domenica 23 agosto 2009

STUDIARE MEGLIO, STUDIARE TUTTI....


Il 23 agosto partirà la campagna di Sinistra e Libertà sulla SCUOLA PUBBLICA. Affinché l’iniziativa abbia successo, abbiamo bisogno del vostro aiuto. Inviateci all’email della redazione la vostra disponibilità per l’organizzazione della raccolta firme sui territori. Sarà sufficiente indicare il vostro recapito telefonico e la zona in cui offrite la vostra disponibilità. sinistraeliberta.mc@gmail.com
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Per il governo l’istruzione è un costo. Per Sinistra e Libertà l’ignoranza costa molto di più. Di fronte alla drammatica crisi economica e finanziaria molti paesi europei e gli stessi Stati Uniti hanno deciso di investire di più nell’istruzione. E nell’istruzione per tutti.

Perché garantire il diritto al sapere e a una formazione qualificata per tutti è condizione di democrazia e questione decisiva anche per lo sviluppo e la qualità dei sistemi produttivi.

In Italia le politiche di Gelmini e Tremonti vanno in direzione opposta.

Si tolgono brutalmente risorse (otto miliardi di euro in tre anni) al sistema pubblico dell’istruzione.

Si taglia sul numero di insegnanti, si aumentano gli alunni per classe, si riducono le ore di scuola, si eliminano i laboratori, si tolgono fondi ai bilanci delle scuole.

Si riducono risorse per i più deboli, per i soggetti portatori di handicap, per i bambini migranti.

Non si investe nell’edilizia scolastica e nella messa in sicurezza delle scuole. E per far cassa, si propone il maestro unico e il taglio del tempo pieno stravolgendo un modello didattico di eccellenza che ha portato la scuola elementare italiana ai primi posti nelle classifiche internazionali.

Si cambia la scuola superiore, non la si riforma, con il solo scopo di ridurre le ore di insegnamento.

E mentre si risparmia sulla scuola pubblica si danno risorse (il bonus) per chi va nella scuola privata.

Impoverire la scuola pubblica farà sì che l’istruzione non sia più per tutti ma per chi se la potrà pagare. E questo significa non solo ignorare un preciso compito istituzionale ma stravolgere la fisionomia del Paese, creare nuove disparità e diseguaglianze.

A settembre la riduzione del numero degli insegnanti avrà come immediato effetto l’espulsione di migliaia di docenti precari dalla scuola. A settembre i genitori troveranno una scuola più povera. Meno insegnanti, meno tempo pieno, meno sostegno. Insomma meno strumenti per permettere a tutti di imparare e di imparare meglio.

Le proposte di Sinistra e Libertà:

- aumentare le risorse per l’istruzione pubblica

- non ridurre il numero degli insegnanti

- aumentare i posti negli asili nido e generalizzare la scuola dell’infanzia

- affidare il modello didattico per la scuola elementare all’autonomia delle scuole e abbandonare l’imposizione del maestro unico

- lanciare un grande piano per l’edilizia scolastica, che abbia come obiettivo irrinunciabile la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici

- riformare la scuola superiore elevando subito l’obbligo scolastico almeno sino a sedici anni e, in prospettiva, garantendo a tutti il diritto all’istruzione sino al diciottesimo anno di età.


sabato 22 agosto 2009

MIGRANTI. DI LELLO: LA STRAGE E' FIGLIA DELLA LEGGE,
TORNI DALLE FERIE LA COSCENZA DEI PARLAMENTARI
22/08/2009 - "Molti parlamentari non staranno dormendo la notte per il rimorso di aver approvato norme disumane : c'e' da domandarsi dove fosse la loro coscienza, sempre invocata sul tema della laicita', quando votavano una legge che vieta il soccorso agli immigrati e causa tragedie come la strage dei 73 eritrei della scorsa notte": cosi' Marco Di Lello, coordinatore nazionale del Partito Socialista ed esponente di Sinistra e Liberta' incontrando amministratori e militanti socialisti ad Agropoli (Sa). "Se dopo la pausa agostana anche la coscienza dei parlamentari di questa maggioranza rientrera' dalle ferie si raccolga subito l'auspicio della Chiesa e vari una nuova legge di accoglienza degli immigrati e comunque in linea con le convenzioni internazionali" ha concluso Di Lello, che si e' chiesto se il folle gioco non rappresenti "un incitamento all'odio razziale perseguibile penalmente."

