Sulle ragioni per cui dopo il 1989 la sinistra italiana non ha avuto più un ruolo autonomo, con un partito che avesse una sua identità, sono stati scritti libri e tanti articoli. A volte, però, basta leggere un articolo, una frase di un esponente di quel gruppo dirigente che con Occhetto guidò l’ultimo Pci, la svolta, il Pds, i Ds e infine il Pd per capire che le cose non potevano andare diversamente. Oggi, 9 febbraio, Repubblica pubblica un lungo articolo di Walter Veltroni, il quale riscopre il Partito d’Azione e i valori che esso espresse che sarebbero di grande attualità. E si rammarica del fatto che non siano stati posti al centro dell’agire politico. Ora, Veltroni non è un giornalista, un “opinionista” (orrendo neologismo), è stato per 25 anni nei centri di guida politica della sinistra, è stato segretario del Pds e segretario del Pd, sedi dalle quali poteva imprimere una svolta “azionista”. L’idea, che c’è anche nel lungo testo di Repubblica, che poteva fare il Partito d’Azione mettendo insieme Ds e Margherita, con Rutelli, Binetti, Fioroni e alleandosi con Di Pietro, fa ridere.
mercoledì 10 febbraio 2010
Il Veltroni “azionista”
Germania - la SPD che cambia
Germania - la SPD che cambiaIntervista a Daniela Kolbe (parlamentare della SPD) di Jacopo Perazzoli leragioni.it
L’impressione che si ha della SPD è quella di un partito in piena attività, contrariamente a quanto sostenuto dal noto politologo tedesco Fritz Walter, che in un recente libro, L’autunno dei partiti popolari, ne ha teorizzato la decadenza. Infatti negli uffici di Lipsia in Rosa Luxemburg Strasse il via vai dei funzionari, così come lo squillare dei telefoni, è continuo. La padrona di casa qui è Daniela Kolbe, ovvero la più giovane parlamentare eletta al Bundestag alle recenti elezioni del 27 settembre 2009; ed è proprio da questa tornata elettorale, la peggiore per la più antica tra le socialdemocrazie europee, che inizia la nostra chiacchierata.
Innanzitutto vorrei partire da un’analisi della sconfitta elettorale del 27 settembre 2009, per scoprire le radici di questa storica débacle.
Ritengo che questo risultato abbia diverse motivazioni, ma forse possiamo circoscrivere a due le cause principali. La prima è che la SPD, nel corso della legislatura precedente, non è riuscita a sviluppare una vera politica socialdemocratica, ma si è appiattita sulle scelte della CDU, per esempio nel caso della partecipazione della Germania ai conflitti in Afganistan e in Iraq, dell’adesione acritica alla riforma del sistema sociale Agenda 2010 (un vasto pacchetto di riforme sociali e fiscali che contiene le riduzioni d’imposta anticipate, la riforma dell’Ufficio federale del lavoro, l’allineamento tra sostegno ai disoccupati e assistenza sociale, l’attenuazione della normativa in tema di licenziamenti e la riforma del codice dell’artigianato, NdR) oppure all’aumento dell’età pensionistica dai 65 ai 67 anni. Il secondo motivo penso possa essere l’incapacità, nel corso della campagna elettorale, dimostrata dalla SPD di costruirsi come alternativa reale e concreta all’esperienza di governo della Grosse Koalition.
Dopo la sconfitta di fine settembre il Congresso di Dresda del 13 novembre ci ha restituito una socialdemocrazia più orientata a sinistra. Come valuti quelle assise anche da un punto di vista programmatico – politico?
La prima cosa da dire è che quel congresso venne male organizzato dall’allora classe dirigente del partito: il troppo tempo trascorso tra un intervento e l’altro non ha fatto altro che diminuire l’interesse dei delegati nei confronti del dibattito. Tuttavia con l’elezione di Sigmar Gabriel alla Presidenza del partito la socialdemocrazia imbocca la via di un ritorno ai propri valori nell’intento di rendere centrale, all’interno della piattaforma politica, sia il problema del lavoro che quello della riduzione della povertà in Germania, dove infatti il 10% delle persone può essere considerato indigente.
Pensi che questa sia la via che dovrebbe battere anche il socialismo europeo, soprattutto dopo i risultati negativi alle elezioni continentali del giugno 2009?
