sabato 30 giugno 2012

In "Diversamente ricchi", a cura di Carlo Patrignani, si riflette sull'attualità di Riccardo Lombardi

Dopo la grande attenzione riservata al suo "Lombardi e il fenicottero" (L'Asino d'Oro), Carlo Patrignani cura il volume "Diversamente ricchi - Via d'uscita da un modello di società creato dal neocapitalismo finanziario", in uscita per Castelvecchi. Che raccoglie, tra gli altri, i contributi di Guglielmo Epifani e Stefano Fassina...

Quando 45 anni fa Riccardo Lombardi parlava di «una società più ricca perché diversamente ricca» erano molti a sostenere si trattasse di una idea utopica. Quelle stesse parole oggi – alla luce della grave crisi finanziaria che ha investito buona parte del pianeta – diventano, grazie al naturale sviluppo nella distinzione mai fatta dalla Sinistra tra bisogni ed esigenze umane, il progetto culturale per un modello di società diverso. Diverso da quello che fino alla vittoria di François Hollande i vertici dei più importanti Paesi europei ritenevano, al contrario, l’unico modello possibile. Quella di Lombardi rimane la proposta più originale, lungimirante e laica nella storia della Sinistra italiana, tanto da essere l’unica sopravvissuta al crollo del comunismo e alla crisi d’identità della socialdemocrazia. Il paradigma di una società più ricca perché diversamente ricca trae la sua forza dalla sottesa impalcatura teorica: l’incompatibilità del «suo» socialismo eretico con il capitalismo – divenuto troppo costoso per l’umanità intera e perciò da riformare radicalmente – e con il neoliberismo, dal momento che entrambi prescindono dalla società e dalle persone. In questo libro, che si avvale del contributo di illustri economisti, politici, sindacalisti e di originali pensatori italiani e internazionali, l’idea di Lombardi viene ripresa e messa a confronto con lo scenario economico dominato dalla finanza che condiziona le scelte dei governi. Dove un ristrettissimo nucleo di banche d’investimento – tra le quali Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch – e altrettanto poche compagnie d’assicurazione e finanziarie decidono sul destino delle Borse e sulla vita delle singole persone.

giovedì 28 giugno 2012

120 anni dopo: un Socialismo nella vita e non nella morte !

di Carlo Felici
Care compagne e cari compagni,
purtroppo l'anniversario della fondazione del Partito Socialista Italiano, oggi, ci porta a vestirci di nero.
Più che una celebrazione, infatti, questo sembra un funerale. Ma può darsi che il nero, che in questo caso non vogliamo sia del tutto funereo, si tinga ancora di rosso e, con esso, noi tutti si possa riscoprire uno spirito anarchico e libertario che fu proprio quello che, con Andrea Costa prima e con Filippo Turati poi, portò proprio alla nascita del primo ed unico Partito Socialista Italiano.
Per chi non lo sapesse, anche allora c'era un Partito Democratico che lo stesso Turati definiva “amalgama” proprio negli anni della fondazione del PSI. Ad esso Turati nel 1895 rivolse queste parole: “Che a questa amalgama poco stia a cuore la libertà politica della masse, non contestiamo. Intanto costretto a lottare contro un regime di privilegio, esso dovrà pur lottare per la libertà. Ch'esso sia povero d'anima, propendiamo a crederlo: toccherà a noi fors'anco di prestargliene una provvisoria. Un partito non agisce solo per quel ch'esso vale, ma per quello che valgono i partiti coi quali ha a che fare”
Ebbene, non vi sembra che tali parole si potrebbero riprendere alla lettera ed applicarle oggi senza tema di essere smentiti?
Anche allora si era nel pieno di una ondata reazionaria che portò alla fine alle cannonate contro i lavoratori e alla decorazione del generale che mise in atto tale eccidio.
Oggi non abbiamo le cannonate, ma il massacro sociale, la privazione dei diritti dei lavoratori, una tassazione iniqua e a senso unico, e il permanere di privilegi reazionari non condivisi da tutto un mondo civile e democratico, basti solo paragonare i compensi dei nostri parlamentari con quelli di altri paesi europei o quello del nostro Presidente della Repubblica con quello del Presidente degli USA o persino della Regina d'Inghilterra.
Questi privilegi vengono continuamente fatti pagare al popolo e non accennano minimamente a diminuire, aumentano invece a dismisura i sacrifici per le classi più deboli e popolari.
L' “amalgama” di oggi ha deciso di sottrarsi al confronto elettorale immediatamente dopo la caduta del governo Berlusconi, adducendo come motivo, la necessità di una nuova legge elettorale che avrebbe dovuto avere priorità assoluta per restituire, come è giusto in ogni democrazia, la parola al popolo, ma è stato varato di tutto tranne ciò, e dubitiamo fortemente che una nuova legge elettorale ci sarà, a questo punto.
Il maggiore sostenitore del governo Monti e delle sue politiche nettamente antisociali e antisocialiste, è l'UDC e noi troviamo oggi scritto sul sito del PSI, ad opera del suo segretario: "Ad oggi l'alleanza e' fra Pd, Psi e Udc. Questo è lo schieramento che vince".
Ebbene, compagni, questo connubio e questo “aforisma” segnano l'epitaffio funebre della storia del Partito Socialista Italiano, perché lo seppelliscono dentro una fossa i cui becchini sono coloro che non hanno mai accettato in Italia l'esistenza di un grande partito del Socialismo Europeo.
Saremo dunque noi coloro che si lasceranno seppellire con tali preci?
O forse insorgeremo nel nome dei nostri ideali di sempre, quelli che portarono Brodolini e Giugni ad inaugurare quella stagione dei diritti e della civiltà del lavoro che, anche con Craxi, fece diventare l'Italia una delle più grandi potenze industriali del mondo?
Insorgiamo, compagni, l'ora della riscossa è arrivata e non aspetterà né pavidi né traditori.
Usciamo dalla fossa, pronti a risorgere con le nostre bandiere rosse di sempre!
Ce lo chiede l'Italia, ci invoca quell'Europa dei popoli che, pur essendo calpestata e vilipesa, non rinuncia alla sua primavera e combatte contro l'assolutismo monetaristico.
Noi possiamo, noi vogliamo, noi dobbiamo testimoniare che il Socialismo Italiano esiste e sta ancora dalla parte dei lavoratori, degli studenti, dei precari, dei pensionati, dei cassintegrati, degli esodati, di quel popolo massacrato e costretto ad impiccarsi per la disperazione da questo governo infame!
Volete davvero voi, compagni, seguire scodinzolando chi vi porta nelle fauci dei sostenitori a spada tratta di questa macelleria sociale?
No, cari compagni, noi che abbiamo ancora nel cuore l'anelito di Costa, di Turati e di Labriola noi, no, non li seguiremo.
Noi risponderemo con le parole di Turati al Congresso socialista di Bologna del 1904:
“L'importante è di salvare l'avvenire, voi il vostro, noi il nostro.
Al proletariato di decidere fra noi, quando ci vedrà tutti fedeli alla nostra esperienza e ai nostri ideali.
Così è ancor possibile un partito, un'unità del partito nella vita, non nella morte, come volete voi”