venerdì 21 agosto 2009

L’AMMISSIONE DI PRODI E L’ANALISI DI SANSONETTI


Il Professore demolisce le basi politiche del suo governo e del centrosinistra, mettendo in discussione la traduzione italiana del riformismo. Non tarda l’intervento di Piero Sansonetti che trova nelle parole di Prodi una storica ammissione.

“Prodi: Abbiamo sbagliato tutto”

di Piero Sansonetti da L’Altro del 18/08/2009.


Diciotto mesi dopo la sua caduta in Senato, e cioè 18 mesi dopo la fine del centrosinistra (dell’Unione, dell’Ulivo e tutto il resto) Romano Prodi ha scritto un articolo, molto importante, per il Messaggero e ha demolito le basi politiche del suo governo e del centrosinistra. Anzi ha fatto di più: ha demolito l’intera esperienza di centrosinistra sul piano europeo e forse mondiale. E ha affermato, con grande nettezza, che è necessario, ai riformisti, cambiare del tutto strada, azzerare l’idea dei compromessi con le politiche moderate, sfidare lo stesso elettorato e prepararsi a progettare una società nuova che modifichi sostanzialmente il capitalismo e la vecchia idea di società di mercato. L’articolo di Prodi è uscito il giorno di Ferragosto ed è passato abbastanza inosservato, ma è una vera e propria bomba, sul piano politico. Se qualcuno leggesse quell’articolo senza conoscerne l’autore, e poi gli fosse chiesto a bruciapelo: “chi l’ha scritto?” , risponderebbe a colpo sicuro: Bertinotti. Non penserebbe mai che invece l’autore di una critica così feroce sia proprio il leader che guidò quella esperienza, sia nella sua prima fase, dal 1996 al 1998, sia nel tratto finale, dopo le elezioni del 2006 fino alla sconfitta definitiva del febbraio 2008.

L’articolo sul Messaggero è molto significativo proprio perché è di Prodi, ed è molto interessante perché mette in discussione tutto, ma proprio tutto quello che il cosiddetto riformismo ha fatto in questi 13 anni. Mette in discussione persino la parola, la parola riformismo, contestando l’ipotesi che il riformismo abbia tentato di compiere delle riforme. No, dice Prodi, da quando è nato, e cioè subito dopo la caduta del governo Thatcher in Gran Bretagna (poco dopo il ritiro di Reagan e la sconfitta di Bush padre negli Stati Uniti) il centrosinistra europeo “ha preso decisioni che non si discostavano da quelle precedenti, sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali…”. La sostanza è questa. E forse la parte più interessante dell’articolo è la parte finale, nella quale Prodi incita le forze politiche che si richiamano al centrosinistra o al riformismo a gettare via tutta l’eredità del passato e a ricominciare da capo a progettare una società diversa da quella attuale. Anche a costo di di dover rinunciare a una parte del proprio elettorato e di dover cercare nuovi pezzi di elettorati in settori nuovi della società.

Cosa dice, in sostanza, Prodi? Quello che da un po’ di tempo cercano di dire gli esponenti più ”illuminati” (per usare la vecchia terminologia politica) della sinistra. Azzeriamo e proviamo a ricostruire una nuova sinistra, non più divisa tra moderati e radicali e non più costretta a schiacciarsi sul centro o addirittura sulla destra. E neppure - viceversa - a invocare ogni piè sospinto la sua purezza rivoluzionaria. Facciamo saltare le vecchie barriere politiche, azzeriamo i vecchi campi degli schieramenti e delle vecchie correnti, e vediamo se possiamo mettere insieme un progetto di riforma della società che non dia per scontati i pilastri sui quali oggi si regge il capitalismo. Cioè la dittatura del mercato e il valore-competitività.