Ritengo che la crisi del socialismo europeo abbia radici profonde, da ricercare tra gli anni Novanta e il primo decennio di questo secolo. Il nocciolo della sua attuale decadenza è che in tutti quei Paesi dove i partiti socialdemocratici o socialisti, e penso soprattutto ai laburisti di Blair e alla gestione Schröder dei governi “rosso verdi”, erano alla guida degli esecutivi sono state attuate delle politiche neo – liberiste. Credo che le affermazioni di Gabriel nel corso del nostro ultimo Congresso possano essere la chiave per un nuovo inizio anche in Europa: è inutile ripetere ciò che fece Schröder nel corso della sua esperienza governativa, andare alla ricerca di un nuovo centro, per poi mettere in pericolo le necessità degli strati più deboli della società. Guardiamo ad esempio la riforma del sistema sociale Agenda 2010: è vero che grazie alle misure in essa contenute si è abbassata la disoccupazione, però oggi un numero sempre minore di persone riesce a vivere del proprio lavoro. Il vero obiettivo dei partiti socialisti europei, soprattutto dopo la crisi economica che ha sconvolto il nostro continente, deve essere un rafforzamento del welfare per una politica sociale più giusta.
Come si intuisce da queste parole, le idee che stanno alla base del nuovo corso della SPD sono chiare. La speranza è che con la nuova Presidenza di Sigmar Gabriel si possa aprire per la gloriosa socialdemocrazia tedesca una stagione di rinascita che, a mio modo di vedere, condizionerà inevitabilmente anche la grande famiglia del socialismo europeo.
VENDOLA : DALLA PUGLIA ALL'ITALIA
VENDOLA : DALLA PUGLIA ALL'ITALIA
Gli dei invidiano gli uomini felici” e chi è più felice di Vendola dopo le primarie di coalizione della Puglia? Le dichiarazioni rilasciate dopo la vittoria mostrano maggiore equilibrio di tanti suoi sostenitori. Se le primarie pugliesi hanno un merito è quello di avere indicato un metodo di scelta dei candidati a cariche elettive e di aver premiato uno stile di governo: se si vuole essere coerenti bisogna celebrare la vittoria di Vendola piuttosto che la sconfitta del PD e/o dei dalemiani. I numeri parlano, anzi cantano, chiaro: più di 200.000 partecipanti, a fronte dei 79.296 delle primarie 2005 e con più dei 2/3 dei suffragi per Vendola. Vendola ha presieduto la Puglia e le uniche ombre sul governo regionale le hanno gettate addosso assessori espressi dal PD. Vendola era stato candidato- e non dimentichiamolo eletto- in seguito a primarie: soltanto nuove primarie potevano impedirne la riconferma. Si fossero tenute, come richiesto da Vendola, non ci sarebbero state le polemiche e soprattutto l’immagine di coesione della coalizione non si sarebbe deteriorata. Credo che debba essere chiaro per tutti che la priorità sia di vincere le elezioni e non di regolare i conti all’interno della sinistra e del centro-sinistra. Le vicende pugliesi hanno dimostrato come pesi negativamente l’assenza di un partito di sinistra, che non si chiama fuori dalle responsabilità di governo, ma che non rinuncia alla sua autonomia e alla sua identità. Sinistra e Libertà poteva essere il punto di partenza e lo sarebbe stata se avesse superato il quorum: la battuta di Flaiano, che il nostro popolo ama andare in soccorso del vincitore, trova purtroppo riscontro nella realtà. Ne abbiamo avuto la prova con l’Italia dei Valori, che ha rimosso l’iniziale veto a Vendola, appena è stato chiaro, che indeboliva il PD e vinceva le primarie. I forti debbono essere pazienti e i vincitori magnanimi, specialmente se il laboratorio Puglia aspira a diventare un progetto nazionale di respiro europeo. L’inizio del processo costitutivo di Sinistra Ecologia Libertà assegna a Vendola responsabilità nazionali. In questa fase si corre il rischio che Vendola diventi come uno dei testimonial, che mettono in ombra il prodotto pubblicizzato. Il successo pugliese non è immediatamente trasferibile al Nord, malgrado la consistenza dei pugliesi emigrati e il Nord resta il buco nero della sinistra, in particolare la Lombardia e il Veneto. Senza il Nord non si vincono le elezioni politiche e le elezioni europee dimostrano, che non si supera la soglia di sbarramento con i soli successi meridionali. Si aprono due strade, quella della chiusura identitaria o quella unitaria di ricostruzione di una sinistra alternativa al PdL-Lega Nord. L’interlocuzione col PD, come anche con la Federazione della Sinistra ,resta essenziale e proprio la Puglia dimostra che iscritti ed elettori sono capaci di iniziative autonome, anche in dissenso coi vertici. La sinistra deve anche affrontare problemi di più ampio spessore del rapporto tra le formazioni politiche esistenti, per affrontare quello del superamento della divisioni tra socialisti e comunisti. Il decennale della scomparsa di Bettino Craxi ha dimostrato, che bisogna superare atteggiamenti, che