lunedì 27 luglio 2009

"Con Brodolini la Costituzione entrò in fabbrica"

di ANGELO SIMONAZZI - www.avanti.it

27/07/2009 - L’11 luglio 1969, quarant’anni or sono, moriva a Lugano, l’onorevole Socialista Giacomo Brodolini che, il 20 giugno di quell’anno, in qualità di ministro del Lavoro, aveva presentato e fatto approvare dal Consiglio dei ministri - capo del governo di coalizione Dc-Psu-Pri era il parlamentare diccì Mariano Rumor - lo Statuto dei lavoratori. L’attuazione del ddl venne poi interrotta, a seguito della scissione socialdemocratica del 2 luglio dal Psi, della conseguente crisi di governo e della morte del ministro proponente, cui fece seguito, il 5 agosto, la nascita del secondo gabinetto Rumor, un monocolore democristiano. Giacomo Brodolini, che io ho conosciuto a Parma, in piazza Garibaldi, durante un suo comizio, nella campagna elettorale del maggio 1968, conclusasi in pessimo modo per il Partito socialista unificato. Al termine del comizio, mi avvicinai al compagno Brodolini, ci presentammo e ci abbracciammo affettuosamente, facendo gli auspici per una grossa (e attesa dai più) affermazione del Psu, che invece non ci fu, purtroppo. Brodolini aveva la voce molto bassa e rauca (nonostante il microfono, la sua voce si sentiva male), e mi disse - avendoglielo fatto rilevare - di essere “in cura”, senza specificarmi la causa della sua malattia, della quale venni a conoscenza in seguito. Ci salutammo di nuovo, con gli auguri da parte mia per la sua pronta ripresa, e ci scambiammo - come ci fossimo conosciuti da tanto tempo - un altro grosso e fraterno abbraccio. Fu quella la prima e, purtroppo, l’ultima volta che incontrai Giacomo Brodolini, un uomo semplice, di grande cortesia e umanità, socialista “autonomista” nenniano, come il sottoscritto, nativo di Recanati, in provincia di Macerata, nel 1920, e con una bella e buona storia politica alle spalle. Un incontro che non dimenticherò mai.Brodolini aveva preso parte alla seconda guerra mondiale, come ufficiale di complemento in Albania e in Grecia (insieme al mio indimenticato e indimenticabile Maestro, che fu il compagno socialista-cristiano - alla stregua del marsicano Ignazio Silone - avvocato penalista Piero Fornaciari, di cui è ricorso quest’anno il quinto anniversario della scomparsa: forse si sono anche conosciuti nella missione bellica in Albania e in Grecia). L’8 settembre sorprese Giacomo Brodolini in Sardegna. Aderì, quindi, al Partito d’Azione e, nel 1945, si laureò in Lettere. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, Brodolini confluì nel Psi. Dal 1950, fu segretario della Federazione dei lavoratori edili nella Cgil e, nel 1955, fu nominato vice segretario generale dell’organizzazione sindacale. Eletto deputato al Parlamento, divenne vice segretario nazionale del Psi dal 1963 e, dopo la riunificazione socialista tra Psi e Psdi del 1966, nel Sessantotto fu nominato ministro del Lavoro nel primo governo Rumor.Giacomo Brodolini, nel nuovo incarico ministeriale, con l’ausilio di un gruppo di esperti in materia di lavoro (nel quale il maggior suggeritore fu il professore genovese, Gino Giugni), riprese il tema, fino ad allora trascurato, di rendere operanti nei rapporti di lavoro quei diritti di libertà, che la Costituzione repubblicana aveva introdotto nei rapporti tra i cittadini e lo Stato, individuando le prassi che erano ad essi di ostacolo e prevedendo le opportune sanzioni. Più o meno, in questi termini, il problema approdò nelle mani di Pietro Nenni, divenuto vice presidente del Consiglio nel primo governo “organico” di centrosinistra (Dc, Psi, Psdi e Pri), costituito il 4 dicembre 1963. Ma, purtroppo, non se ne fece nulla (cfr. M. Vais, “Lo Statuto dei diritti dei lavoratori”, in “Rivista giuridica del lavoro”, XV (1964), I, pp. 27 e segg.).Gino Giugni, fin dagli anni Cinquanta, era stato partecipe del dibattito sindacale, seguendo da vicino gli sviluppi della cultura sindacale della Cisl, con un marcato orientamento verso il pensiero istituzionalista americano. Già dal 