Naturalmente si può rispondere a Prodi anche con stizza. Non è stato forse lui a guidare l’esperienza, che oggi tratta persino con qualche derisione, del cosiddetto “Ulivo mondiale”? E dunque non pensa di avere qualche responsabilità nel suo fallimento, e di dover dire che aveva torto quando respingeva con sdegno le osservazioni che gli venivano da sinistra, sulla riforma del welfare, ad esempio, o sulla guerra, o sulla mancanza di strategia e di progetto del suo governo?

Però, diciamoci la verità, è abbastanza difficile trovare tra i dirigenti dei vari partiti di sinistra e di centrosinistra qualcuno che sia senza colpe, privo di responsabilità per la sconfitta. E allora, magari, possiamo anche dirci: chissenefrega, oggi, della ricerca dei colpevoli o dei “più colpevoli”. E’ l’ora forse, di interrompere il processo ai responsabili e le accuse reciproche. E persino è l’ora di sospendere la tiritera sulla necessità di una nuova generazione dirigente, e sull’accantonamento dei vecchi eccetera eccetera. Se c’è una nuova generazione dirigente, benissimo, facciamogli spazio. Ma non stiamo a trasformare il rinnovamento politico in un controllo delle carte d’identità e della data di nascita, piuttosto prendiamo per buona l’analisi di Prodi e vediamo se ci sono le forze sufficienti per rifondare un centrosinistra che rinunci alle attrazioni fatali verso Berlusconi (il moderatismo veltroniano ) e si proponga non come pura e semplice forza di governo, ma come forza di governo del cambiamento, e cioè di un progetto politico che porti ad un ridimensionamento del mercato, a una fortissima riduzione delle differenze sociali, e ad un netto innalzamento delle libertà.


“Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente

di Romano Prodi da Il Messaggero del 14/08/2009


Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla senza aver prodotto alcun apparente risultato. Lontano dalle polemiche elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare sull’argomento.

Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti. Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan-Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti.

Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di “ulivo mondiale”. La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.

Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato dimenticato.

Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà esistente e le convinzioni dell’opinione pubblica fossero così forti da non essere riformabili. Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti. A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli “estremisti” del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel.

Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato.Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume.


giovedì 20 agosto 2009

COSA DOBBIAMO FARE.....


di Riccardo Morelli*

20/08/2009 - Chiedo scusa per il tono perentorio del titolo, che non si addice ad un atteggiamento liberale ed antidogmatico. Vi offro delle riflessioni che ho maturato in questi mesi sul contenuto dell'azione politica futura.


1° - AVERE CHIARA LA VISIONE DEL COMPITO POLITICO: alla fine di questa fase socioeconomica di crisi spetterà alle forze Socialiste e democratiche guidare il Paese e risollevarlo dallo stato di prostrazione in cui versa attualmente.

2° - PARLARE POCO, PARLARE CHIARO:
una forza popolare che si candida alla guida dell'Italia non può concedersi il lusso di parlare ai pochi e perdersi dietro i sofismi e le miserie della politica politicante. Pochi temi, chiarissimi: economia, ambiente, lavoro, diritti.

3° - CREARE LEGAMI FORTI COL MONDO DEL LAVORO:
il lavoro e la sua rappresentanza sono scomparsi dalla scena pubblica. Spetta a noi riallacciare un contatto con la realtà produttiva del Paese, non solo con il mondo sindacale ma anche con le associazioni di consumatori, il mondo cooperativo, ecc.