vanno ben al di là delle differenze di valutazioni sul personaggio, molto variegate all’interno degli stessi campi. La sinistra italiana si è specializzata in occasioni mancate : l’ultima è stata l’assenza di un dibattito, con la stessa ampiezza di quello craxiano, su Nenni nel trentennale della sua morte. La biografia di Nenni ripercorre tutte le tappe cruciali dei rapporti a sinistra tra socialisti e comunisti. Una sinistra nuova non si può rinchiudere in uno steccato: femminismo e ambientalismo, per fare soltanto due esempi, hanno portato linfa nuova alla sinistra, ma la storia, che ha diviso e divide la sinistra italiana, più di ogni altra sinistra europea, è quella di socialisti e comunisti. La biografia di Vendola lo pone in grado di affrontare il nodo, la cui importanza è superiore alla consistenza elettorale e organizzativa delle forze, che alle due tradizioni si richiamano, accomunate dal destino di essere escluse dalle istituzioni parlamentari nazionali ed europee. |
La rivoluzione gentile e il tramonto del bolscevismo
La rivoluzione gentile e il tramonto del bolscevismo
di Carolus Felix
Il bolscevismo nacque dall’assurda pretesa che un partito dovesse necessariamente essere formato da politici di professione, che si dedicavano all'attività politica senza avere altra occupazione, per avere come strumento e come finalità una struttura ristretta, compatta e disciplinata tesa alla conquista del potere.
di Carolus FelixIl bolscevismo nacque dall’assurda pretesa che un partito dovesse necessariamente essere formato da politici di professione, che si dedicavano all'attività politica senza avere altra occupazione, per avere come strumento e come finalità una struttura ristretta, compatta e disciplinata tesa alla conquista del potere.
Tutto nel bolscevismo è finalizzato alla costruzione di una efficiente macchina, guidata da “esperti”, che ha come scopo quello di fornire programma, tattica, strategia e strumenti organizzativi ad un proletariato che si ritiene incapace di utilizzare da solo e in senso partecipativo, le proprie energie e il quale, altrimenti, è destinato a disperderle in rivendicazioni o in rivolte senza alcuna prospettiva di successo politico.
Questa malattia infettiva del movimento rivoluzionario e proletario, che ha causato rovinose conseguenze storiche, a partire dalle conseguenze della Rivoluzione Russa, e proseguendo anche con le scissioni dei partiti socialisti europei, in particolare con quella italiana del 1921, pilotata proprio dai bolscevichi, è dilagata anche nell’ambito della cosiddetta democrazia rappresentativa. Molti partiti infatti, specialmente in Italia, dato che questo Paese è abituato ad una tradizione secolare di elitismo, ideologico e culturale, hanno adottato il modello bolscevico, costruendo al loro interno, delle vere e proprie nomeklature. Alcune autoreferenziali, in senso ideologico o affaristico, altre d’assalto, in senso spregiudicatamente oligarchico e timocratico. Se guardiamo alla storia recente dei grandi partiti italiani: PCI, DC e PSI, ci accorgiamo che il “difetto originario del bolscevismo” impiantatosi persino, a suo tempo, nel partito fascista costruito da Mussolini, e per questo guardato con simpatia da Lenin, si è mantenuto a lungo nel tempo, con la conseguenza di rendere la “carriera” nei partiti più la conseguenza di una “ginnastica di obbedienza” che non di meriti riconosciuti per capacità propositiva e impegno politico.
Anche oggi il bolscevismo domina il quadro della politica italiana, ed uno dei suoi maggiori interpreti di successo è proprio colui che ha fatto sempre professione di anticomunismo teorico, praticando invece un bolscevismo d’assalto, ritagliato sulla misura dei suoi interessi personali e di un partito costruito scrupolosamente in senso verticistico, per tutelarli.
La prova di tutto ciò è che i più liberali del suoi primi seguaci lo hanno già lasciato sdegnosamente, proprio accusandolo di stalinismo operativo.
Naturalmente questa malattia ha infettato anche la sinistra, fino ad oggi. E la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi è invece una prima sana iniezione di salutare antidoto contro il suo endemico perdurare e propagarsi. Vendola ha vinto grazie al concetto e alla prassi radicalmente opposti ad ogni tipo di bolscevismo: grazie al popolo, alle sue rivendicazioni e alla sua rivolta; ha saputo interpretare, concretizzare e rilanciare una politica corale, che fosse non lo specchio di una nomenklatura di potere tesa prevalentemente a mantenere la sua egemonia, ma piuttosto il riflesso trasparente delle speranze, delle aspettative e dei bisogni concreti della gente che crede nella democrazia, ed ha ancora fiducia che chi la rappresenta possa farsi carico del suo futuro, anche quando esso ci viene incontro con le nebbie fittissime di una crisi di proporzioni epocali.
