxismo secondinternazionalista della SPD. Il ghildismo cerca di recuperare la tradizione del socialismo anarchico, libertario (alla Koprotkin) ma liberandolo dal velleitarismo e dall’utopismo astratto per collocarlo su un terreno costruttivo, politico e riformatore. E Rosselli segue questa linea, anche in aperta polemica con l’autoritarismo bolscevico e sovietico. Il termine socialismo liberale ha una esplicita carica polemica con il socialismo illiberale di Stalin. Si tratta per Rosselli di isolare il nucleo positivo del liberalismo politico e sottrarlo all’uso ideologico fatto dalla borghesia . La sua critica al marxismo non deve trarre in inganno. Ecco cosa dice a proposito Rosselli :“Quando noi diciamo che Marx è superato non intendiamo davvero dire con questo che nulla rimanga di vivo e di vitale del suo pensiero. Al contrario. Nessuno può sognarsi di patrocinare un totale quanto assurdo rinnegamento di Marx, per un ritorno all’utopismo, o a correnti solidaristiche, o a teorie storiografiche, giustamente obliate per il loro formalismo. L’esperienza secolare del moto proletario non si cancella. Il figlio si emancipa, ma non può rinnegare il proprio padre. I socialisti moderni sono figli di Marx, anche se oggi si rifiutano di ricevere la sua eredità senza un larghissimobeneficio d’inventario.”
La sua è più una critica ad un marxismo volgarizzato, strutturalista, intriso di determinismo economico e fatalismo storico che non al Marx che oggi conosciamo meglio (e che diceva di non essere marxista). Del resto ai tempi in cui scriveva Rosselli ancora non erano conosciute opere fondamentali di Marx come i Grundrisse o la Ideologia Tedesca. In questa critica allo strutturalismo ed al determinismo egli si rifà molto al leader del socialismo belga Henri De Man. Che era stato, prima della I guerra mondiale, un socialista ed un marxista rivoluzionario e confluì su posizioni più riformiste dopo il 1920. De Man pubblicò nel 1926 un testo dal nome “al di là del marxismo” in cui confutava le interpretazioni deterministiche della lotta di classe, introducendo un elemento di volontarismo etico di matrice neokantiana. Un volontarismo che però doveva fare i conti con una analisi realistica della storia come Marx insegnava. Insomma per De Man la lotta di classe non poteva ridursi ad un mero riflesso della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione come la lettura strutturalista del materialismo storico suggeriva, Essa conteneva un aspetto politico autonomo di emancipazione umana e sociale che interagiva con la struttura. Era quindi quello che Mondolfo chiamava “il rovesciamento della prassi”, l’interagire tra politica ed economia a cui Keynes più tardi offre una solida base analitica. Questo discorso fu poi approfondito da un comunista libertario come Castoriadis che fece la più radicale critica al socialismo reale in termini marxiani, denunziando la deformazione funzionalista ec autoritaria del marxismo operata da Lenin e Stalin.
Su queste premesse, e concependo il socialismo come filosofia di libertà, Rosselli fonda il suo progetto di socialismo riformatore, democratico e libertario ostile sia al riformismo debole e rassegnato della destra socialdemocratica, sia all’autoritarismo ed al dispotismo leninista. A favore di una socialismo pluralista e democratico, che non si impone per decreto, ma valorizza le forme di partecipazione democratica e di democrazia economica. Non a caso egli vede nel sindacato e nel movimento cooperativo, accanto ai partito, i sogggetti forti di una trasformazione della società. Ammirava l’esperienza dei socialismi belga ed austriaco proprio per il loro carattere federativo con il supporto di un forte movimento sindacale,cooperativo e mutualistico.
Un socialismo forte ed un socialismo realistico. Rosselli non amava il rivoluzionarismo astratto, le fraseologie altisonanti della propaganda che spesso nascondevano l’impotenza politica. Egli vedeva nel processo di trasformazione sociale una sintesi di gradualità e radicalità in una società capitalistica complessa. Il suo socialismo libertario non rinnegava affatto l’intervento pubblico diretto in economia, anzi lo auspicava. Seguendo il planismo di De Man egli riteneva che nei settori strategici della economia (era un sostenitore della nazionalizzazione del credito) e nella gestione dei beni collettivi l’intervento pubblico era essenziale ma andava realizzato in modo radicalmente diverso dal collettivismo burocratico sovietico, tramite la partecipazione dei lavoratori e degli utenti. E comunque occorreva garantire una struttura pluralista e policentrica della economia, con un settore privato però sottoposto al controllo dei lavoratori ed una area sempre più ampia di economia sociale e cooperativa.
Rosselli è stato accoppiato al liberale di sinistra americano Rawls: sbagliato. L’idea di giustizia di Rawls è astratta e astorica come in molto pensiero liberale. Rosselli crede nel conflitto come mezzo di trasformazione ed individua chiaramente nel proletariato la forza propulsiva di essa con la capacità di costruire alleanze con settori importanti di ceto medio.
I socialisti provenienti dal partito D’azione come Lombardi, Foa, De Martino, Brodolini, sono in qualche modo gli eredi del suo pensiero. Lombardi, in particolare, ne ha ampliato molto gli orizzonti. Producendo una sintesi tra le sue suggestioni, il pensiero forte dell’austromarxismo (con la sua interpretazione evolutiva e democratica del marxismo) e la teoria economia postkeynesiana.
Il pensiero di Rosselli è rimasto incompiuto dal suo assassinio. Talvolta manca di sistematicità e se vogliamo di rigore. Ma non c’è dubbio che ha prodotto suggestioni ed intuizioni essenziali per il socialismo moderno. No: Rosselli non era un liberale. Appartiene tutt’intero alla storia del socialismo. E lui e Lombardi ci discono molto in una fase in cui c'è tanto bisogno di socialsimo democratico per impedire che il mondo precipiti nella barbarie in cui lo sta portando il fallimento del capitalismo liberale
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