Viva il Socialismo Italiano !

lunedì 25 giugno 2012

Lettera aperta al Compagno Nencini segretario del Partito Socialista Italiano.

di Franco Bartolomei

Caro Segretario,

Lo stato dei rapporti interni tra di noi ha subito una preoccupante involuzione in conseguenza delle violazioni dello Statuto compiute dal Responsabile della Comunicazione nei confronti di tutti i compagni che hanno espresso esplicite critiche alla linea politica assunta dal partito, assolutamente non giustificabili in nome del consenso maggioritario manifestato dalla direzione nazionale sul documento presentato dalla Segreteria con il solitario dissenso del sottoscritto.

Queste continue forzature della libera espressione del confronto tra gli iscritti , ancor più gravi se legittimate dal tuo consenso, compiute in un Partito in cui la comunicazione telematica rappresenta il momento più consistente della veicolazione del dibattito interno e lo strumento principale della costruzione del consenso nei territori, pongono in discussione la stessa convivenza unitaria di tutte le anime del partito all’interno delle regole di comportamento collettive definite dallo statuto.

Risulta evidente che, il diritto di tutti gli iscritti a manifestare liberamente il proprio pensiero in tutte le sedi di confronto e di comunicazione, come riconosciuto dagli articoli fondamentali dello statuto, avrebbe sicuramente trovato, qualora avessimo voluto, una immediata ed adeguata tutela nelle sedi opportune.

Abbiamo invece scelto, fin dall’inizio, di non contrastare legalmente tale comportamento lesivo del diritto al dissenso, e, da ultimo, neppure la recente diffida legale a chiudere uno spazio di discussione telematica aperto a tutti, solamente per un elementare senso di responsabilità di partito, nella convinzione che il profondo dissenso sugli indirizzi politici esistente tra noi non possa e non debba essere risolto in via legale, bensì attraverso un regolare e libero Congresso Nazionale che sottoponga ad una verifica collettiva le scelte e le alleanze che il Partito decidera' di adottare alle prossime elezioni politiche.

Del resto il nostro senso di responsabilità è lo stesso che abbiamo già manifestato al congresso di Perugia, quando decidemmo di non ricorrere, come avremmo potuto fare con pieno diritto, ad una possibile tutela giudiziale per chiedere la verifica delle iscrizioni di tutti i componenti del CN uscente , al fine di definire il numero reale di firme necessarie alla presentazione del nostro documento alternativo.

In ogni caso, una controversia sull’uso del nome del partito che avrebbe potuto derivare dalla diffida inviata dalla segreteria , a cui si e' ritenuto giusto uniformarsi per evitare la deflagrazione dei rapporti interni nel partito , a prescindere dall’esistenza di possibili ragioni giuridiche nella rivendicazione di una esclusiva nell'uso ufficiale del nome , e dalle contemporanee infondate accuse in essa contenute relative ad atteggiamenti diffamatori verso il partito assuti "in rete" dai compagni illegittimamente esclusi dai comuni spazi di comunicazione direttamente gestiti dal Partito, non avrebbe risolto le alterazioni della normale espressione della dialettica interna che il partito ha subito dopo Fiuggi .

Tale stato di cose è iniziato dalla mancata convocazione di un Consiglio Nazionale, come stabilito nella segreteria riunitasi a Lecce, per discutere la linea politica, e sottoporre alla valutazione dei compagni il documento alternativo sottoscritto da più di quaranta componenti l’Assemblea, fino a giungere alla recente decisione di non convocare secondo i termini previsti dallo Statuto il Congresso Nazionale.

Emerge netta da questo quadro la volontà di non voler giungere ad un libero confronto tra le diverse posizioni esistenti, o in un consiglio Nazionale regolarmente convocato, o in un Congresso Nazionale a mozioni.