Nichi Vendola ha sconfitto la rassegnazione e la depressione innanzitutto di se stesso, quando è stato fatto oggetto di attacchi indegni e strumentali, fino a metterlo concretamente in croce e inchiodarlo con accuse tanto assurde quanto velenosamente paradossali. Perché lui è stato accusato di bolscevismo, di una conduzione personalistica, di protagonismo assolutista, pur avendo sempre operato per far risaltare l’esatto contrario. La democrazia partecipativa, l’incontro con la gente, l’ascolto e la concertazione con tutte le componenti produttive del territorio e non ultima, una grande attenzione alle categorie più svantaggiate che sono sempre più respinte ai margini della società, finendo così inevitabilmente nel tritacarne della macelleria sociale.
Che Nichi Vendola abbia sconfitto anche il bolscevismo del PD è lampante, lo riconosce persino Latorre, dalemiano di ferro, a chiare lettere quando dichiara, almeno onestamente: “Da vecchio bolscevico non dirò mai che abbiamo commesso errori” E in effetti coloro che hanno sempre creduto in tale modello, non hanno commesso altro errore che quello di illudersi che di questa "malattia" si potesse tranquillamente continuare ad essere "portatori sani", per tutta la vita e per tutte le generazioni a venire.
Ma si sono sbagliati, e la gente ora impone loro una cura drastica “da cavallo”, naturalmente perdente.
I Socialisti sanno bene cosa possa essere questa malattia, di fatto l’hanno subita negli anni del craxismo, quando il capo dettava le regole a tutti in nome di obiettivi effettivamente risultati vitali e vincenti, raccogliendo però, a tal fine, intorno a sé prevalentemente i docili esecutori delle sue direttive, e pagando per questo prezzi esorbitanti, scontando la realtà alla fine perdente, sullo stesso piano, di una competizione verso chi aveva già collaudato molto meglio quel modello, fino a mascherarlo talmente bene da farlo sembrare estinto.
Ma non lo era! E lo si è visto “nella gioiosa macchina da guerra”, nel veltronismo che ha annientato la sinistra e nel dalemanesimo che prova tuttora ad imporre un accordo “strategico” con una UDC che non fa altro che alzare il suo prezzo ed agire in maniera ricattatoria, mentre dovrebbe avere solo il coraggio di andare da sola con i suoi principi e la sua prassi, se ritiene autenticamente di averne.
Alcuni compagni socialisti hanno abbandonato sdegnosamente Sinistra e Libertà accusando i suoi aderenti proprio di “bolscevismo” ma poi, di fatto, comportandosi in maniera perfettamente coerente con questa perniciosa patologia politica. Hanno preteso di “guidare” in maniera esclusiva il PSI, hanno epurato i compagni dissidenti e hanno privilegiato un accordo con i loro consoci “bolscevichi” del PD, che ora il popolo dei compagni pugliesi ha però screditato e sconfitto.
A questa vittoria hanno tuttavia largamente e validamente contribuito tanti altri Compagni Socialisti che non si sono mai rassegnati a tale modello, i quali ancora credono che il Socialismo debba essere un grande progetto di rinnovamento sociale e politico che nasce innanzitutto da una prassi e da una grande partecipazione democratica e cioè dall’incontro e dalla condivisione. Quella che mette in risalto due principi essenziali: lo scrupoloso rispetto della dignità personale di ciascun individuo, e la necessaria coesione del tessuto sociale in nome di regole e principi di solidarietà e responsabilità civile, morale e politica. Questi socialisti che hanno appoggiato la Vittoria di Vendola ora, e lo faranno ancora nel corso delle elezioni, hanno avuto il coraggio di dissentire e di partecipare attivamente all’assemblea costitutiva di Sinistra Ecologia Libertà. Si sono riuniti il primo febbrario per costituire a tutti gli effetti la loro componente nazionale e ramificarsi in tutto il territorio, e sono fermamente decisi ad essere parte integrante e fondante del nuovo partito della sinistra che nascerà subito dopo le elezioni regionali.
Finalmente possiamo, proprio in nome dell’antibolscevimo, della cura e del vaccino definitivo nei confronti di questa malattia pluridecennale, dichiarare chiusa la stagione che, proprio a causa del dilagare dell’epidemia bolscevica, causò a Livorno la rovinosa scissione del movimento operaio e di una sinistra allora largamente maggioritaria.
