sabato 5 settembre 2009

PROFUGHI SOMALI: DIRITTI NEGATI DUE VOLTE


La politica dei respingimenti perseguita dal governo Berlusconi provoca una vera e propria tragedia umanitaria dal momento in cui la maggior parte dei profughi respinti sono rifugiati politici che fuggono dai territori di guerra e dittatura.

di Fabio Bonanno

Ecco il prestigioso risultato della guerra al terrore di Bush e del suo Cavalier servente.


05/09/2009 - Il respingimento dell’ultimo barcone con rifugiati politici (quasi tutti Somali ed Eritrei) ci pone davanti all’ennesima tragedia umanitaria che coinvolge le popolazioni del Corno d’Africa.

Se da un lato in Eritrea la popolazione fugge dal dittatore Isayas Afeworki, la Somalia è attraversata da una feroce guerra civile che ha causato secondo le stime dell’Unhcr, l’Alto Commissariato per i profughi, oltre 200 mila profughi, diretti chi in Kenya, chi nello Yemen, chi verso il nord della Somalia, chi verso le coste libiche nella speranza di raggiungere l’Europa.

Vorrei soffermarmi in particolare sulla vicenda Somala.

Quanti conoscono le ragioni dell’inasprimento del conflitto che attraversa l’ex colonia italiana dal 1991 ma che negli ultimi due anni ha visto una drammatica escalation?

E’ un azzardo affermare che la situazione odierna sia in parte una drammatica eredità dell’era Bush, della sua guerra al terrore condotta a partire dal 2001 con un manipolo di coraggiosi tra cui in particolare il suo (ma purtroppo più nostro) Cavalier servente Silvio Berlusconi?

Andiamo con ordine e ripercorriamo alcune tappe.

Ci troviamo nell’estate 2006 e gli scontri tra il l’Alleanza per la Restaurazione della Pace e contro il Terrorismo (sostenuta dagli USA sulla linea di politica internazionale di contrasto al terrorismo) formata dai vecchi signori della Guerra (tra cui 4 ministri del Governo Federale Transitorio) e le cosiddette Corti Islamiche, un’alleanza politica militare molto articolata anche dal punto di vista religioso, vede le Corti Islamiche avere la meglio anche grazie all’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione somala, in particolare nella capitale Mogadiscio.

Appoggio legato più alla stanchezza e all’odio che i Somali nutrivano per le violenze e le scorribande dei vecchi WarLord che non a motivi religiosi visto che tradizionalmente i Somali, seppur musulmani non sono mai stati per storia e tradizione vicini all’Islam radicale.

Dopo un inizio in cui ripresero le attività economiche e riaprirono i porti, Bush “ordina” a Meles Zenawi primo ministro Etiope, di invadere la Somalia.

In pochi giorni le Corti vengono respinte e il Governo transitorio si riprende Villa Somalia. Ma senza l’appoggio della popolazione.

La resistenza al nemico Etiope è fortissima fino al Natale 2006 quando l’aviazione etiope (questa volta con la diretta partecipazione statunitense) bombardano la Somalia.

A questo punto nasce un piccolo, ma sostanziale incidente diplomatico tra l’Italia ed il Governo Usa.

Infatti il nostro Paese per bocca dell’allora Viceministra degli esteri Patrizia Sentinelli non perde tempo nel condannare l’azione militare congiunta Etiope-Statunitense invocando il cessate il fuoco ed un’apertura di dialogo inclusivo con tutte gli attori in campo (quindi anche con i rappresentanti delle Corti).

Ma i tempi sono ancora quelli dell’invincibile macchina da guerra di Bush e quindi da parte del portavoce del Dipartimento di Stato americano Sean McCormack arriva la fredda replica: “Gli esponenti del nostro governo coinvolti negli sforzi antiterrorismo sono pagati per fare scelte difficili”.

Questo è un punto fondamentale della vicenda Somala perché l’Europa intera su forte iniziativa del Ministro D’Alema si schiera per la linea del dialogo e per il coinvolgimento delle Corti all’interno del Governo di Transizione.

Niet! Bush è irremovibile.

Impossibile dialogare con i terroristi. In Somalia come in Libano come in Palestina.

Ebbene quello che sembrava impossibile riesce. La risposta inevitabile delle Corti (così come di Hezbollah e Hamas) è una radicalizzazione delle posizioni con i Gruppi più oltranzisti, degli Shabab e di Hizbul Islam, che prendono sempre più potere.

Ma veniamo ai nostri giorni.

La continua instabilità e l’impossibilità per il Governo Transitorio di far fronte, anche da un punto di vista militare, ai gruppi più radicali spinge la Comunità internazionale a fare quello che il nostro Paese provò a portare avanti nel corso della precedente legislatura: coinvolgere le Corti nel Governo.

Il 2 febbraio di quest’anno viene eletto Presidente della Somalia Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, già leader “moderato” delle Corti Islamiche.

Mossa forse giusta ma fatta con colpevole ed irrimediabile ritardo.

La situazione è nel frattempo degenerata e gli scontri tra milizie islamiche e governative (che più che rispondere al Presidente Sharif rispondono ai singoli ministri sui base clanica) è sempre più cruenta ed ingestibile.

Le ONG internazionali hanno nel frattempo abbandonato il Paese e gli aiuti non riescono più ad arrivare.

La lotta al terrore di Bush e Berlusconi continua a far danni nel pianeta.

I somali fuggono. Dopo mesi e mesi di vagabondare alcuni riescono a raggiungere le coste libiche e a salire su un barcone di fortuna per raggiungere l’Italia: il paese amico.

Alcune decine tra cui donne e bambini arrivano a 30 miglia da Lampedusa.

Una nave del Paese amico li carica. “Ce l’abbiamo fatta!”. Pensano.

Ma dopo oltre 12 ore di navigazione nascono i dubbi. I tempi di navigazione sono troppo lunghi. Più del necessario pensano i più lucidi.

Invece no. 12 ore sono il tempo necessario per tornare a Tripoli.

Farli scendere, a poche miglia dalla capitale, su una barchetta più piccola, libica, ma con sopra alcuni italiani.

Forse una delle tre motovedette che il nostro Ministro degli interni Maroni ha consegnato nel maggio scorso al governo libico in seguito all’accordo del 30 dicembre 2007 sui pattugliamenti congiunti?

Gli amici somali sono consegnati al nuovo, più stretto e ben più potente amico del Cavaliere: il Colonnello Gheddafi.

Che li ha prontamente rinchiusi in uno dei centri di detenzione della capitale Libica.

Forse, alcuni di loro, da qualcuno di questi centri sulla costa potranno non aver perso la vista del mediterraneo.

Ma la speranza che questo mare possa essere un ponte di pace e dialogo si.

Charles Fred e’ l’autore dello scatto (particolare)


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