Questa volontà, ormai esplicita, nasce evidentemente da una scelta del gruppo dirigente del PSI, per noi inaccettabile, di riservare a se stesso un mandato, libero da vincoli e controlli di merito politico, per realizzare le concrete soluzioni elettorali da adottare nella prossima primavera, che evidentemente sconta la possibilità di intraprendere, in nome di un assai prevedibile stato di necessità, soluzioni politiche che possano prevedere la non presentazioni del simbolo del PSI con la confluenza in liste altrui ,o in liste civiche di fiancheggiamento gestite ed orientate politicamente dal PD.

La pretesa di assumere un mandato in bianco, avviene quindi in un quadro di scelte che vede il PD come esclusivo asse di riferimento politico dei socialisti, e quale completamento finale di una conduzione politica del partito che ha sistematicamente eluso o delegittimato ogni possibile alternativa , a sinistra , a questo schema di alleanza.

Il significato logico delle conclusioni del documento approvato dalla maggioranza della direzione nazionale, e la naturale evoluzione di un sistema politico che viaggia verso inevitabili processi di semplificazione delle rappresentanze, rischiano seriamente di portarci a questo esito, che segnerebbe la fine della storia del Socialismo italiano, non essendo piu' possibile ipotizzare ,nel futuro quadro del nuovo sistema politico in via di definizione , una forza autonoma che non ottenga i propri eletti in Parlamento sotto le proprie insegne, o attraverso alleanze paritarie con altre autonome forze in liste unitarie in cui l'identita' Socialista venga comunque salvaguardata .

Mi appare assolutamente evidente che la accettazione del modello di rapporto proposto dal gruppo dirigente del Partito Democratico non ci consente di realizzare queste condizioni essenziali allo svolgimento del nostro ruolo politico.

Per queste ragioni , chiedo la convocazione di un Consiglio Nazionale ,come deciso comunemente a Lecce, quale momento di conclusione del dibattito politico avviato in Direzione Nazionale, e quale momento istituzionale a cui è affidato il compito di convocare un Congresso Nazionale, ormai divenuto ineludibile, da tenere entro l'anno .

Chiedo inoltre , quale atto necessario a ricostruire la corretta e libera espressione del dibattito tra tutti i compagni ,secondo le regole sancite dallo statuto del Partito Socialista Italiano, la cessazione immediata di qualsiasi forma di esclusione nei confronti di iscritti al partito dall'accesso alle linee di dibattito comune, ufficialmente gestite dal Partito nella "rete".

Franco Bartolomei – Componente della Segreteria Nazionale del Partito Socialista Italiano

sabato 16 giugno 2012

Un'altra Storia.... (Padova 15.06.12)

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di Alvise Ferialdi

Quella vissuta ieri pomeriggio a Padova ha tutti i contorni di una storia nuova. Lo è sicuramente nei modi, alcuni compagni hanno deciso di mettere in atto un'idea ri-occuapndo uno spazio pubblico riempito di buona Politica senza frasi urlate o slogan. Una Politica che parla di prospettiva in cui si è cercato di fare proprie le istanze venute dalla Primavera Socialista Europea, che però appare ancora troppo lontana. Si è scelto di usare il cerchio (senza girotondare) quale forma per attuare la massima democrazia dove il semplice militante o cittadino si sono ritrovatia l'un l'altro a fianco sconfiggendo per un attimo lo schema obsoleto della divisione tra palco-platea. Si è parlato della Grande Crisi, una parola rievocata come un spettro in tutti gli interventi e alla quale nessuno, dal Governo ai partiti che lo sostengono, sa dare risposta. Un Governo non certo Socialista che segue pedissequamente la "visione neoliberista" in cui per salvare le banche si sta decidendo di uccidere il cittadino, sovracaricandolo di tasse e di colpe da lui mai commesse (Alessandro Zan). Si è parlato di temi europei da lanciare (un Nuovo Statuto dei Lavoratori Europeo - Anna Falcone) ed altri da importare (la crescita di Hollande). Si è parlato di possibili alleanze per il 2013 ma con la convinzione che il tempo residuo sia troppo limitato per costruire una nuova formazione politica, con un Pd tutto chiuso su se stesso ed incapace di instaurare nuovi dibattiti e una SeL in trambusto sulla decisone del suo Generale Vendola che rischia di trovarsi un esercito che di colpo potrebbe lasciarso solo nell'avventura primarie. E si è parlato di un PSI che sebbene marchiato Made in Europe (PSE), sta attuando una politica rinunciataria e di subalternità nei confronti del Partito Democratico. Si è parlato pure della Fed della Sinistra "attraente compagna" di un possibile percorso ma troppo vincolata al momento a processi interni di divisione in guelfi (pdci) e ghibellini (rifondazione) (Franco Bartolomei). Padova è stata però anche la storia delle "nuove generazioni", quelle che pur non avendo vissuto le ideologie ne sentono la mancanza come se queste rappresentassero per loro la guida valoriale di un padre o di una madre (Silvia Romanò). E' stato ancora il momento del pragmatismo vissuto con gli occhi del grillismo, alle teorizzazioni, alle discussioni di scala nazionale si deve scendere fino a toccare il cittadino nel suo interesse ed è il territorio, il comune, la municipalità e soprattutto il Partito nella sua forma più originale e vergine che devono dare queste risposte (la Politica del Fare - Maurizio Ebano). La partecipazione non si ferma solo al grande movimento di opinione, ma la partecipazione oggi significa dare a tutti gli stessi strumenti democratici per contare davvero e bloccare o promuovere la buona Politica nella propria città. L'esempio di Padova speriamo diventi quindi un primo segnale di ritorno nelle piazze, nelle strade e nei campi per tornare con la gente, vicino la gente e con la gente. Per far questo però serve implementare il network Socialista.

sabato 9 giugno 2012

Le ragioni di un Congresso Nazionale...

di Franco Bartolomei
    • Cari Compagni,

    • Penso che i Socialisti debbano essere contrari ad un accordo con il PD anche se Vendola aderisse alla proposta di Bersani di una coalizione elettorale limitata al PD a SeL e ad una lista civica nazionale di appoggio .