Le parole del compagno Vendola che ha avuto lo straordinario coraggio di sperimentare su se stesso questo vaccino, con gravi rischi per la sua persona, ci incoraggiano e ci riempiono di entusiasmo assieme a questa recente vittoria.
Ricordiamole “il culto umanitario, il primato della persona e il primato della libertà personale che è nella variegata storia dell’umanesimo socialista italiano, non sta dentro la mia tradizione politica o culturale. Ho bisogno di loro per il futuro, ho bisogno di questo, ho bisogno di sentire la ricchezza di parole che si incrociano, perché dentro la parola sinistra ci sono discontinuità necessarie, equivoci da sciogliere e ambizioni nuove da far sorgere.”
Ebbene, caro compagno Nichi, con il tuo impegno, con la tua sofferenza, con il tuo sacrificio fino alla croce, proteso verso l’affermazione concreta nella politica del tuo territorio, proprio del primato delle persone e della loro libertà, specialmente quando sono state più emarginate e calpestate, hai dimostrato che non sei solo tu ad avere bisogno di noi, ma siamo anche noi ad avere un gran bisogno di te. Che le nostre parole e le nostre azioni oramai si incrociano indissolubilmente in un forte tessuto connettivo, che è quello della società reale concreta, della terra e del sangue della gente, un tessuto vivente, non astrattamente politichese. Un tessuto che può risorgere anche grazie alla resurrezione che hai avuto tu stesso, grazie a questa vittoria, dopo tante tue sofferenze.
Ora dunque pensiamo al futuro, alle discontinuità, agli ultimi equivoci da sciogliere, primo tra tutti il non senso della divisione tra le varie componenti della Sinistra, in primis, quella tra Comunisti e Socialisti. Dichiariamo insieme solennemente chiusa la scissione tragica di Livorno.
Lavoriamo alacremente insieme al PD che crede fermamente nei principi per cui quel partito nacque e per i quali adottò il metodo delle primarie, di cui dobbiamo in ogni caso essergli tutti molto grati, lottiamo per vincere, per affermare non solo su scala regionale ma nazionale, un nuovo modello di democrazia partecipativa.
Senza più rancori né divisioni ciascuno faccia la sua parte, la sinistra deve dimostrare di poter vincere in nome dei suoi principi largamente condivisi, non più nascondendosi dietro maschere o paraventi di altri partiti o personaggi che non hanno condiviso e sofferto la sua storia, e pongono insormontabili paletti per il futuro. Non deve ghettizzarsi, ma cercare di incalzare le altre componenti politiche su programmi e valori e iniziative concretamente innovative e, solo grazie ad esse, convergere in una vera lotta tesa al rinnovamento politico.
Credo, senza tema di smentita, che una vera “rivoluzione gentile” sia iniziata in Italia, essa ci fa sperare, “etiam spes contra spem”, essa ha bisogno del contributo, della gentilezza e della generosità di ciascuno; sono germogli che vanno curati, innaffiati, ogni giorno, piantine che però possono diventare una foresta lussureggiante, se non ci lasceremo più bruciare dal particolarismo dei rancori e degli interessi contrapposti.
La nostra acqua, almeno questo è certo, non la privatizzeranno mai.
Questa malattia infettiva del movimento rivoluzionario e proletario, che ha causato rovinose conseguenze storiche, a partire dalle conseguenze della Rivoluzione Russa, e proseguendo anche con le scissioni dei partiti socialisti europei, in particolare con quella italiana del 1921, pilotata proprio dai bolscevichi, è dilagata anche nell’ambito della cosiddetta democrazia rappresentativa. Molti partiti infatti, specialmente in Italia, dato che questo Paese è abituato ad una tradizione secolare di elitismo, ideologico e culturale, hanno adottato il modello bolscevico, costruendo al loro interno, delle vere e proprie nomeklature. Alcune autoreferenziali, in senso ideologico o affaristico, altre d’assalto, in senso spregiudicatamente oligarchico e timocratico. Se guardiamo alla storia recente dei grandi partiti italiani: PCI, DC e PSI, ci accorgiamo che il “difetto originario del bolscevismo” impiantatosi persino, a suo tempo, nel partito fascista costruito da Mussolini, e per questo guardato con simpatia da Lenin, si è mantenuto a lungo nel tempo, con la conseguenza di rendere la “carriera” nei partiti più la conseguenza di una “ginnastica di obbedienza” che non di meriti riconosciuti per capacità propositiva e impegno politico.
Anche oggi il bolscevismo domina il quadro della politica italiana, ed uno dei suoi maggiori interpreti di successo è proprio colui che ha fatto sempre professione di anticomunismo teorico, praticando invece un bolscevismo d’assalto, ritagliato sulla misura dei suoi interessi personali e di un partito costruito scrupolosamente in senso verticistico, per tutelarli.