1954, Giugni veniva affacciando su questo tema la tesi che una più efficace tutela del lavoratore potesse derivare soltanto da un radicamento del sindacato sul luogo di lavoro (cfr. G. Giugni – F. Mancini, “Per una cultura sindacale in Italia”, in “Il Mulino”, III (1954), n. 27, pp. 28 e segg.). L’attenzione si spostava dai diritti dei lavoratori all’effettività della tutela che il sindacato esercitava nella fabbrica e che andava quindi resa operante anche attraverso la predeterminazione di strumenti legali previsti da una legislazione di sostegno.Questa impostazione nuova veniva tuttavia guardata con diffidenza da larga parte del movimento sindacale (cfr. F. Mancini, “Lo Statuto dei lavoratori dopo le lotte operaie del ’68”, in “Costituzione e movimento operaio”, “Il Mulino”, Bologna 1976, pp. 187 e segg.), principalmente per un pregiudizio classista. L’alterità del “sindacato di classe” di derivazione marxista-leninista doveva, infatti, manifestarsi non solo nell’esercizio del conflitto industriale, come contrapposizione permanente al sistema capitalistico (per cui la stessa contrattazione collettiva era conquista di livelli superiori di forza e mai il presupposto di un rapporto istituzionalizzato), ma anche nel non cogliere il principio della tutela dello Stato, quando dall’enunciazione di diritti individuali si passava all’attribuzione di strumenti e funzioni al sindacato, che potessero configurarlo come soggetto appunto istituzionalizzato dell’ordinamento giuridico, in virtù del principio opposto, che la forza, e non il diritto, può sola governare la lotta di classe. Non deve stupire che questo arcaismo ideologico fosse, più o meno esplicitamente espresso, ancora operante, costituendo anzi proprio dopo il 1968 una mitologia in grande voga. Avvenne però, proprio in quegli anni tra il 1968 e il 1970, che le difficoltà incontrate dal sindacato nel ricomporre interamente alle radici il suo rapporto con la classe operaia, indussero a guardare con più attenzione gli strumenti che una “legislazione di sostegno” poteva offrire ad esso. Prevalse così sostanzialmente nel testo di legge dello Statuto dei lavoratori l’impostazione di Gino Giugni e il consenso intorno ad esso divenne unanime. Non è il caso che stia qui a dilungarmi nell’illustrazione della nuova legge, che è un po’ da tutti riconosciuta, dai politici ai sindacalisti, dai lavoratori e alle imprese, se non per rilevare come lo “Statuto dei diritti dei lavoratori” si collocasse nell’ordine concettuale del sindacalismo anglo-americano, inclinando al decentramento, se non alla frammentazione contrattuale e organizzativa, ispirato a un principio di “laisser-faire” collettivo, il cui vincolo era dato dall’essere calato in un contesto di mercato forte e in un tipo di società mobile, pressoché priva di tradizionali vincoli organici, dove le imprese dipendevano quasi altrettanto dal rapporto con lo Stato che da quello con il mercato, e la mediazione statale costituiva quasi sempre un “prius” piuttosto che un “posterius”.Lo Statuto dei lavoratori fu portato a compimento e proseguito - dopo la immatura scomparsa del suo ideatore Giacomo Brodolini - dall’onorevole democristiano Carlo Donat-Cattin, che succedette alla guida del Ministero del Lavoro al compianto ministro socialista, e la legge istitutiva fu approvata il 20 maggio 1970 (legge n. 300), dopo la nascita le terzo governo Rumor (Dc, Psi, Psdi, Pri), alla Camera, con 271 si, 125 astenuti (Pci) e dieci no. Il Partito comunista si astenne, ma lo “Statuto” fu votato anche dal Partito liberale!Titolò l’“Avanti!”, subito dopo l’approvazione della legge: “La Costituzione entra in fabbrica”. E un grande merito andava riconosciuto al suo ideatore, Giacomo Brodolini, e al giuslavorista Gino Giugni. Si trattò, in ogni caso, di una grande vittoria Socialista, in favore del mondo del lavoro. Che deve essere ricordata anche e, soprattutto, oggi, dove impera il contratto a termine, il precariato più diffuso e i co.co.co.

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