4° - DOTARSI QUANTO PRIMA DI UNA FORMA PARTITO, anche FEDERATIVA:
la preferenza per il partito leggero o liquido s'è rivelata fasulla. Guardiamo quanto conta la struttura del Partito nel PD, ora che si tratta di scegliere la segreteria!

5° - COINVOLGERE I RAGAZZI:
la contestazione studentesca portata avanti dall'Onda, dichiaratamente trasversale o apolitica, ha dato il segnale di un ritrovato interesse dei ragazzi per la politica. Smettiamola di criticarli e proviamo a coinvolgerli. Se anche il messaggio sarà recepito da una sola persona, ne sarà comunque valsa la pena.

6° - AVVIARE UNA CAMPAGNA MEDIATICA DAL BASSO, preferibilmente attraverso INTERNET e I NUOVI MEDIA: la politica nel 2009 si fa sia con i mezzi tradizionali sia con i nuovi mezzi tecnologici. Non facciamo i Progressisti soltanto a parole. I blog, Facebook, Twitter, Flickr, hanno cambiato il mondo. Non è quello che vogliamo anche noi?

Graditissimi i commenti, ancor più le critiche, specie se feroci ma motivate.

SINISTRA E LIBERTA'*
Partito Socialista - MC*
Direzione Nazionale Giovani Socialisti*

mercoledì 19 agosto 2009

Bersani, Craxi: E' un Comunista!!
Il leader Socialista attacca il candidato alla segreteria del Pd.
Hammamet (Tunisia) 19/08/2009 - “Quello di Bersani alla tradizione Socialista è un riferimento talmente generico che merita un approfondimento e una riflessione: egli si muove su una linea di continuità, politica e culturale, che proprio non intende fare i conti con i ritardi che la tradizione comunista ha fatto scontare all’intera Sinistra Italiana”. E’ quanto afferma in una nota Bobo Craxi (nella foto), del Partito Socialista, in riferimento ai recenti richiami alle culture “popolare e Socialista” da parte del candidato alla Segreteria nazionale del Partito democratico, Pierluigi Bersani. “La linea del compromesso storico”, spiega Craxi, “non è riproducibile nell’Italia di oggi. D’Altronde, il Pd né rappresenta, né può incarnare la Tradizione Socialista Italiana, a meno che i riferimenti di Bersani risalgano al periodo precedente la scissione di Livorno del 1921. Bisogna avviare un serio disegno revisionista del Progressismo italiano”, aggiunge l’esponente Socialista, “che mandi in soffitta sia le divisioni, sia i riferimenti storici a stagioni che hanno indebolito la sinistra nel nostro Paese”. “Occorre avviare nuove riflessioni nel campo Socialista, italiano ed Europeo”, conclude Craxi, “valutazioni che si riveleranno utili per una futura affermazione politica”. http://www.voceditalia.it
BOSSI, COME AL SOLITO,
TIRA IL SASSO E NASCONDE LA MANO

19/08/2009 - “Bossi, come al solito, tira il sasso e nasconde la mano”. E’ quanto afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista. “Gli immigrati, che come dice Bankitalia sono una risorsa e non un peso, l’inno, i dialetti, tutto fa brodo per provocare e mantenere alto il prezzo della Lega per sedere al tavolo del governo. Ma se la Lega è un grosso guaio per Berlusconi, non deve però diventarlo per tutto il Paese. E’ evidente - continua il leader Socialista - che quelle di Bossi sono provocazioni, ma queste pagliacciate, che gli servono anche a prendere qualche voto in più, solleticano gli istinti peggiori di una parte dell’Italia. Un gioco sleale che può creare problemi al Paese. Per questa ragione I Socialisti invitano tutte le forze politiche, compreso il Pdl, a festeggiare il 28 agosto a Reggio Emilia, il battesimo del tricolore e a ricordare che l’unità dell’Italia è un valore davvero intangibile. Certo sarebbe un segnale importante – conclude Nencini – se a questa celebrazione partecipassero anche i presidenti delle due Camere”.

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