La prova di tutto ciò è che i più liberali del suoi primi seguaci lo hanno già lasciato sdegnosamente, proprio accusandolo di stalinismo operativo.
Naturalmente questa malattia ha infettato anche la sinistra, fino ad oggi. E la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi è invece una prima sana iniezione di salutare antidoto contro il suo endemico perdurare e propagarsi. Vendola ha vinto grazie al concetto e alla prassi radicalmente opposti ad ogni tipo di bolscevismo: grazie al popolo, alle sue rivendicazioni e alla sua rivolta; ha saputo interpretare, concretizzare e rilanciare una politica corale, che fosse non lo specchio di una nomenklatura di potere tesa prevalentemente a mantenere la sua egemonia, ma piuttosto il riflesso trasparente delle speranze, delle aspettative e dei bisogni concreti della gente che crede nella democrazia, ed ha ancora fiducia che chi la rappresenta possa farsi carico del suo futuro, anche quando esso ci viene incontro con le nebbie fittissime di una crisi di proporzioni epocali.
Nichi Vendola ha sconfitto la rassegnazione e la depressione innanzitutto di se stesso, quando è stato fatto oggetto di attacchi indegni e strumentali, fino a metterlo concretamente in croce e inchiodarlo con accuse tanto assurde quanto velenosamente paradossali. Perché lui è stato accusato di bolscevismo, di una conduzione personalistica, di protagonismo assolutista, pur avendo sempre operato per far risaltare l’esatto contrario. La democrazia partecipativa, l’incontro con la gente, l’ascolto e la concertazione con tutte le componenti produttive del territorio e non ultima, una grande attenzione alle categorie più svantaggiate che sono sempre più respinte ai margini della società, finendo così inevitabilmente nel tritacarne della macelleria sociale.
Che Nichi Vendola abbia sconfitto anche il bolscevismo del PD è lampante, lo riconosce persino Latorre, dalemiano di ferro, a chiare lettere quando dichiara, almeno onestamente: “Da vecchio bolscevico non dirò mai che abbiamo commesso errori” E in effetti coloro che hanno sempre creduto in tale modello, non hanno commesso altro errore che quello di illudersi che di questa "malattia" si potesse tranquillamente continuare ad essere "portatori sani", per tutta la vita e per tutte le generazioni a venire.
Ma si sono sbagliati, e la gente ora impone loro una cura drastica “da cavallo”, naturalmente perdente.
I Socialisti sanno bene cosa possa essere questa malattia, di fatto l’hanno subita negli anni del craxismo, quando il capo dettava le regole a tutti in nome di obiettivi effettivamente risultati vitali e vincenti, raccogliendo però, a tal fine, intorno a sé prevalentemente i docili esecutori delle sue direttive, e pagando per questo prezzi esorbitanti, scontando la realtà alla fine perdente, sullo stesso piano, di una competizione verso chi aveva già collaudato molto meglio quel modello, fino a mascherarlo talmente bene da farlo sembrare estinto.
Ma non lo era! E lo si è visto “nella gioiosa macchina da guerra”, nel veltronismo che ha annientato la sinistra e nel dalemanesimo che prova tuttora ad imporre un accordo “strategico” con una UDC che non fa altro che alzare il suo prezzo ed agire in maniera ricattatoria, mentre dovrebbe avere solo il coraggio di andare da sola con i suoi principi e la sua prassi, se ritiene autenticamente di averne.
Alcuni compagni socialisti hanno abbandonato sdegnosamente Sinistra e Libertà accusando i suoi aderenti proprio di “bolscevismo” ma poi, di fatto, comportandosi in maniera perfettamente coerente con questa perniciosa patologia politica. Hanno preteso di “guidare” in maniera esclusiva il PSI, hanno epurato i compagni dissidenti e hanno privilegiato un accordo con i loro consoci “bolscevichi” del PD, che ora il popolo dei compagni pugliesi ha però screditato e sconfitto.
A questa vittoria hanno tuttavia largamente e validamente contribuito tanti altri Compagni Socialisti che non si sono mai rassegnati a tale modello, i quali ancora credono che il Socialismo debba essere un grande progetto di rinnovamento sociale e politico che nasce innanzitutto da una prassi e da una grande partecipazione democratica e cioè dall’incontro e dalla condivisione. Quella che mette in risalto due principi essenziali: lo scrupoloso rispetto della dignità personale di ciascun individuo, e la necessaria coesione del tessuto sociale in nome di regole e principi di solidarietà e responsabilità civile, morale e politica. Questi socialisti che hanno appoggiato la Vittoria di Vendola ora, e lo faranno ancora nel corso delle elezioni, hanno avuto il coraggio di dissentire e di partecipare attivamente all’assemblea costitutiva di Sinistra Ecologia Libertà. Si sono riuniti il primo febbrario per costituire a tutti gli effetti la loro componente nazionale e ramificarsi in tutto il territorio, e sono fermamente decisi ad essere parte integrante e fondante del nuovo partito della sinistra che nascerà subito dopo le elezioni regionali.