      Questa soluzione sarebbe la morte della sinistra italiana ,perche' segnerebbe la fine di ogni possibilita' di ricostruirla attorno alla riaffermazione di una sua nuova ,e finalmente maggioritaria , identita' Socialista.

      Un esito politico del genere ricalca purtroppo quello a cui si rassegna la maggioranza del partito nel documento della Direzione Nazionale contro cui ho votato.

      Infatti a Bersani non si risponde rilanciando una proposta di programma finalizzata a ricostruire una soggettivita' politica Socialista , ma si annuncia di voler essere parte di primarie congegnate sullo schema di un neo-ulivo troncato a sinistra ed aperto al centro.

      Sono quindi favorevola ad un accordo con PD e SEL solo se avviene attorno alla costruzione di un grande soggetto politico chiaramente identificato come Socialista .

      Altrimenti se dobbiamo aderire ad una formula elettorale ,come quella che mostra di proporre Bersani , per continuare nella distruzione della identita' e della autonomia culturale della sinistra italiana , in pura continuita' con la Seconda repubblica , preferisco di gran lunga per un accordo difensivo a sinistra del PD tra le forze che ancora vogliono richiamarsi alle identita' storiche della sinistra italiana .In particolare ,in questo caso , tra noi Socialisti , SEL e FED.

  • Appare ormai evidente che Bersani lavora esclusivamente al completamento del progetto Partito Democratico come contenitore moderato della maggior parte del centro-sinistra, utile ad una politica di gestione dello stato e dei rapporti sociali esistenti ben lontana da ogni progetto di alternativa di modelloIn questo senso cerca di realizzare bene lo stesso disegno non riuscito a Weltroni , continuando nell' interpretazione fedele delle linee di indirizzo generale che muovono il sistema politico dopo la fine della prima repubblica .
  • Si tratta a ben vedere di una linea nettamente contrastante, nella diversa qualita' dei suoi obiettivi ,da quella che noi vogliamo affermare della costruzione in italia di una nuova grande forza Socialista ,capace di rendere la sinistra italiana protagonista di un progetto di trasformazione democratica degli assetti economici e sociali in grado di rispondere su un terreno di riequilibrio sociale alla crisi verticale del modello di crescita fin qui affermato con la finanziarizzazione e la terziarizzazione delle economie sviluppate.
  • Siamo quindi di fronte a due distinte linee politiche, che avranno una valenza di lungo periodo in quanto il sistema politico e' giunto ad una fase di inevitabile ridefinizione dei proprio assetti , rispetto alle quali il Partito socialista deve assumere una scelta che vincolera' il partito negli anni a venire.
  • Queste sono le ragioni della nostra richiesta di tenere il Congresso Nazionale al piu' breve.Teniamolo nella chiarezza di tutte le posizioni e verifichiamo se esistono le condizioni per una proposta comune , partendo dalla analisi comune sulla natura strutturale della crisi, recepita anche dal documento della maggioranza di fiuggi che parla di una crisi di sistema, a cui e' necessario rispondere con un mutamento del modello economico -finanziario neo-liberista che ha condotto l'occidente sul baratro.

  • Questo rende forti le ragioni della unita' tra i Socialisti al di la' una profonda differenza che si va manifestando sulle scelte politiche di scenario che il Partito dovra' adottare .Penso che questa scelta verra' vissuta da tutti con la consapevolezza comune che la garanzia della identita' Socialista nei processi di ricostruzione della sinistra italiana non e' un problema nominalisttico ma sostanziale , ed in ogni caso la proposta di Bersani e' tutta all'interno di un quadro di sostegno alle impostazioni del governo monti , ed e' in perfetta linea di continuita' con il precedente Ulivo.

  • Noi non crediamo che i giochi siano fatti, ed accettare la proposta Bersani sia divenuto per noi inevitabile .

  • Sono convinto che se il Partito Socialista tiene duro contro l'accordo con il PD il progetto iniziale di Sinistra e Liberta' potrebbe divenire ancora recuperabile. Il centro-sinistra nuovo a cui guarda Bersani non e', infatti , l'unione di Prodi , ma il progetto Weltroni perfezionato , e se Sel aderisse a questo disegno rischierebbe di spaccarsi.

  • Vendola sara' quindi costretto a scegliere, ed in quel momento si aprira' uno spazio nuovo per noi , sopratutto se sapremo tenere il no alla proposta di Bersani ,per poter rendere possibile il recupero della proposta originiria di Sinistra e Liberta'.

  • Un Ragionamento analogo vale per la FED in cui Ferrero, padre della nuova svolta unitaria della fed , tiene coerentemente la contrarieta' alla proposta Bersani , ed il comico Comunista identitario Diliberto in nome della vecchia solidarieta' con D'Alema , come ai tempi di Cossutta , gioca di sponda con bersani.

