martedì 19 maggio 2009

L’ITALIA NON E’ UNA TERRA PROMESSA


Quando il Diritto Internazionale non e’ una questione di legge. Marco Procaccini dal Darfur racconta le aspettative di quanti credono di trovare in Italia una vita migliore. Aspettative deluse nella maggior parte dei casi.

19/05/2009 - Lascia di stucco che l’Italia abbia un conflitto con il Segretario Generale delle Nazioni Unite perché protagonista di una violazione grave del diritto internazionale umanitario. Questa sensazione è acuita se ogni giorno invece che ascoltare la nostra vicina di casa lamentarsi della vistosa e ingestibile presenza degli immigrati nel quartiere”, ci si trova in un luogo dove il loop quotidiano è invece “Italia? good. Libia, Malta…Europe. Thousands dollar, no problem, no war, food, work.” . Chi fugge da una guerra, dalla fame, dalla disperazione, dalla certezza che anche i suoi figli faranno la sua stessa vita in cui la dignità è messa a dura prova ogni giorno, non pensa che qualcuno che considera ricco, fortunato, istruito, pacifico, possa mai negargli la sua possibilità. Sono tra quei lavoratori italiani al servizio dell’aiuto umanitario. Quelle delle organizzazioni non governative che sempre meno con i soldi dei contribuenti italiani, e sempre più grazie alle contribuzioni private e alle Organizzazioni delle Nazioni Unite, forniscono assistenza alle vittime della guerra e delle catastrofi naturali. Non posso ascoltare, per fortuna, la cantilena della signora del piano di sotto, perché lavoro e vivo in una di queste zone del mondo. Dove le guerre fanno morti non solo per il conflitto armato, ma per la fame, le malattie, l’ignoranza. Invece della “vicina di casa” ascolto tutti i giorni la disperazione di chi è “afflitto dalla guerra” (war afflicted è la definizione internazionale) e di chi sogna un futuro in pace, un domani di sviluppo, di emancipazione dalla vita che ogni giorno è un 1 a zero con la morte.
Molte volte ho avuto la vergogna di deludere le speranze tanto rosee di quanti entusiasticamente mi raccontano dei loro parenti, che hanno avuto la forza di attraversare il deserto del Sahara, arrivare in Libia e imbarcarsi per l’Italia. In tanti casi i contatti poi si interrompono (e loro non sanno perché, noi sì), e molte di queste famiglie nutrono solo la speranza che i loro cari abbiano finalmente raggiunto una vita dignitosa, siano stati accolti da braccia amiche, abbiano finalmente potuto accedere ad un mondo che e’ solo sognato. Solo sognato, perché anche la televisione e’ un bene di lusso in posti come questi.
E’ dura spiegare che il nostro Paese, come tutto il mondo dei Paesi ricchi, non sia affatto disponibile a capire questa loro condizione, e che invece di aprire porte e costruire ponti, non faccia altro che respingerli, che identificarli come pericolosi criminali, rispedendoli indietro senza neppure sapere chi sono e da dove vengono. Esistono le leggi internazionali, ma da queste parti dove la violazione dei diritti umani e’ la normalità, non si tratta di invocare il diritto umanitario. Si tratta invece di ragionare degli esseri umani, della solidarietà tra gli uomini e le donne che vivono sulla stessa Terra di coloro che hanno una vita ingiusta, pericolosa, invivibile.
Capisco gli sguardi di quanti rimangono stupiti quando racconto che se anche dovessero essere in grado di attraversare su qualche camion, o su qualche cammello il deserto per un paio di settimane, e riuscissero pure a pagarsi con i risparmi di una vita (questo sono cinquemila dollari in posti come questo) una specie di barca verso l’Italia, ci sarebbe poco da rallegrarsi. Mi ascoltano stupiti quando gli dico che al loro arrivo o addirittura nel mezzo del mare che per tanti anni e’ stato il luogo di incontro delle genti di tutto il mondo, qualcuno invece di accoglierli possa internarli in qualche “centro di accoglienza” per un po’ e poi rispedirli verso la loro sorte infame. In molti non ci credono.
Non ho mai sentito nessuno che mi abbia detto che il suo desiderio di fuggire da dove e’ costretto a vivere, era legato alle aspettative di una vita criminale in un bel Paese europeo. Non li ho mai sentiti definirsi “ persone che hanno pagato un biglietto, non persone spinte da una loro speciale situazione all’interno di quei Paesi dove sarebbero vittime di ingiustizie”, e invece ho ascoltato più d’uno che “avendo i requisiti per chiedere di essere accolto in Italia, possa dire di non essere stato accettato” (il virgolettato e’ del Presidente Consiglio Italiano, Silvio Berlusconi il 12 Maggio 2009).
Raccontare semplicemente il punto di osservazione di questa vicenda e’ il modo migliore per commentarla, per esprimere vergogna e amarezza alle parole volgari che vengono pronunciate su questo argomento, ed allo sfregio che tanta inciviltà non solo giuridica per il mancato rispetto di norme fondamentali del diritto internazionale, porta al nostro Paese.
Nonostante la situazione qualche decennio fa non fosse molto migliore, e che tanti conflitti fossero comunque inesistenti nell’informazione e nell’agenda dei Paesi Occidentali, resisteva tuttavia una solidarietà umana, che ha fatto si che negli ultimi cinquanta anni tanti Paesi, tra cui anche il nostro, potessero rappresentare una seconda patria per quanti fuggivano dalla guerra e dalla ferocia della natura. Questo dibattito e l’isolamento della voce di quanti vorrebbero continuare a tenere viva questa civile solidarietà tra le nazioni, primo principio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ci dimostra come il degrado culturale della società della globalizzazione dei capitali sia entrato nelle nostre case, nelle nostre vite.
La “coincidenza” di questa polemica con le Elezioni Europee, dove sembra che ci si divida solo tra chi rincorre ed alimenta la paura, o, chi dall’altra parte, riconosce il “pericolo degli immigrati” ma comunque invoca il rispetto delle leggi internazionali, mostra il degrado della politica di fronte al grande tema dell’uguaglianza.
Non andrà lontano nessuna Europa se non sarà invece capace di ascoltare, di accogliere, di farsi carico della responsabilità di un pianeta più equo. Per questo chi metterà questo tema, quello dell’uguaglianza, al centro della competizione per il rinnovo del Parlamento Europeo, avrà il mio sostegno.

Marco Procaccini


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