Finalmente possiamo, proprio in nome dell’antibolscevimo, della cura e del vaccino definitivo nei confronti di questa malattia pluridecennale, dichiarare chiusa la stagione che, proprio a causa del dilagare dell’epidemia bolscevica, causò a Livorno la rovinosa scissione del movimento operaio e di una sinistra allora largamente maggioritaria.
Le parole del compagno Vendola che ha avuto lo straordinario coraggio di sperimentare su se stesso questo vaccino, con gravi rischi per la sua persona, ci incoraggiano e ci riempiono di entusiasmo assieme a questa recente vittoria.
Ricordiamole “il culto umanitario, il primato della persona e il primato della libertà personale che è nella variegata storia dell’umanesimo socialista italiano, non sta dentro la mia tradizione politica o culturale. Ho bisogno di loro per il futuro, ho bisogno di questo, ho bisogno di sentire la ricchezza di parole che si incrociano, perché dentro la parola sinistra ci sono discontinuità necessarie, equivoci da sciogliere e ambizioni nuove da far sorgere.”
Ebbene, caro compagno Nichi, con il tuo impegno, con la tua sofferenza, con il tuo sacrificio fino alla croce, proteso verso l’affermazione concreta nella politica del tuo territorio, proprio del primato delle persone e della loro libertà, specialmente quando sono state più emarginate e calpestate, hai dimostrato che non sei solo tu ad avere bisogno di noi, ma siamo anche noi ad avere un gran bisogno di te. Che le nostre parole e le nostre azioni oramai si incrociano indissolubilmente in un forte tessuto connettivo, che è quello della società reale concreta, della terra e del sangue della gente, un tessuto vivente, non astrattamente politichese. Un tessuto che può risorgere anche grazie alla resurrezione che hai avuto tu stesso, grazie a questa vittoria, dopo tante tue sofferenze.
Ora dunque pensiamo al futuro, alle discontinuità, agli ultimi equivoci da sciogliere, primo tra tutti il non senso della divisione tra le varie componenti della Sinistra, in primis, quella tra Comunisti e Socialisti. Dichiariamo insieme solennemente chiusa la scissione tragica di Livorno.
Lavoriamo alacremente insieme al PD che crede fermamente nei principi per cui quel partito nacque e per i quali adottò il metodo delle primarie, di cui dobbiamo in ogni caso essergli tutti molto grati, lottiamo per vincere, per affermare non solo su scala regionale ma nazionale, un nuovo modello di democrazia partecipativa.
Senza più rancori né divisioni ciascuno faccia la sua parte, la sinistra deve dimostrare di poter vincere in nome dei suoi principi largamente condivisi, non più nascondendosi dietro maschere o paraventi di altri partiti o personaggi che non hanno condiviso e sofferto la sua storia, e pongono insormontabili paletti per il futuro. Non deve ghettizzarsi, ma cercare di incalzare le altre componenti politiche su programmi e valori e iniziative concretamente innovative e, solo grazie ad esse, convergere in una vera lotta tesa al rinnovamento politico.
Credo, senza tema di smentita, che una vera “rivoluzione gentile” sia iniziata in Italia, essa ci fa sperare, “etiam spes contra spem”, essa ha bisogno del contributo, della gentilezza e della generosità di ciascuno; sono germogli che vanno curati, innaffiati, ogni giorno, piantine che però possono diventare una foresta lussureggiante, se non ci lasceremo più bruciare dal particolarismo dei rancori e degli interessi contrapposti.
La nostra acqua, almeno questo è certo, non la privatizzeranno mai.
Hasta la victoria, siempre !
lunedì 8 febbraio 2010
Roma - E morto Antonio Giolitti uno dei padri della Costituzione
E' morto il Compagno "Antonio Giolitti"
uno dei padri della Costituzione
uno dei padri della Costituzione
Era nipote di GIovanni Giolitti. Si è spento a 95 anni. Dalla lotta di Liberazione all'impegno politico Lasciò il Pci dopo i fatti di Ungheria, aderendo al Psi. Che abbandonò per i contrasti con Craxi.