  • FRANCO BARTOLOMEI segreteria nazionale del Partito Socialista Italiano

venerdì 8 giugno 2012

“L’INCHIESTA SUI GIOVANI”: UN ARTICOLO DI CARLO ROSSELLI POCO NOTO.

di Nicola Del Corno

Il 9 giugno del 1937 venivano uccisi a Bagnoles de l’Orne Carlo e Nello Rosselli. A quasi 75 anni dal loro assassinio il pensiero di Carlo continua a spronare i socialisti affinché le idee di eguaglianza e libertà siano riproposte con determinazione, pena il prevalere di visioni egoistiche, gerarchiche ed autoritarie. L’insegnamento di Rosselli, che fosse possibile coniugare finalità socialiste con istanze liberali per opporsi ad una deriva reazionaria, si rinnova pertanto costantemente. Rosselli è giustamente famoso per il suo Socialismo liberale, scritto durante il confino di Lipari alla fine degli anni venti. Poco conosciuto è invece questo articolo, pubblicato nel 1924 su “Libertà”, il quindicinale della Federazione giovanile socialista unitaria, nel corso del quale aveva modo di ragionare a proposito delle differenze fra i giovani socialisti e i giovani fascisti. Si tratta di uno scritto che colpisce per la fermezza morale del suo autore; di fronte alla montante violenza del fascismo il giovane fiorentino aveva la forza di rispondere con ottimismo: quel sentimento di distruzione e irrazionalismo che conquistava allora la maggioranza dei giovani italiani appariva comunque caduco; nei tempi lunghi non avrebbe potuto infatti competere con l’immortalità dei principi socialisti e democratici, sebbene questi non potessero godere in quel preciso momento che relativi consensi.
L’articolo prende le mosse dalla accusa di arretratezza che i seguaci del nuovo corso politico italiano sono soliti scagliare nei confronti di quei coetanei – come appunto il fiorentino – che si sentono ancora attratti da quegli ideali «di bontà, di fratellanza, di giustizia» che avevano infiammato le generazioni precedenti: «ci dicono che siamo vecchi, sorpassati, cristallizzati, in formule che oramai hanno fatto il loro tempo»; e tali accuse – rimarca l’autore – vengono proferite con un metodo che già lascia intendere come gli ideali sopra ricordati non alberghino più nei cuori di costoro, ossia la dialettica viene portata avanti «con quello stile cortese che va dalle ingiurie volgari alle… botte». Peraltro l’alterità risulta palese anche agli occhi dei giovani socialisti, come ammette lo stesso Rosselli: «quando li vediamo passare […] nelle dimostrazioni tumultuose o negli ordinati militareschi cortei, quando li scorgiamo urlanti e agitanti gli strumenti della… convinzione sui camions lanciati a frenetica corsa, quando leggiamo i loro giornali, quando, nelle rare pause serene, ci è dato parlare con essi, sentiamo che ci differenziamo in qualche elemento fondamentale».
Tale completa estraneità – tutto appare infatti diverso: «i nostri principi, la nostra educazione, le nostre aspirazioni sono antitetiche», e di conseguenza «la nostra visione della vita è radicalmente differente» – fa sembrare all’autore di «essere un po’ stranieri su questa terra, quasi facenti parte di un popolo, di una razza, di una civiltà diversa». Ciò che aveva costituito la ragione ideale di molte delle battaglie ideali e pratiche dei giovani socialisti di una generazione precedente vengono ora schernite e demolite dal fascino di nuove parole d’ordine che impongono differenti valutazioni sulle sorti dell’umanità.
Descritta la situazione presente, Rosselli si propone di cercare le cause di tale ribaltamento dei valori negli ideali giovanili, evitando di usare l’abusata ed esclusiva chiave di lettura dello «spirito reazionario e di classe»; i giovani infatti hanno spesso dimostrato di possedere «una potente autonomia rispetto all’ambiente nel quale furono cresciuti», ribellandosi «alla tradizione e allo stato di cose che li circonda». Successivamente quell’ansia idealistica che caratterizza in positivo le loro prime impressioni sul mondo tende a deteriorarsi via via che i casi della vita si complicano con il raggiungimento di una età più matura; e allora diventa «dolorosa e difficile» la «lotta» per mantenere quella «purezza, indipendenza spirituale, coerenza», caratterizzante l’età giovanile; d’improvviso «il sipario cala sul grigio» e così «il giovane si è fatto uomo». Se così è quasi sempre successo, colpisce come la generazione presente si sia «buttata in un movimento che urta colle più belle e secolari tradizioni della gioventù», rinunciando così a quelle aspirazioni alte di palingenesi radicale che hanno infiammato i pari età delle generazioni precedenti. Il motivo di tale scetticismo è rintracciato dal Rosselli nella «guerra»; in quello «sconvolgimento immane ch’essa ha determinato […] nelle anime, nelle coscienze»; e se è indubitabile che «per una generazione almeno il suo ricordo rivivrà nelle azioni degli uomini», appare parimente vero che è «sui giovani, soprattutto sui giovanissimi [che] essa esercitò una influenza enorme, decisiva».
La generazione, che ora ingrossa le file del partito fascista facendo proprie le parole più violente del movimento, «non vide gli orrori della guerra», ma ne respirò a pieni polmoni il clima, e poiché «la sua fantasia fu impotente a realizzare», illumina ora di «una luce ideale» anche «i lati più dolorosi e più duri» del conflitto appena cessato. Manca in questi giovani quella disillusione sulla violenza, che invece ha inevitabilmente colpito anche «il combattente più entusiasta, l’interventista più frenetico»; costoro infatti ebbero modo di toccare con mano «i dolori, le lacune, le mirabili virtù» di una massa di uomini accomunata, al di là della classe di appartenenza, dal tremendo destino della guerra; e così «vicino alle piccole e grandi diuturne tragedie», pure «i giovani studenti ch’eran partiti folli d’ebbrezza e fuor d’ogni realtà, vennero temperandosi»; infatti una volta al fronte «l’ideale astratto» lasciò spazio al «farsi concreto», ossia alla consapevolezza che la vita è «sempre complicata e multiforme»; comprensione che probabilmente gli sarebbe sfuggita senza questa esperienza formativa. Ma coloro che in trincea non ci misero piede per ragioni d’età – «i fratelli minori» – ebbero modo di assaporare solamente «il mito» della «guerra ideale». L’«epopea» della «‘bella guerra’», alla quale i giovani dell’epoca coeva si era formati, sottolinea Rosselli, prevedeva «un oceano di retorica, di frasi, di formule», che nel tempo odierno, finito il conflitto, si stanno dimostrando «letali», dal momento che della guerra hanno potuto cogliere «solo il lato bello, nobile, grande». Non potendovi partecipare per motivi d’età, si è manifestata una malcelata frustrazione per non aver potuto prendere parte da protagonisti a tale grandioso evento: «quanti non fremettero dal desiderio di assumere una parte attiva accanto ai loro fratelli maggiori e non sognarono la morte per una pallottola in fronte, la medaglia, la gloria». La conseguenza di questa mancata iniziazione alle materiali tragedie della guerra è che «fratellanza , amore, internazionalismo, pace» appaiono ora come degli «ideali risibili, da pazzi»; mentre «violenza, forza, potenza» sono diventati «il loro bagaglio intellettuale che si è fatto sangue del loro sangue».
Di conseguenza, la pace appare come un disvalore, un «grigio» impedimento al «loro spasmodico desiderio di fare, di dare, di immolarsi»; a tale vuoto esistenziale rispondono cercando «l’eroico» in una qualsivoglia prassi politica; così «furono fascisti in buona fede come forse sarebbero stati comunisti se nel sovversivismo postbellico vi fosse stata una decisa volontà d’azione». Difficile risulta recuperare a valori di civiltà questi animi esagitati, suona amara la riflessione di Rosselli: «parate, violenze, distruzioni, can-can, retorica, rumore» sono divenuti il loro pane quotidiano. Formati in un preciso lasso di tempo in cui «l’uomo era nulla, numero anonimo […] in balia di un fato non dominabile», non possono comprendere il «valore» della vita.
Però il giovane fiorentino vuole concludere l’articolo con ottimismo; il sentimento di distruzione che conquista nel momento la maggioranza dei giovani appare comunque caduco, non può infatti competere con l’immortalità dei principi socialisti: «Davvero che ci sentiamo un battaglione in marcia. Pulsa in noi l’ardore delle generazioni passate e avvenire. Siamo pochi? Cresceremo. Siamo fuori tempo? Sapremo aspettare. Verrà il nostro turno. Ce lo dice la fede profonda che nutriamo. In noi è il senso della eternità. Ci sentiamo militi di una milizia infinita, missionari di una missione immortale. Questa la grande nostra superiorità sugli avversari. […] Non daremo frutti oggi, domani, e il giorno dopo ancora. Ma infine il giorno nostro verrà».