ROMA - E' morto Antonio Giolitti. Era uno dei padri costituenti e nipote dello statista liberale Giovanni Giolitti. Aveva 95 anni ed era stato senatore fino al 1992. Una vita, la sua, che ha attraversato la lotta di Liberazione, il Pci e il Psi. Passando per i fatti dell'ungheria del 1956 fino ad arrivare ai contrasti con Bettino Craxi.
Antonio, nel 1940 si iscrive al Pci. Un anno dopo viene arrestato per attività eversiva, ma viene rilasciato dal tribunale speciale per insufficienza di prove. Il suo impegno politico diventa sempre più forte e insieme a Giancarlo Pajetta, fonda le Brigate Garibaldi, combattendo contro nazismo e fascismo in Piemonte. Ferito in battaglia si fa curare in Francia e torna in Italia nel 1945 per combattere tra le file dei partigiani.
Dopo la Liberazione diventa sottosegretario agli esteri nel governo di Ferruccio Parri. Fino al 1957 milita nel Pci che abbandona dopo i fatti di Ungheria del 1956. Giolitti aderisce al Psi, con cui è rieletto deputato dal 1958 al 1976. Ministro del bilancio dal 1963 al 1964, dal 1969 al 1972 e dal 1973 al 1974 nei governi di centrosinistra organico guidati da Moro, Rumor e Colombo, Giolitti è uno dei principali ispiratori della programmazione economica. Dal 1977 al 1985 è commissario presso la comunità economica europea.Nel 1985 i contrasti con Bettino Craxi lo portano a lasciare il partito e nel 1987 è eletto senatore come indipendente del Pci. Al termine della legislatura nel 1992 si ritira dalla politica attiva.
Le reazioni. 'Antonio Giolitti ha lasciato l'impronta di una personalita' di eccezionale levatura culturale e morale nella vita politica - sottolinea il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - la sua coerenza e la sua dirittura, sempre accompagnate da rara sobrieta' e discrezione, sono state per me personalmente fonte di ispirazione'. "Giolitti è stato un protagonista eccezionale della nostra storia - dice il segretario del PD Pierluigi Bersani - fu un uomo di sinistra capace di vedere tra i primi errori e tragedie del Comunismo mantenendo un rigore morale e una onestà intellettuale che ci mancheranno"
Giano Bifronte
L’apprezzatissima lettera che il comp. Nichi Vendola ha inviato ad un gruppo di Socialisti in occasione del Convegno del 1° febbraio a Roma , per la costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra in Italia, ha suscitato una “risentita” esternazione da parte del compagno Riccardo Nencini Segretario Nazionale del PSI. Egli infatti, nella sua bacheca definisce il Compagno Vendola un “ Giano Bifronte”.
Giano è la divinità principale del Pantheon e rivestiva nella società romana grande importanza sia nella vita pubblica che in quella religiosa; egli è custode di ogni forma di mutamento e protettore di tutto ciò che riguarda una fine e un nuovo inizio.
Secondo la mitologia classica Giano fu il primo Dio di Roma.
Se tutto ciò corrisponde a verità , si tratta davvero di un bel complimento, certamente meritato dal compagno Vendola.
Quanto alla rappresentazione iconografica , Giano viene rappresentato da una testa con due facce contrapposte ambedue barbute, di aspetto sereno e saggio, piuttosto somiglianti al viso del compagno Nencini sereno con barbetta; quanto a saggio può darsi con la maturità..........
Oggi non ha dimostrato di esserlo: infatti poteva fare a meno di usare termini come “Astuzia e Tradimento”.
Infatti l’astuzia appartiene a colui che volge a proprio vantaggio situazioni ostili, e il tradimento , appartiene a chi viene meno ad un impegno solennemente assunto.
Personalmente mi sono iscritto a SEL nel Convegno di Bagnoli cui ho partecipato su invito ed in rappresentanza del Partito Socialista.
Non ho cambiato opinione su quanto in quella sede abbiamo deciso all’unanimità.
Sono ancora nella stessa posizione , per mia autonoma e convinta scelta giacchè sono convinto che i valori del socialismo si conservano meglio se mettiamo insieme tutte quante le forze che hanno a cuore quei valori. Non ho ricevuto da alcuno invito al “tradimento” che rimane un disvalore che non appartiene alla mia cultura.
Ma una domanda è d’obbligo sono io il Traditore” e quanti come me?
O coloro, tra i quali il Segretario Nazionale , che per opportunismo hanno cambiato linea politica diventando sostenitori della politica dei “Casini e delle Bocciofile”al guinzaglio del PD.
Dal Congresso Nazionale sollecitato da tanti compagni verrà la risposta a questo interrogativo.
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