lunedì 4 giugno 2012

La nuova riforma del lavoro e le ragioni del congresso del Partito Socialista.

di Franco Bartolomei

CARI COMPAGNI ,

UNA DOVEROSA RIFLESSIONE SUL NUOVO TESTO DELLA RIFORMA DEL LAVORO VOTATA AL SENATO CI FA' CAPIRE TANTE COSE , MAGARI ANCHE IL SENSO POLITICO DEL VOTO A FAVORE DI VIZZINI ,GIUNTO IN SENATO A SOSTEGNO DEL GOVERNO ED A COPERTURA DEL PD, senza nessuna preventiva discussione nel Partito. In modo assolutamente contrastante con lo stesso intento manifestato nel documento della Direzione Nazionale che manifestava in ogni caso la volonta' di una ripresa di autonomia del Partito dal governo.

Una riflessione su questo tema fondamentale del compromesso sociale da raggiungere sulle qualita sociale delle regole ,e sulla natura sostanziale ,dei rapporti di lavoro dipendente che vogliamo instaurare nel nostro tessuto produttivo diviene quindi a questo punto ineludibile.

La "manifesta infondatezza" del fatto costitutivo del licenziamento ,quale ragione esclusiva del reintegro ,svuota di molto la tutela del lavoratore, a meno che una eventuale prossima interpretazione giurisprudenziale , tutta ancora da verificare ,non dovesse interpretare la particolarita' processuale del rito del lavoro come un elemento che strutturalmente consentirebbe un allargamento naturale di quello che la norma configura come un esame preliminare del giudice diretto a valutare in via pregiudiziale , allo stato degli atti , la " Infondatezza Manifesta del fatto costitutivo del licenziamento" , per il cui accertamento sarebbe preclusa al giudice una attivita' istruttoria, stabilita dalla nuova norma in accoglimento totale del concetto padronale della liberta' d'Impresa.

SPIEGO IL CONCETTO :

Tenete conto, infatti , che nel processo civile con rito del lavoro la produzione documentale e le allegazioni isrtruttorie devono essere svolte entro il termine di decadenza costituito dalla stessa presentazione dell'atto introduttivo della causa.

Questo significa che la " manifesta infondatezza " del fatto costitutivo posto a base delle ragioni economiche del licenziamento puo' essere accertato " ictu oculi " dal giudice in modo un po' piu' ampio che non nella ipotesi del rito normale, ove l'accertamento si dovrebbe limitare ad una immediata deduzione del giudice da trarre dal mero esame delle narrative di fatto e di diritto svolte dalle parti nei normali atti introduttivi della causa .

Questa circostanza se sostenuta da un orientamento coerente della giurisprudenza potrebbe riallargare le maglie per un possibile reintegro del lavoratore .

DAL PUNTO DI VISTA DEL SENSO POLITICO E SOCIALE DELLA NUOVA NORMA:

E' in ogni caso evidente che la norma votata e' molto piu' restrittiva di quello che sembrava essere l'accordo con che si diceva essere stato raggiunto fuori tavolo successivamente all'irrigidimento, a questo punto molto relativo, del PD , successivo al No , a questo punto molto meno forte di quanto sembrasse del sindacato.

Questo dimostra come in realta' la stesura finale sia molto piu' soddisfacente per confindustria e Pdl di come sarebbe inizialmente potuto sembrare, ed a questo punto spiega ,a lenzuolo svelato, il motivo di quella sorta di silenzio stampa che era caduto sulla questione riforma del lavoro dopo la rinuncia al decreto legge da parte del governo.

Questo testo chiarisce anche di quale forte spessore reale e sostanziale sia l'accordo di "unita' nazionale " che tiene in vita il governo Monti, e quale livello di garanzia degli interessi delle classi dirigenti ,economiche e sociali , il PD sia nuovamente riuscito a garantire.

Pensate adesso su che piano inclinato negativo, sul terreno dei diritti sociali , si andrebbe a traslare quindi un eventuale accordo con il PD, e sopratutto quali ristretti margini reali possa avere il PD per ipotizzare un accordo futuro con tutta la sinistra fondato su un progetto di alternativa di modello economico e sociale.

E , purtroppo per noi , aiuta a capire ancora di piu' quale sia il possibile substrato programmatico di una " Casa dei democratici e dei riformisti" con questo PD, il significato politico reale del ruolo che andrebbe a svolgere un soggetto politico del genere, ed il quadro politico di fondo su cui esso potrebbe andare a trovare attuazione concreta .Non credo sinceramente che su queste valutazioni esiste tra di noi, vista la diversa visione delle cose manifestata nei lavori dell'ultima Direzione Nazionale, una forte convergenza .

ECCO UN'ALTRA SOSTANZIALE RAGIONE PER CHIEDERE UN CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO ,PER DEFINIRE , ALLA LUCE DEL NUOVO QUADRO SOCIALE POLITICO ED ISTITUZIONALE CHE SI VA DELINEANDO , LE SCELTE CHE IL PARTITO DEVE ADOTTARE ALLE ELEZIONI , E PIU' OLTRE PER DEFINIRE I CONTENUTI CHE SEGNERANNO NEL FUTURO LE COORDINATE E LA STESSA NATURA DEL PROFILO POLITICO DEL SOCIALISMO ITALIANO , DI FRONTE AL PRECIPITARE DELLA CRISI ED ALL' INDEBOLIMENTO TENDENZIALE DELLE RAGIONI DI CRESCITA DELLE ECONOMIE DEI PAESI EUROPEI.

FRANCO BARTOLOMEI - segreteria nazionale del Partito Socialista Italiano

domenica 3 giugno 2012

CARLO ROSSELLI ERA SOCIALISTA !

di Giuseppe Giudice

«Paolo Borioni ha stigmatizzato – giustamente – il pensiero di Nadia Urbinati, secondo la quale il socialismo democratico non è che una variante del liberalismo. Una vera e propria sciocchezza. Ricordo la Urbinati ad un convegno del febbraio 1999 (allora ero coordinatore lucano dei laburisti) indetto dai DS (segretario Veltroni) su Carlo Rosselli – Socialismo e Libertà – In quel convegno c’era lo scoperto tentativo da parte dei veltroniani (anche Fabio Mussi era con loro) di fare di Rosselli una sorta di profeta della linea “liberal” di cui Veltroni era il massimo interprete. Insomma del fare dei DS un partito più simile ai democratici americani che ai socialisti europei. Un evidente tentativo di mistificazione che seguiva quello, non meno mistificatorio, nel Psi degli anni 80, operato da Pellicani e Martelli, di una lettura di Rosselli non solo in chiave visceralmente anticomunista ma anche contrapposto al socialismo democratico marxista-revisionista. Anche qui una terribile deformazione del pensiero del grande antifascista toscano.

Poiché nel comprendere Rosselli mi ha guidato la lucidità del pensiero del grande storico socialista Gaetano Arfè. Ecco come Arfè definisce il socialismo di Rosselli “Carlo Rosselli pone il problema di una liberalizzazione del socialismo, non certo nel senso di una annacquamento dei programmi, ma di una esplicita assunzione critica della cultura e dei valori della civiltà liberale, asfissiate dalla cappa dei suoi interessi di classe divenuti nel tempo sempre più mortificanti e soffocanti. Il socialismo di Carlo Rosselli è liberazione dell'essere umano, è umanesimo integrale.”

In effetti rileggendo Socialismo Liberale ed altri scritti emerge con chiarezza che Rosselli era un socialista autentico senza compromessi. Molto più influenzato dal laburismo inglese – ma nella sua variante di sinistra, il “ghildismo” di H.G. Cole, che non dal marxismo secondinternazionalista della SPD. Il ghildismo cerca di recuperare la tradizione del socialismo anarchico, libertario (alla Koprotkin) ma liberandolo dal velleitarismo e dall’utopismo astratto per collocarlo su un terreno costruttivo, politico e riformatore. E Rosselli segue questa linea, anche in aperta polemica con l’autoritarismo bolscevico e sovietico. Il termine socialismo liberale ha una esplicita carica polemica con il socialismo illiberale di Stalin. Si tratta per Rosselli di isolare il nucleo positivo del liberalismo politico e sottrarlo all’uso ideologico fatto dalla borghesia . La sua critica al marxismo non deve trarre in inganno. Ecco cosa dice a proposito Rosselli :“Quando noi diciamo che Marx è superato non intendiamo davvero dire con questo che nulla rimanga di vivo e di vitale del suo pensiero. Al contrario. Nessuno può sognarsi di patrocinare un totale quanto assurdo rinnegamento di Marx, per un ritorno all’utopismo, o a correnti solidaristiche, o a teorie storiografiche, giustamente obliate per il loro formalismo. L’esperienza secolare del moto proletario non si cancella. Il figlio si emancipa, ma non può rinnegare il proprio padre. I socialisti moderni sono figli di Marx, anche se oggi si rifiutano di ricevere la sua eredità senza un larghissimobeneficio d’inventario.”

La sua è più una critica ad un marxismo volgarizzato, strutturalista, intriso di determinismo economico e fatalismo storico che non al Marx che oggi conosciamo meglio (e che diceva di non essere marxista). Del resto ai tempi in cui scriveva Rosselli ancora non erano conosciute opere fondamentali di Marx come i Grundrisse o la Ideologia Tedesca. In questa critica allo strutturalismo ed al determinismo egli si rifà molto al leader del socialismo belga Henri De Man. Che era stato, prima della I guerra mondiale, un socialista ed un marxista rivoluzionario e confluì su posizioni più riformiste dopo il 1920. De Man pubblicò nel 1926 un testo dal nome “al di là del marxismo” in cui confutava le interpretazioni deterministiche della lotta di classe, introducendo un elemento di volontarismo etico di matrice neokantiana. Un volontarismo che però doveva fare i conti con una analisi realistica della storia come Marx insegnava. Insomma per De Man la lotta di classe non poteva ridursi ad un mero riflesso della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione come la lettura strutturalista del materialismo storico suggeriva, Essa conteneva un aspetto politico autonomo di emancipazione umana e sociale che interagiva con la struttura. Era quindi quello che Mondolfo chiamava “il rovesciamento della prassi”, l’interagire tra politica ed economia a cui Keynes più tardi offre una solida base analitica. Questo discorso fu poi approfondito da un comunista libertario come Castoriadis che fece la più radicale critica al socialismo reale in termini marxiani, denunziando la deformazione funzionalista ec autoritaria del marxismo operata da Lenin e Stalin.

Su queste premesse, e concependo il socialismo come filosofia di libertà, Rosselli fonda il suo progetto di socialismo riformatore, democratico e libertario ostile sia al riformismo debole e rassegnato della destra socialdemocratica, sia all’autoritarismo ed al dispotismo leninista. A favore di una socialismo pluralista e democratico, che non si impone per decreto, ma valorizza le forme di partecipazione democratica e di democrazia economica. Non a caso egli vede nel sindacato e nel movimento cooperativo, accanto ai partito, i sogggetti forti di una trasformazione della società. Ammirava l’esperienza dei socialismi belga ed austriaco proprio per il loro carattere federativo con il supporto di un forte movimento sindacale,cooperativo e mutualistico.

Un socialismo forte ed un socialismo realistico. Rosselli non amava il rivoluzionarismo astratto, le fraseologie altisonanti della propaganda che spesso nascondevano l’impotenza politica. Egli vedeva nel processo di trasformazione sociale una sintesi di gradualità e radicalità in una società capitalistica complessa. Il suo socialismo libertario non rinnegava affatto l’intervento pubblico diretto in economia, anzi lo auspicava. Seguendo il planismo di De Man egli riteneva che nei settori strategici della economia (era un sostenitore della nazionalizzazione del credito) e nella gestione dei beni collettivi l’intervento pubblico era essenziale ma andava realizzato in modo radicalmente diverso dal collettivismo burocratico sovietico, tramite la partecipazione dei lavoratori e degli utenti. E comunque occorreva garantire una struttura pluralista e policentrica della economia, con un settore privato però sottoposto al controllo dei lavoratori ed una area sempre più ampia di economia sociale e cooperativa.

Rosselli è stato accoppiato al liberale di sinistra americano Rawls: sbagliato. L’idea di giustizia di Rawls è astratta e astorica come in molto pensiero liberale. Rosselli crede nel conflitto come mezzo di trasformazione ed individua chiaramente nel proletariato la forza propulsiva di essa con la capacità di costruire alleanze con settori importanti di ceto medio.

I socialisti provenienti dal partito D’azione come Lombardi, Foa, De Martino, Brodolini, sono in qualche modo gli eredi del suo pensiero. Lombardi, in particolare, ne ha ampliato molto gli orizzonti. Producendo una sintesi tra le sue suggestioni, il pensiero forte dell’austromarxismo (con la sua interpretazione evolutiva e democratica del marxismo) e la teoria economia postkeynesiana.

Il pensiero di Rosselli è rimasto incompiuto dal suo assassinio. Talvolta manca di sistematicità e se vogliamo di rigore. Ma non c’è dubbio che ha prodotto suggestioni ed intuizioni essenziali per il socialismo moderno. No: Rosselli non era un liberale. Appartiene tutt’intero alla storia del socialismo. E lui e Lombardi ci discono molto in una fase in cui c'è tanto bisogno di socialsimo democratico per impedire che il mondo precipiti nella barbarie in cui lo sta portando il fallimento del capitalismo liberale

Peppe Giudice

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